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Ambiente

Mal’Aria 2020, a Verona e in Veneto bisogna cambiare marcia

Traffico e agricoltura emergono come primi responsabili dell’emissione di smog in ogni capoluogo di Regione. A Verona il traffico si attesta al 42% del totale di Pm10

Verona-Traffico - traforo

Giovedì 14 maggio – «Contro smog e cambiamento climatico serve applicare limitazioni in tutta la regione, investire nella mobilità pubblica, elettrica e condivisa ed incentivare lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile».

Queste le dichiarazioni diLegambiente Veneto dopo l’uscita del dossier Mal’Aria Veneto 2020, volto a fare chiarezza sulle principali fonti emissive dell’inquinamento atmosferico tanto a livello regionale quanto locale, grazie alla fotografia dello smog negli agglomerati urbani.

I dati del dossier, confermano come prima causa di inquinamento il traffico, dato confermato anche dalla significativa riduzione delle concentrazioni di inquinanti in atmosfera durante il periodo di lockdown che ha visto una riduzione del 20% a febbraio e quasi del 60% a marzo rispetto al mese di gennaio.

Nel dettaglio degli agglomerati, a Padova e Verona il traffico si attesta rispettivamente al 44% e 42% del totale del PM10, ben al di sopra del riscaldamento, che come fonte arriva al massimo a un quarto del totale (rispettivamente il 25% e il 18%) e che nel capoluogo scaligero viene anche superato dall’agricoltura con il 22%.

Per quanto riguarda invece Vicenza e Treviso, gli agglomerati risultano più vicini alla media regionale, con rispettivamente il 33% e 34% di Pm10 prodotto dal traffico e con il 27% e 39% originato dal riscaldamento; e valori analoghi si riscontrano anche misurando solo i valori dell’area metropolitana di Venezia, con il traffico che produce il 34% di PM10 e il riscaldamento al 37%; mentre i dati complessivi del comune capoluogo di regione mostrano che macro-settori che in assoluto su scala regionale producono il PM10 sono l’energia (35%) e l’utilizzo di macchinari, in particolare dell’attività marittima (31%).

Insieme alla città di Belluno, che a causa della posizione geografica, vede un uso preponderante delle biomasse, che arriva a produrre il 62% del totale di PM10, chiude l’analisi del dossier il comune di Rovigo capoluogo dove il traffico incide sul 40% sul totale del PM10, seguito dal riscaldamento (24%) e dall’agricoltura che si assesta su valori significativi per una singola città (13%).

Sebbene vi sia stato il lockdown, il dossier di Legambiente indica il primo trimestre del 2020 come il peggiore degli ultimi 5 anni. «Non si tratta di valori eccezionali – sottolinea l’associazione ambientalista – ma di una triste conferma di una situazione stagnante: negli ultimi 10 anni ben 6 capoluoghi su 7 hanno sistematicamente superato i limiti di legge di 35 giorni con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi per metro cubo, superando di quasi il doppio la media annuale di 20 μg/mq suggerita dall’OMS per tutelare la salute umana. Con gravi danni per la salute dei cittadini: l’Italia è infatti uno dei Paesi in Europa con il più alto numero di morti premature (oltre 60.000 secondo EEA), molte delle quali avvengono in pianura padana».

Stante la situazione, il dossier Mal’Aria Veneto indica come inadeguate le misure attualmente in vigore: se da una parte, infatti, mancherebbe una generale strategia di coordinamento regionale, dall’altra le amministrazioni locali sembrano applicare le ordinanze in maniera troppo disomogenea. Da una ricerca dell’associazione è emerso come «diverse misure fatichino ad essere fatte rispettare, ed inoltre, insieme al comune di Belluno, non ha risposto alla richiesta di accesso agli atti sui controlli effettuati il comune di Verona».

Secondo l’associazione, dall’indagine risulterebbe anche che «l’eventuale effetto dello smog sul coronavirus è un’ipotesi che dovrà essere accuratamente valutata con indagini estese e approfondite. Ma l’aria che respiriamo è malata e l’esposizione a inquinamento atmosferico sembra favorire lo sviluppo della malattia Covid-19».

Oltre a delineare cause e problematiche, tuttavia, il dossier elenca anche alcune proposte concrete. Tra le azioni più urgenti da attuare nell’ambito dell’accordo di bacino padano, e che la Regione secondo Legambiente deve governare direttamente e non più delegare ai Sindaci, vi sono:

1. L’estensione dell’accordo di bacino padano a tutti i Comuni del Veneto entro ottobre 2021 con responsabilità di cabina di regia per l’adozione di ordinanze omogenee almeno per agglomerato;

2. Puntare il più possibile sullo smart working incentivandolo, a partire dalle amministrazioni locali;

3. Realizzare percorsi ciclabili temporanei con segnaletica orizzontale e verticale amaggior ragione in periodo di post-emergenza Covid;

4. Un censimento dei generatori di calore a biomassa presenti nelle abitazioni civili in modo da attuare un piano adeguato per monitorare e le manutenzioni delle apparecchiature e delle canne fumarie;

5. Il divieto di roghi e di falò all’aperto nel periodo 1 ottobre – 30 marzo sin dal livello di criticità zero, eliminando le possibilità di deroga nei periodi festivi;

6. Impedire con ordinanza regionale ad hoc, la possibilità di derogare al divieto di spandimento di liquami in agricoltura nel periodo di ordinanze antismog.

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