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Michele Domaschio
Michele Domaschio

Interviste

Dal 2001 a Roma per lavoro ma con Verona sempre nel cuore

Michele Domaschio è responsabile dell’Ufficio legale della Luis dopo aver svolto mansioni di rilievo per la Cassa di Risparmio della città scaligera e il Collegio universitario Don Mazza.

Michele Domaschio è responsabile dell’Ufficio legale della Luis dopo aver svolto mansioni di rilievo per la Cassa di Risparmio della città scaligera e il Collegio universitario Don Mazza.

Il decreto-legge è di sabato 16 maggio e, all’art. 1, stabilisce la cessazione, a partire da lunedì 18, delle misure limitative agli spostamenti. La circolazione da una regione ad un’altra è però ancora preclusa sino al 2 giugno e, partendo da questo divieto, abbiamo sentito un veronese che lavora nella capitale. Si tratta di Michele Domaschio, nato in riva all’Adige il 29 marzo 1968 e dal 2001 a Roma per lavoro.

Giornalista pubblicista dal 24 gennaio 1992, il fratello Andrea professionista caporedattore a Radio InBlue, Michele ha lasciato la città natale dove lavorava all’ufficio stampa della Cassa di Risparmio, «portato a Roma dall’entusiasmo di aprire la nuova sede del collegio universitario Don Mazza».

L’impatto come è stato? «La capitale mi ha subito accolto con i colori e i suoni dei festeggiamenti per lo scudetto giallorosso, appena conquistato da Totti e compagni, effigiati sulle facciate dei palazzi e celebrati da improvvisati concerti di clacson festanti. Solo col tempo ho capito quanto fosse sentita quella vittoria, che andava a sanare l’onta della vittoria conseguita l’anno precedente dai rivali laziali.

Era davvero un momento d’oro per Roma, calcisticamente e non solo: la città tirata a lucido dopo i grandi investimenti per il Giubileo del 2000, la guida di amministratori illuminati che puntavano sulla cultura (nuovi musei, recupero di aree in disuso che diventavano poli di aggregazione artistica), insomma un senso tangibile di slancio e proiezione nel futuro. Sembrava a un passo l’occasione di diventare finalmente una grande capitale europea, scrollandosi di dosso il manto curiale e sornione tipico della tradizione papalina.

Nello stesso periodo, la natia Verona viveva l’emozione del primo derby in serie A, altro fugace momento di euforia sportiva, che poi si sarebbe rivelato abbastanza effimero.

Dopo qualche anno, complici le avvisaglie della crisi economica del biennio 2008-2009, tanti sogni sono stati ridimensionati, e anche la mia vicenda ha mutato professionalmente indirizzo: dal 2009, infatti, sono entrato in Luiss, l’università privata di Confindustria, dove attualmente ricopro il ruolo di responsabile dell’ufficio legale.

Ovviamente, porto sempre Verona nel cuore, e quando posso vi faccio ritorno per trovare amici con i quali i rapporti non si sono mai interrotti. Parafrasando un famoso incipit, “Verona è la città che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti…”».

Nel giugno del 2013 è arrivato il matrimonio con Elisabeta. Come avete vissuto questi “arresti domiciliari”? «L’emergenza Coronavirus ci ha colto entrambi a Roma, e questa è stata una fortuna. Mia moglie, infatti, viaggia spesso per lavoro, in particolare in Germania. Si trovava a Monaco fino a qualche settimana prima dell’esplosione del virus, e proprio quando è arrivata a Fiumicino abbiamo cominciato a vedere le prime mascherine sul viso della gente.

Poi c’è la stata fase “canterina”, con i flash mob sui balconi, gli arcobaleni, gli applausi a medici e infermieri.

Roma

Roma

Passate le prime settimane, abbiamo assistito a un fenomeno strano: abituati all’indisciplina dei romani, che sfocia molto spesso in una caotica anarchia, d’un tratto ci ha stupito la compostezza e il silenzio della città. Quasi nessuno per strada, un tempo immobile punteggiato solo dal richiamo degli uccelli, la vita ad un tratto si è fermata, in apnea.

Con mia moglie, scherzando, diciamo che quasi ci manca la sguaiatezza del traffico romano, l’andamento fluttuante delle file negli uffici pubblici, dove quattro o anche cinque persone si contendono con sguardo truce la medesima posizione: vedere ora queste code ordinate, silenziose fuori dai supermercati, o gli autobus semivuoti, mi fa capire che davvero, tra qualche tempo, parleremo di un “a.C.” e “d.C.” dove stavolta “avanti” e “dopo” saranno riferiti al Coronavirus».

Anno accademico 2020/2021: come sarà la ripartenza? «Per la scuola e l’università si ripropone il quesito che tante volte ho sentito porre in questo periodo in altri contesti: usciremo migliorati da questa vicenda?

Io sono ottimista, per il semplice fatto che abbiamo a che fare con una popolazione di nativi digitali che non hanno paura del cambiamento, e mi riferisco alle migliaia di ragazze e ragazzi che hanno vissuto senza alcun trauma il passaggio alla didattica online. Forse qualche timore in più lo hanno avuto quelli che stavano dall’altra parte della cattedra, ma anche qui dopo qualche imbarazzo iniziale tutto mi pare sia andato per il verso giusto.

La sfida adesso è quella di passare da un mero utilizzo della tecnologia quale strumento di “salvataggio” delle attività ad una vera e propria trasformazione culturale. Mi spiego con un esempio. Nella mia università abbiamo notato che, durante le lezioni online, molti più studenti intervenivano, usando la chat, per porre domande ai docenti. Anche i più timidi, quelli che in classe magari non parlano mai, grazie a questo strumento si sentivano liberi di farsi avanti.

Allora mi dico, perché non pensare a un nuovo metodo di valutazione degli allievi, dove, per dire, una parte del voto finale sia attribuito dai compagni di classe o di corso, che esprimono un giudizio su quanto siano state utili le domande poste dai propri colleghi?

Insomma, credo che il prossimo anno ripartirà ancora con qualche inevitabile “ibrido” tra didattica in presenza e online, ma in futuro potremmo vedere un positivo interscambio tra queste due modalità, se avremo la capacità di sfruttare al meglio le potenzialità di entrambe.

Michele Domaschio

Michele Domaschio

Discorso diverso è quello che riguarda, invece, le opportunità date ai giovani, anche in relazione a questa sfida futura. Finché avremo un paese così diviso, anche sul fronte della dotazione di strumenti tecnologici e di efficienza dei servizi (il problema della banda larga al sud, tanto per essere chiari), come pensiamo di realizzare l’uguaglianza di condizioni d’accesso all’istruzione proclamata dalla Costituzione»?

Ultima domanda. La pandemia ha distolto i Romani dalle questioni calcistiche delle due società capitoline? «Il termometro del tifo a Roma sono i tassisti. Appena sali in macchina, hai giusto pochi secondi per capire la fede professata nell’abitacolo, se giallorossa o biancazzurra, e adeguarti di conseguenza.

Ci sono segnali visivi, portachiavi, adesivi, gagliardetti penzolanti dal retrovisore, e poi ci sono le radio: se anche ti sfuggisse tutto il resto, l’incessante blablabla sulle alterne vicende della squadra del cuore riesce a fugare qualsiasi dubbio.

In questo periodo, per forza di cose, ho avuto poche occasioni per arricchire la mia cultura grazie a queste emittenti, ma mi dicono che specie sulla sponda laziale si alimenti un germe sempre presente nel tifo della capitale: il complottismo. In pratica, lo stop al campionato, e peggio ancora l’ipotesi di non riprendere la competizione, sarebbe un diabolico piano ordito dai potentati calcistici del nord per soffiare ai biancocelesti l’agognato scudetto, che quest’anno sembrava una meta raggiungibile. Per i romanisti, invece, l’interruzione forzata è l’occasione buona per trastullarsi, con il consueto bonario cinismo, sulle vicende legate al nuovo stadio e ai nuovi assetti societari.

Nel frattempo, ahimè, i murales di Totti e compagni sbiadiscono fino quasi a scomparire dalla scenografia della città».

Antonio Mazzei

Antonio Mazzei
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Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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