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Torniamo al Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita

Nella UE c’è chi ha ben lavorato per impedire che si realizzasse una vera federazione europea, tale da porsi sullo scenario internazionale, con la stessa forza di USA, Russia e Cina.

Europa

C’è chi ha ben lavorato per impedire che si realizzasse una vera federazione europea, tale da porsi sullo scenario internazionale con la stessa forza di USA, Russia e Cina che, ovviamente, preferiscono trattare con i singoli stati piuttosto che con l’Unione.

Sono convinto che per il bene dei popoli europei ci sia bisogno di una vera Europa unita, solidale e realmente federata. Non dell’Europa della finanza e della burocrazia che abbiamo ora, ma di quella sognata da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi che, nel Manifesto di Ventotene, per un’Europa libera e unita, prefiguravano la necessità di fondare una federazione europea con un parlamento e con un governo democratico e soprattutto con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera, superando il precedente Pan-Europa, scritto da Kalergi nel 1922, che auspicava un’unione europea a guida tecnocratica.

Purtroppo, a mio modesto parere, non si è realizzato né l’uno, né l’altro progetto, ma si è partorita un Europa a guida burocratica. Non è nata una federazione di Stati, con una costituzione comune che, pur definendo una moneta unica, permettesse la conduzione comune di ambiti fondamentali quali la difesa, la politica ed il commercio estero, e soprattutto un parlamento ed un governo europeo con poteri reali.

È stata costruita una struttura costosa e complessa che, causa le nostalgie dei francesi per una loro rimpianta grandeur, sono state realizzate due sedi per il Parlamento europeo: Bruxelles e Strasburgo, con dispendio di energie, tempo e soldi. È stato calcolato che se si portassero tutti i lavori del Parlamento a Bruxelles, si avrebbe un risparmio di 103 milioni di euro all’anno.

Lo stesso allargamento dei membri dell’Unione europea, che dai sei stati fondatori (Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi), è arrivata agli attuali 27: alcuni con caratteristiche strutturali idonee a non rallentare il processo di federazione europea; altri, come le nazioni dell’ex cortina di ferro, non ancora pronte, sono state e sono un deleterio freno.

Tornando all’oggi, sembra che la tragedia della pandemia stia mettendo in luce che tipo di unità europea è stato realizzato; e forse verrà finalmente chiarito se ci sarà un’evoluzione in senso federale, unitario e solidale, oppure se sarà esasperata ulteriormente la difesa degli interessi dei vari stati. Probabilmente si capirà meglio quali partiti hanno e stanno strumentalizzando l’UE per meschini interessi di bottega, e quali invece, la ritengono indispensabile, anche se radicalmente modificata, per il nostra benessere.

Purtroppo, gli egoismi, gli interessi di parte e le furberie di alcuni stati, hanno travisato il progetto iniziale. La mancanza di potere reale del Parlamento, i limiti di solidarietà verso gli stati più deboli, un sistema fiscale non unitario, la mancanza di una politica comune di tutela dell’ambiente, la troppa facilità di opporre veti, un sistema monetario che ha favorito e favorisce gli stati più forti, l’ostilità verso un sistema di difesa comune, il rifiuto da parte della Francia di cedere il proprio seggio permanente all’ONU per sostituirlo con uno comunitario, e altre decisioni che hanno privilegiato le trattative indipendenti dei singoli stati, rispetto a quelle comunitarie, hanno ridotto l’UE, che potrebbe essere la prima potenza economica del pianeta, ad essere del tutto ininfluente sullo scenario politico e militare, non solo nelle aree più lontane, ma anche nelle zone vicine, i cui effetti ci riguardano direttamente.

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Le “quinte colonne”, all’interno della UE, hanno ben lavorato perché si impedisse che si realizzasse una vera federazione europea, tale da porsi sullo scenario internazionale, con la stessa forza di USA, Russia e Cina che, ovviamente, preferiscono “trattare” con i singoli stati piuttosto che con l’Unione. Attualmente, mi sembra che l’UE sia ridotta ad una sorta di grande contenitore, in cui ogni stato fa quello che gli procura più vantaggi, addirittura in spregio delle regole minime della democrazia, vedi Orban in Ungheria, o riguardo la correttezza fiscale tra soci membri.

Nelle pieghe di questa situazione, di liberismo eccessivo, si sono inseriti gli interessi di molte società italiane che, scoperti i paradisi fiscali dell’Olanda, non si sono fatte scrupolo di spostare in quei luoghi la propria sede fiscale. I Paesi Bassi, assieme a Irlanda, Lussemburgo e Cipro, negli anni passati hanno attirato molte multinazionali grazie alle favorevoli aliquote sugli utili ed alla possibilità di trovare le cosiddette ottimizzazioni fiscali, cioè i sistemi da adottare per abbattere a livelli minimi le somme effettivamente versate all’erario. Questi stratagemmi, anche se tardi, hanno provocato dure critiche ed una reazione delle autorità di Bruxelles.

Che la mancata armonizzazione dei sistemi fiscali sia uno dei maggiori punti deboli dell’unione monetaria è cosa nota, ma c’è un aspetto particolare che rende il tema fortemente politico, nonché legato in modo stretto alla battaglia per gli eurobond e del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) senza condizioni.

Uno degli stati maggiormente ostili contro i sistemi finanziari solidali, per affrontare i costi derivati dalla pandemia, sono i Paesi Bassi. Ma è lecito chiedersi se i loro floridi bilanci siano solo il prodotto di una gestione oculata delle loro risorse finanziarie, oppure di qualche politica fiscale “piratesca” a spese degli stati che ora stanno duramente criticando. Ebbene, si può affermare che i conti in ordine dell’Olanda, sono dovuti anche alla sua legislazione in tema fiscale, troppo disinvolta, e tollerata da Bruxelles, che le ha permesso di assorbire notevoli entrate e investimenti, che sarebbero dovuti essere incassati da altre nazioni dell’UE.

Uno dei principali temi che l’Unione dovrebbe affrontare è proprio quello della mancata armonizzazione dei sistemi fiscali, che si è rivelato uno dei punti deboli dell’unione monetaria. Infatti, lo spostamento di flussi di denaro da una nazione all’altra, nell’Unione Europea, si può fare per la presenza di più Stati con un sistema fiscale disinvolto.

Nel 2015 Bruxelles obbligò l’Irlanda, altro paradiso fiscale europeo, a riformare alcune sue norme troppo spigliate. Mentre dal primo gennaio di quest’anno, l’ Olanda ha introdotto nelle sue normative la direttiva europea ADAT 2 contro l’evasione fiscale. Però, per 25 anni è stato permesso all’Olanda di agire come un paradiso fiscale nel cuore dell’Unione; ora, forse, Bruxelles sta imponendo alcuni giusti ma tardivi paletti.

Detto questo, non mi pare che i Paesi Bassi siano i più adatti a comportarsi da rigidi gendarmi delle finanze europee. A tale riguardo, riporto un appello che l’ex cancelliere Gerard Schroeder ha rivolto alla sua Berlino: “dopo aver preso, è il momento di restituire”.

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Temo che, se non si tornerà  al “Manifesto di Ventotene, per un’Europa libera e unita” di Spinelli e Rossi, per l’UE ci sarà un futuro sempre più buio.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Written By

Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

1 Comment

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  1. Maurizio Danzi

    20/04/2020 at 12:24

    Il mio federalismo, pur avendo nel cuore un posto particolare per il Manifesto di Ventotene, (le mie radici politiche le trovo in Giustizia e Libertà e nel Partito d’Azione), in realtà affondano nella Comune di Parigi. Vorrei ricordare quel momento che – dopo le rivoluzioni borghesi (assolutamente nazionaliste) dall’89(92) al 48 – fu il primo segno di un federalismo in nuce.
    Con i 30.000 morti in una settimana (commessi dall’esercito francese, si badi, e non prussiano. Quello era si un esercito popolare), come ci ricorda Hobsbauwn, i borghesi al potere non fanno prigionieri. Poi mi sono rinvigorito con le letture nei primi anni’70 di un giovane consigliere economico di F. Mitterand (ora lo possiamo trovare come inventore dell’esperienza di Macron): Jaques Attali. Nonostante la lunga e dura battaglia condotta nella sinistra, per esempio dal Professor Cacciari, non vedo leaders che possano condurre una politica di così ampi orizzonti. Mala tempora currunt

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