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Il dramma umano delle carceri emerso con il progredire del virus

La rivolta è stata favorita sia dalla eliminazione delle visite dei famigliari, sia dall’assenza di prevenzione e di informazione sull’epidemia in corso.

La rivolta è stata favorita sia dalla eliminazione delle visite dei famigliari, sia dall’assenza di prevenzione e di informazione sull’epidemia in corso.

Tra gli effetti che il coronavirus ha fatto esplodere c’è stata la drammatica situazione delle carceri nel nostro Paese. L’acutizzarsi delle misure per contrastare l’epidemia ha messo in evidenza una oggettiva impossibilità di far rispettare in carcere le regole di contrasto alla possibilità di contagio per le condizioni di sovraffollamento dei reclusi, l’insufficienza di servizi e un’organizzazione mediamente non rispettosa della dignità e dei diritti umani dei detenuti.

Questa situazione drammatica ha favorito una rivolta in ventidue carceri che ha determinato 14 morti, il ferimento di quaranta tra gli agenti di polizia penitenziaria, una settantina d detenuti evasi solo in parte ripresi, e una serie di danni e macerie per alcune decine di milioni.

Il ministro Alfonso Bonafede, intervenendo alle Camere, ha stigmatizzato questi “atti criminali” e difeso le scelte del governo che, tra l’altro, ha aumentato gli organici della polizia carceraria. La reazione delle opposizioni e di parte della maggioranza è stata particolarmente dura, chiedendo le dimissioni dello stesso ministro e del capo del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) Francesco Basentini.

In realtà la rivolta è stata favorita sia dalla eliminazione delle visite dei famigliari, elemento essenziale per un tollerabile equilibrio della vita in carcere, sia dall’assenza di un progetto di prevenzione e di informazione di fronte al progredire del virus. A parte la ricostruzione di quanto è stato distrutto, rimane il problema della necessità di una politica carceraria degna di questo nome che innanzitutto riduca il sovraffollamento, vero handicap per condizioni più umane della vita in carcere.

Attualmente vivono nelle carceri italiane 61.000 reclusi in strutture che, al massimo, possono accoglierne 47.000 garantendo almeno uno spazio di 3 metri quadrati ad ognuno, e non viene assicurato il tempo previsto fuori dalla cella.

La riduzione dell’affollamento richiede scelte coraggiose per far espiare le pene minori e residue fuori dal carcere, in detenzioni domiciliari, non escluse forme di indulto ove si manifesti la necessità. L’obiettivo rimane quello di rendere possibile, nella costrizione della pena, una prospettiva di speranza e di reinserimento sociale.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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