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Economia e lavoro agricolo, le sfaccettature portate dal Covid-19

Coldiretti apre un portale per assumere personale, Flai Cgil Verona non ritiene giusto che Agri.Bi sia intermediatore di manodopera: le problematiche portate dal virus.

Coldiretti apre un portale per assumere personale, Flai Cgil Verona non ritiene giusto che Agri.Bi sia intermediatore di manodopera: sono molte le problematiche portate dal virus a livello organizzativo.

«Sono 1500 le candidature volontarie in Veneto di studenti, cassa integrati e pensionati che esprimono il desiderio di dare una mano agli agricoltori in piena campagna di raccolta asparagi, fragole, insalata e altri ortaggi».

A dichiararlo è Coldiretti che, mercoledì 15 aprile, ha presentato ufficialmente la piattaforma Job in country autorizzata dal Ministero del Lavoro con le aziende agricole che assumono.

L’iniziativa, infatti, favorisce gli incroci tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura. Imprese e lavoratori possono iscriversi e Coldiretti attraverso la rete territoriale assicura la stipula del contratto. Parallelamente al debutto del sito web è stato, inoltre, siglato il protocollo d’intesa tra Coldiretti Veneto e Regione del Veneto per una collaborazione a 360 gradi con Veneto Lavoro e per il tramite dei Centri per l’Impiego per consultare gli elenchi dei lavoratori disponibili, per incrementare le occasioni di formazione, valorizzando, anche a livello regionale, il mercato del lavoro “on line” del portale Job in Country  in sinergia con la piattaforma ClicLavoroVeneto.

«Incoraggiante per il settore ricevere veri e propri appelli per trovare un’occupazione – ha dichiarato Daniele Salvagno, presidente regionale e provinciale di Coldiretti –, ma anche per sostenere in prima persona la produzione di frutta e verdura messa a rischio dalla mancanza di manodopera estera stagionale ferma nei Paesi d’origine a causa dell’emergenza sanitaria. Oltre a sentirsi utili per una giusta causa, ovvero assicurare il Made in Italy a tavola, c’è nel profondo l’interesse per un mestiere svolto a contatto con la natura e caricato di una grande responsabilità sociale: garantire l’approvvigionamento di cibo alla collettività».

Sul fronte del lavoro agricolo, però, non è tutto rose e fiori: Mariapia Mazzasette, segretaria provinciale Flai-Cgil Verona, ha spiegato il voto contrario della Cgil nel Comitato di Gestione di Agri.Bi (l’ente bilaterale per l’agricoltura) dopo che  venerdì 10 aprile ad Agri.Bi è stata ipotizzata un’attività di intermediazione di manodopera. «L’ipotesi ci ha sempre visto contrari – ha dichiarato Mazzasette –, a nostro modo di vedere, incompatibile con la mission del Sindacato. Ci erano state fornire ampie rassicurazioni sul fatto che Agribi, di cui come Cgil siamo soci e fondatori, non avrebbe mai svolto direttamente attività di intermediazione. Era stato trovato un punto di mediazione nell’impegno a fornire all’agenzia regionale Veneto Lavoro il massimo sostegno informativo su domanda e offerta di lavoro del settore. La decisione di venerdì, tuttavia, precostituisce un ruolo diverso di Agri.Bi».

Nel mentre, Confagricoltura Verona si dichiara sconcertata dal servizio della trasmissione Report andato in onda il 13 aprile, che associava il ruolo degli allevamenti alla pandemia da Covid-19. Per il presidente dell’associazione Paolo Ferrarese si tratterebbe infatti «di una fake news che danneggia enormemente il settore zootecnico oltre che essere un fatto senza evidenza scientifica e di una gravità abnorme».

Secondo Confagricoltura, inoltre, l’inchiesta di Report che indica gli allevamenti come responsabili di emissioni di Pm10 e Pm2,5 sarebbe del tutto non fondata: «In seguito alle restrizioni sanitarie adottate per fronteggiare l’emergenza coronavirus – ha sottolineato Ferrarese –, come il blocco della circolazione e la chiusura di attività produttive, si è verificata una riduzione dell’inquinamento dell’aria pari al 30%. Eppure gli allevamenti sono sempre rimasti aperti: non abbiamo spento le vacche, che mangiano come prima, ma solo i motori e le fabbriche per un po’. Del resto anche l’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha certificato che l’agricoltura è responsabile di emissioni di PM10 e PM2.5 in percentuali nettamente inferiori e meno significative a quelle di altri comparti produttivi».

Dopo, invece, la concessione della riapertura delle librerie, si dice molto soddisfatto Paolo Ambrosini, libraio di San Bonifacio, presidente provinciale e nazionali Librai Ali-Confcommercio. «A quanti tra i miei colleghi sono preoccupati – ha dichiarato Ambrosini –, voglio ricordare che aprire non significa rinunciare agli strumenti emergenziali che il governo ha varato che sono confermati; fare impresa, essere imprenditori, significa comunque avere la forza e il coraggio di superare i momenti difficili come questi, in cui fare associazione non è facile perché le difficoltà aumentano le spinte al movimentismo e alle opinioni non organizzate, ma sono e resto convinto più che mai in queste ore che mio dovere sia lottare per dare prospettiva alle nostre aziende e far sì che le librerie aprano e non chiudano, il tutto sempre nel rispetto delle decisioni che le autorità ritengono di dover assumere e del giusto equilibrio tra tutela sanitaria e la libera iniziativa d’impresa».

Per venire incontro alle aziende e a chi ha perso il lavoro a causa del Coronavirus, inoltre, Agsm ha previsto la rateizzazione delle fatture emesse dal 15 marzo al 30 maggio in tre rate mensili, senza applicazione di interessi.

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    Ivan

    16/04/2020 at 10:43

    Se i “braccianti agricoli” non fossero stati pagati in nero ma regolarmente assunti, la situazione sarebbe diversa. E non statemi a dire che il sistema era così, perché Tizio prendeva pochissimo (allora sono giustificati i lavoratori nei container?) e Caio tantissimo (mi chiedo anche in questo caso il perché) Il lavoro si è gestito in quel modo, diventando una sorta di far west, è ovvio che ne facciano le spese i pochi onesti.
    E se cominciassero a mettere le cose in regola, credete che chiuderanno le aziende? Io dico di no. Semplicemente, si lavorerebbe tutti, si lavorerebbe meglio, e soprattutto con più sicurezza e dignità.

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