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I rapporti da rivedere e ridefinire tra Regioni e Governo

Le Regioni hanno agito come gruppo di pressione, unito temporaneamente, nel rivendicare l’apertura a condizioni più favorevoli per le imprese, mettendo in subordine la salute degli abitanti.

Le Regioni hanno agito come gruppo di pressione, unito solo temporaneamente, nel rivendicare l’apertura a condizioni più favorevoli per le imprese, mettendo in subordine la salute dei propri abitanti.

La convulsa fase finale della definizione delle linee guida per la ripartenza di oggi 18 maggio, conclusasi con un braccio di ferro nel cuore della notte di sabato, ha messo in evidenza tanti problemi. L’intesa raggiunta riduce le distanze previste rispetto a quelle decise in precedenza su forte pressione delle Regioni che ora hanno la responsabilità di richiudere nel caso di nuova impennata dei contagi.

L’intesa non è stata sottoscritta dalla Campania perché il presidente De Luca intende posticipare l’apertura di alcune attività. Certamente, quando si raggiunge un’intesa, dopo un duro scontro, tutti si dicono soddisfatti, ma se si vuole migliorare effettivamente la situazione è necessario valutare con franchezza e rigore quanto è successo.

Durante tutte le ultime settimane, le Regioni hanno spinto, sulla base della sollecitazione del mondo produttivo, per aprire il più presto possibile, e hanno premuto, fino minacciare di far saltare il confronto, affinché si accorciassero le distanze sociali previste per le diverse attività, e perché questo risultato fosse gestito, con eventuali adattamenti, dalle singole Regioni.

Il governo, alla fine, ha subito questa pressione e l’accordo riflette esattamente questo rapporto. In tal modo le Regioni hanno agito come gruppo di pressione, unito solo temporaneamente, nel rivendicare l’apertura a condizioni più favorevoli per le imprese, mettendo in subordine la salute dei propri abitanti.

Ad accordo concluso si sono subito divisi; De Luca non ha firmato e Luca Zaia, come al solito si è premurato di affermare che la linea vincente è stata quella del Veneto. Nel complesso le Regioni, più che come istituzioni, hanno agito come lobby, pronte poi a dividersi, come hanno dimostrato più volte quelle a gestione centro destra, sulla base della linea del relativo partito.

Basterebbe, ad esempio, verificare la posizione sul Mes, che sarà una prossima decisione da prendere, per verificare un guazzabuglio di posizioni. In conclusione, le Regioni rappresentano una istituzione di incerta identità che si regge su un rapporto quasi sempre conflittuale con il governo centrale e di centralizzazione nei confronti dei Comuni.

Una realtà da ridefinire per superare il caos istituzionale che si determina ogni volta che occorra gestire un problema nuovo. Stupisce perciò il giudizio del tutto positivo del rapporto governo-Regioni in tale occasione, da parte del sottosegretario all’interno Variati, secondo il quale si è andati oltre, in positivo, la leale collaborazione e si è individuato un modello di riferimento per la riforma dell’autonomia.

Come veneto, o ha avuto le traveggole, o ha aderito acriticamente a quella superficiale concezione secondo cui il decentramento è positivo per principio. Una concezione sulla quale Zaia ha costruito la sua popolarità a basso prezzo, e che tanti problemi sta creando al nostro Veneto e al suo futuro.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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