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Influenza Spagnola
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Salute/Benessere

I nomi che abbiamo dato ai virus, dai primi falsi storici al Covid-19

Fino a poco tempo fa il coronavirus veniva chiamato virus cinese o virus di Wuhan, con la conseguente stigmatizazzione della comunità cinese. La stessa cosa è successa all’Italia.

Fino a poco tempo fa il coronavirus veniva chiamato virus cinese o virus di Wuhan, con la conseguente stigmatizazzione della comunità cinese. Alla fine di febbraio è successa la stessa cosa all’Italia.

La giornalista scientifica Laura Spinney nel suo libro 1918 l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio editori), pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano l’anno dopo, analizza con estrema efficacia i risvolti economici, sociali e culturali della pandemia, sviluppatasi negli anni 1918-19 in tutto il mondo.

Oltre all’analisi scientifica della malattia e del suo dilagare, Spinney si sofferma sulla storia del nome di questa e di altre epidemie mondiali. Dare un nome ad una minaccia per la vita è una delle prime preoccupazioni dell’umanità, che cerca di identificare il proprio nemico per poterlo sconfiggere. Il problema è che chi osserva l’evolversi di un’epidemia non sempre ha una visione globale e imparziale del fenomeno e questo ha creato, e crea anche oggi, molti problemi.

Basti pensare che fino a poco tempo fa il coronavirus veniva chiamato “virus cinese” o “virus di Wuhan“, con la conseguente stigmatizazzione della comunità cinese. Alla fine di febbraio è successa la stessa cosa con il nostro Paese, l’immagine dell’Italia come epicentro dell’epidemia trasmessa da molte televisioni straniere ha acutizzato lo stato di inquietudine e disorientamento già ampiamente creato dallo svilupparsi della malattia stessa.

Diventa quindi una questione di interesse mondiale l’etimologia della malattia e per questo dal 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si è dotata di precise linee guida per assegnare i nomi alle nuove malattie. Il battesimo dell’attuale coronavirus avviene l’11 febbraio 2020, quando Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, lo nomina ufficialmente Covid-19, acronimo di Co (corona) Vi (virus) D (disease, malattia) e 19 (l’anno di identificazione del virus).

Il nuovo nome rispetta le indicazioni stabilite secondo le quali la denominazione non deve contenere riferimenti a luoghi, persone, animali o cibi specifici, né parole che possano generare paura come “fatale” o “ignota”. L’iter “anagrafico” in realtà è piuttosto lungo: dalla generica famiglia di virus denominata Coronavirus si passa all’inizio dell’epidemia a 2019-nCoV, al successivo Sars-CoV-2, al definitivo Covid-19.

coronavirus

L’assegnazione del nome non è una questione semplice e anche nel recente passato, quando apparentemente tutte le regole sembravano essere state rispettate, si sono verificati vari problemi, come per esempio per la Sars, acronimo per Severe acute respiratory syndrome (sindrome respiratoria acuta grave). Apparentemente il nome era in regola ma alcuni abitanti di Hong Kong, uno dei luoghi in cui nel 2003 si scatenò il focolaio, non furono felici della scelta, in quanto Sar è il suffisso presente anche nel nome ufficiale del paese (Hong kong Speciale Administrative Region).

Ecco che è quindi fondamentale chiamare le cose con il loro nome e scegliere un linguaggio oculato. Per questo, sempre l’OMS, in collaborazione con l’International Federation of Red Cross e Red Crescent Societies e Unesco, ha messo a punto, agli inizi di marzo, una guida per prevenire e affrontare lo stigma sociale associato a Covid-19. Per stigma sociale si intende l’associazione negativa tra una persona o un gruppo di persone che hanno in comune determinate caratteristiche e una specifica malattia.

La guida sostiene l’importanza di un linguaggio corretto in quanto “l’uso della terminologia criminalizzante o di un linguaggio iperbolico o la condivisione di informazioni non confermate alimentano lo stigma, consolidando stereotipi o ipotesi negative, rafforzando false associazioni tra la malattia e altri fattori”.

Ci sono molti esempi concreti di come l’uso di un linguaggio inclusivo o di una comunicazione finalizzata a creare fiducia nei servizi sanitari e nelle raccomandazioni sanitarie affidabili possano contribuire a controllare epidemie e pandemie. Riportando lo sguardo al passato, che ha spesso risposte per il futuro, la Spinney osserva come l’origine dei nomi di malattie a noi note sia strettamente legato al condizionamento sociale.

L’influenza suina, veniva trasmessa dagli esseri umani, non dai maiali, eppure dopo un focolaio scoppiato nel 2009, alcuni paesi vietarono l’importazione di carne di maiale. Il virus Ebola, che prendeva il nome dal fiume Ebola nell’Africa centrale, primo focolaio nel 1976, quasi quarant’anni dopo, nel 2014 diventa un’epidemia dell’Africa occidentale. L’influenza spagnola, che tra il 1918 e il 1920 uccise circa 50 milioni di persone, non deve il suo nome al fatto che ebbe come epicentro la Spagna, le motivazioni sono altre. Come sostiene Spinney «nel 1918 il mondo era in guerra e molti governi avevano un incentivo a incolpare i paesi vicini di una malattia tanto devastante. Per questo le furono date decine di nomi diversi».

Quando a maggio la malattia arrivò in Spagna, la popolazione era convinta che venisse da fuori e aveva ragione; quello che non sapeva era che già in America e in Francia c’erano stati parecchi morti per questa influenza. Le informazioni inerenti alla malattia però non circolavano perché sottoposte a censura; i medici dell’esercito francese la chiamavano genericamente “malattia undici”. Il mondo era in guerra e non si voleva demoralizzare la popolazione. La Spagna invece era un paese neutrale e la stampa non subiva la censura, quindi i giornali riportarono puntualmente le notizie sul diffondersi dell’epidemia. I francesi e gli altri stati europei appresero dai giornali spagnoli che i due terzi dei madrileni si erano ammalati nel giro di tre giorni. Francesi, inglesi e americani ignorando la reale situazione dei loro stati, e con la complicità dei loro governi, cominciarono da allora a chiamarla influenza spagnola.

Nello scenario mondiale questa malattia continuò ad avere diversi nomi e i paesi continuarono ad accusarsi a vicenda: in Senegal era “l’influenza brasiliana”, in Brasile “l’influenza tedesca”, mentre in Danimarca pensavano venisse “dal Sud”. Quando fu evidente che si trattava di una pandemia globale fu mantenuto il nome già usato dagli stati più potenti, cioè i vincitori della guerra, e rimase così il termine “influenza spagnola”, scolpendo sulla pietra questo falso storico.

Conoscere l’origine e la storia di un nome ed usarlo in maniera appropriata è il primo passo per veicolare correttamente le informazioni.

Marta Morbioli

Marta Morbioli
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Marta Morbioli, veronese, laureata in Filologia Italiana presso la Facoltà di Lettere di Verona, specializzata in libri antichi con un Master in Storia e tecnica dell’editoria antica. Da sempre vive vite parallele tra la passione per la storia e le sue fonti e il lavoro come knowledge management. Il suo obiettivo è sfidare le leggi della matematica e far incontrare le due strade.

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