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Covid-19, ma il Veneto poteva aiutare la Lombardia?

INCHIESTA – Negli ospedali di Bergamo e Brescia per i malati gravi nelle terapie intensive non c’era più posto mentre in Veneto la situazione è sempre stata sotto controllo.

INCHIESTA – Negli ospedali di Bergamo e Brescia per i malati gravi affetti da Coronavirus non c’era più posto mentre in Veneto la situazione era sotto controllo. Il picco nelle terapie intensive nella provincia scaligera si è avuto il 30 marzo con 114 pazienti, quando già dal 15 marzo era attivo il Piano di emergenza che aveva portato da 120 a 173 i posti disponibili. Quando la Lombardia scoppiava e rivolgeva disperati appelli di aiuto.

Uno tsunami. Così lo hanno chiamato i medici lombardi. La stessa parola utilizzata dal deputato del Partito Democratico Alfredo Bazoli, che a Verona In riferisce di medici bresciani costretti a scegliere tra chi vive e chi muore mentre nella vicina Verona ci sarebbero stati fino a due terzi dei posti letto di terapia intensiva ancora disponibili. Bazoli non ce l’ha con il presidente del Veneto Luca Zaia né con Verona bensì con un sistema sanitario che non avrebbe consentito “di sfruttare i letti di terapia intensiva di ospedali a mezz’ora di macchina da Brescia, come a Verona, dove per fortuna l’epidemia non è esplosa come da noi, e i posti sono ancora per una parte rilevante non utilizzati”.

Era il 23 marzo: negli ospedali veronesi 88 persone si trovavano ricoverate nelle terapie intensive dedicate ai casi Covid. Verona stava diventando il nuovo focolaio veneto e si stava attrezzando con nuovi posti dotati di ventilatori e ossigeno per le cure intensive mentre a Brescia il primario di cardio-rianimazione degli Spedali Civili di Brescia, in un appello video, raccontava di condizioni estreme con terapie intensive al collasso.

I numeri
La provincia scaligera stava passando dai 120 posti normalmente disponibili prima dell’emergenza ai 173 previsti dalla riorganizzazione di Regione Veneto attraverso il cosiddetto Piano di Emergenza approvato il 15 marzo e che ha messo in conto di dotare gli ospedali di tutta la regione di ulteriori 331 posti letto di terapia intensiva in aggiunta ai 494 già disponibili, per un totale di 825. L’ospedale di Borgo Trento passa così da 66 a 78 posti, Borgo Roma da 12 a 18, Legnago ne conferma 8, San Bonifacio da 8 a 10, Villafranca da 6 a 28, la clinica Pederzoli di Peschiera del Garda da 12 a 18 e il Don Calabria di Negrar da 8 a 13.

Dalle informazioni di Ulss 9, già il 13 marzo a Verona era stata sospesa l’attività chirurgica programmata e quella specialistica ambulatoriale non urgente per “preservare i posti letto in area intensiva in previsione di un massiccio afflusso di pazienti”. Gli ultimi dieci giorni di marzo saranno i peggiori per gli ospedali di Verona, che il 30 marzo registra il picco di 114 pazienti nelle terapie intensive, arrivando così a saturare il 66% dei posti programmati dal Piano di emergenza.

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Annalisa Mancini
Written By

Annalisa Mancini è nata il 25 dicembre 1979, frequenta l’istituto tecnico per corrispondenti in lingue estere. Dal lago di Garda, dove vive fino al 1998, si trasferisce prima a Trieste per gli studi in Scienze Politiche e poi a Berlino. Completa il suo sguardo sul mondo viaggiando, leggendo e scrivendo, è interessata soprattutto al giornalismo d’inchiesta, alla politica nazionale e internazionale e alle questioni ambientali. Tornata a Verona, fonda una sezione di Legambiente e lavora anche come editor e correttrice di bozze. Ha collaborato con Il Piccolo di Trieste, ilveronese.it, ilgardesano.it, Il Corriere del Garda, Radio Garda FM, RuotaLibera di FIAB, corriereditalia.de. mancini.press@gmail.com

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