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Emergenza Covid-19 e decreto: l’economia locale vede nero

Giù le serrande per gli artigiani, negozi in perdita, poca sicurezza per gli operatori delle cooperative, la Camera di Commercio teme la disoccupazione e il turismo vede già saltata la stagione 2020.

Giù le serrande per le imprese artigiane, negozi in perdita, poca sicurezza per gli operatori delle cooperative, la Camera di Commercio teme un’ondata di disoccupazione e il turismo vede già saltata la stagione 2020.

Dalla mezzanotte di mercoledì 25 marzo, come disposto dai due decreti dell’11 marzo e del 22 marzo, chiuderà il 62,4% delle imprese artigiane veronesi e rimarranno a casa 32.414 addetti, circa il 55,7%. Sono questi i dati secondo l’Osservatorio di Confartigianato Imprese Veneto, che conta un totale di circa 15.471 imprese artigiane che dovranno chiudere.

In tutto il Veneto sono 77.700 le imprese artigiane che abbasseranno la serranda, il 61,6% del totale in Veneto (126.000 circa), mentre gli addetti coinvolti saranno 188.352, pari al 57,5% del totale dell’artigianato veneto.

A comunicare tutta la preoccupazione del caso, il segretario di Confartigianato Verona Valeria Bosco:«Ad oggi nella nostra provincia sono state 900 le imprese che hanno aperto la procedura FSBA di cassa integrazione».

I problemi dati dall’epidemia da Covid-19 e dal nuovo decreto, però, riguarderebbero anche i negozi scaligeri del settore moda, abbigliamento, calzature, accessori, intimo e tessile per la casa. Mariano Lievore, presidente provinciale di Federmoda-Confcommercio, rileva che il più grande problema riguarda la merce già arrivata della stagione primavera-estate: «Essendo già stata consegnata – ha dichiarato Lievore –, nessun fornitore potrà concedere resi e la merce dovrà essere, pertanto, presto pagata. Buona parte di essa non potrà più essere venduta: nella migliore delle ipotesi salterà completamente la vendita della collezione primaverile. A luglio verrà, inoltre, consegnata la collezione autunno-inverno ordinata in tempi non sospetti e questo è un ulteriore costo a cui i commercianti devono far fronte nonostante il mancato incasso di questi difficili mesi».

A tutto ciò si aggiungono anche le spese per affitti, stipendi, pagamento dei commercialisti, e tutto ciò che riguarda la gestione ordinaria dei negozi. In tal senso sono attualmente indirizzati gli interventi di Confcommercio che, ad esempio, avrebbe già presentato al Governo istanze relative alla sospensione dei termini di scadenza di cambiali, titoli di credito e tutti gli atti aventi forza esecutiva. Anche l’annunciato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), con la sua carica da 750 miliardi di euro di titoli da acquistare, potrebbe mitigare gli effetti devastanti del virus e sollevare un tessuto economico ormai allo stremo.

Un’altra categoria in affanno, è quella del benessere. Già dall’11 marzo, con il vecchio decreto, tutti i negozi di parrucchieri, barbieri, estetisti, infatti, sono rimasti chiusi. Ora, secondo Carolina Calmetta, presidente di Confartigianato Benessere Verona, a destare perplessità sarebbe «il non sapere quanto tutto questo periodo possa durare e il rischio che la gente si rivolga ad abusivi e irregolari per tagli e trattamenti».

In queste settimane di emergenza per il Coronavirus, inoltre, circa 15.000 lavoratrici e lavoratori delle cooperative sociali del Veneto sono impegnati nell’erogazione di numerosi servizi essenziali: quelli di assistenza, cura e accoglienza delle persone più fragili, ma anche di altri come la pulizia e la sanificazione degli ambienti.

Compiti delicati, per i quali è indispensabile utilizzare i dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, occhiali protettivi, camici, termometri), a tutela della propria e dell’altrui salute. Dispositivi la cui reperibilità sul mercato purtroppo risulta oggi pressoché impossibile, con grave rischio per la continuità stessa di tali servizi.

A evidenziarlo unitariamente, esprimendo la loro forte preoccupazione, sono le sigle venete di Confcooperative-Federsolidarietà, Legacoop, Fp Cgil, Fp Cisl, Fpl Uil e Uil Tucs, che lanciano insieme un appello: «Chiediamo a tutte le istituzioni e alla Protezione civile di garantire anche agli operatori di questi settori i dpi necessari, a seconda dei diversi bisogni dei singoli servizi, affinché possano operare in sicurezza loro stessi e, al contempo, tutelare le persone vulnerabili a cui prestano cura. Solo così si potrà continuare ad assicurare servizi indispensabili per la comunità, che non possono fermarsi e che in molti casi consentono alle persone di continuare a vivere più “normalmente” in questi frangenti così difficili».

E un altro allarme lo lancia la Camera di Commercio di Verona: di fronte ad un crollo di incassi e fatturato, infatti, le imprese «si troveranno in una crisi di liquidità e saranno portate a ritardare o congelare i pagamenti ai fornitori, e persino ai dipendenti, generando un effetto a cascata di contrazione della liquidità di tutto il sistema economico. A causa di questo liquidity crunch molte aziende potrebbe cessare l’attività o fallire, generando un livello di disoccupazione incontrollabile, mai sperimentato prima».

Sia il presidente della Camera di Commercio Verona Giuseppe Riello che il presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Verona Alberto Mion, sono concordi «nell’invitare tutti gli attori del sistema economico ad atteggiamenti responsabili, per evitare che il sistema finanziario arrivi al collasso».

Sempre più a rischio, invece, la stagione turistica 2020: per le quasi 60 piccole imprese del settore nautico e servizi della sponda veneta del Lago di Garda il conto da pagare appare salatissimo. «Ci vorranno due anni per ricostruire non solo l’immagine dell’Italia e del Lago di Garda – ha dichiarato il presidente di Assonologarda Ilenia Mosele –, ma la stessa capacità competitiva che fino ad ora ci distingueva».

Assonologarda, per bocca della presidente Mosele, ha chiesto alle Istituzioni, ai Comuni, alla Regione e al Governo, un primo forte intervento: «Le priorità sono la sospensione dei pagamenti dei canoni di concessione – ha sottolineato Mosele –, con recupero di un anno di durata e l’applicazione alle concessioni lacuali della Legge n°145/2018 che proroga di 15 anni tutte le concessioni marittime, ma non quelle lacuali, dimenticando che da anni la legge ci ha parificato al marittimo; ciò blocca di fatto coloro che vogliono investire in qualità e soprattutto sicurezza».

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