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Statuto dei Lavoratori, i veri protagonisti e la lezione per oggi

I lavoratori organizzati nel sindacato attraverso una mobilitazione eccezionale conquistarono, nella concreta realtà delle fabbriche di allora, nuovi spazi di libertà, nuovi diritti e dignità.

I lavoratori organizzati nel sindacato attraverso una mobilitazione eccezionale conquistarono, nella concreta realtà delle fabbriche di allora, nuovi spazi di libertà, nuovi diritti e dignità.

La scadenza del mezzo secolo dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori ha giustamente attivato un dibattito sul suo valore nella storia del lavoro e del nostro Paese. Tra i riconoscimenti dei diversi protagonisti di quell’importante risultato si corre il rischio di oscurare quello che, a mio avviso, rimane il protagonista decisivo dell’impresa, senza del quale lo Statuto, come lo conosciamo, non sarebbe nato.

Mi riferisco ai lavoratori organizzati nel sindacato che, con “l’autunno caldo” del 1969, attraverso una mobilitazione eccezionale conquistarono, nella concreta realtà delle fabbriche di allora, nuovi spazi di libertà, nuovi diritti e dignità.

Nella realizzazione più significativa conquistata: il contratto nazionale dei metalmeccanici, si trova l’intelaiatura dei diritti che poi, attraverso l’iniziativa politica dei ministri Brodolini e Donat Cattin e l’apporto scientifico di Gino Giugni, consulente di entrambi, prese veste giuridica nello Statuto.

La classe politica seguì con diversa convinzione, tanto che lo stesso Partito comunista si astenne nel voto finale perché voleva le assemblee di partito in fabbrica. Quella vicenda, nella quale il ruolo del conflitto e dell’intesa contrattuale tra le parti sociali, anticipò e predefinì i contenuti fondamentali della legge ha ancora molto da insegnare per l’oggi.

Qua e là si fanno avanti ipotesi di riscrittura e aggiornamento dello Statuto cambiando la legge. Ma procedere in questo modo porterebbe inevitabilmente fuori strada perché la legge è uno strumento rigido e, per certi aspetti, esterno alla concreta realtà del lavoro. La grande trasformazione del lavoro, nell’economia digitale del capitalismo immateriale, è troppo rivoluzionaria per cercare di regolarla direttamente per via legislativa.

Basta osservare quanto la pandemia in corso ha innovato in fatto di smart working, prima ritenuto del tutto marginale. Come insegna la vicenda dello Statuto, occorre partire da un approccio tra le parti sociali sul campo, nella concreta realtà delle aziende e del sistema produttivo, attraverso un confronto e, se necessario, il conflitto, per arrivare a un’intesa in direzione di una più evoluta umanizzazione del lavoro.

Del resto, con il nuovo presidente di Confindustria che ha ambizioni battagliere, il fatto sarebbe sicuramente interessante e, alla fine, credo anche positivo. Il nuovo Statuto potrà seguire raccogliendo e estendendo quanto realizzato per via contrattuale. Il campo di lavoro è aperto, aspetta solo l’impegno e il protagonismo delle parti sociali. Compito delle rispettive classi dirigenti è farvi fronte nell’interesse del lavoro e dell’Italia.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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