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Un tipetto da prendere con le molle ma un po’ pallone gonfiato

Sono gli effetti collaterali indiretti e non quelli diretti (malati e deceduti) che rappresentano il vero pericolo e giustificano il grande allarme ed i conseguenti drastici provvedimenti.

Coronavirus

COVID-19, Coronavirus:  sono gli effetti collaterali indiretti e non quelli diretti (malati e deceduti) che rappresentano il vero pericolo e giustificano il grande allarme ed i conseguenti drastici provvedimenti. La normale influenza è responsabile di 6 mila decessi ogni anno.

Il COVID-19 (CoronaVirus Disease 2019) appartiene al ceppo dei Coronavirus responsabili di varie patologie respiratorie più o meno gravi, che vanno dal banale raffreddore alla SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). Si diffonde rapidamente perché è un virus “nuovo” in quanto esito di una mutazione, cioè un virus che si è modificato rispetto a quello originario e che interessava esclusivamente alcune specie di animali selvatici.

I cinesi con l’aumento del PIL hanno imparato a mangiare carne, non più solo riso e verdure. Da prevalentemente vegani sono diventati onnivori, avvicinando tanti animali selvatici. Attraverso la promiscuità con questi, che non erano domestici come i nostrani, il virus ha fatto il salto di specie passando all’uomo. Nulla quindi prescinde dall’ambiente in cui viviamo, proprio a partire dalla salute.

Non essendoci memoria immunitaria, il virus “nuovo” si diffonde rapidamente nella popolazione, fintanto che questa non svilupperà gli anticorpi tra gli infetti. La rapidità della diffusione non dipende quindi tanto dall’aggressività in sé del virus, quanto dal fatto che noi non siamo ancora attrezzati per contrastarlo immediatamente. Abbiamo bisogno di un po’ di tempo per produrre spontaneamente gli anticorpi specifici.

Il rischio di morire tra i malati, cioè la letalità, da non confondere con la mortalità che invece esprime il rischio di morire tra tutta la popolazione che ha generato i malati, non è di molto superiore a quello dell’influenza. Tuttavia si manifesta soprattutto nei soggetti defedati, perché interessati da altre malattie o anziani, quindi con basse difese immunitarie. Eccezioni sono sempre possibili, ma rimangono eccezioni, cioè eventi con probabilità di accadimento molto bassa. Si pensi che la normale influenza è responsabile di 6 mila decessi /anno.

Perché allora provvedimenti così drastici? Perché il rischio è basso per il singolo ma altissimo per la collettività. Forse è proprio questa profonda differenza che non è passata nella comunicazione pubblica. E non è una contraddizione. Se tanti soggetti in un brevissimo intervallo di tempo si ammalassero tutti insieme all’interno di una medesima comunità, tutta la vita sociale ne sarebbe compromessa, anche se alla fine tutti guarissero.

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Per il singolo si tratta di affrontare un rischio non tanto più alto di quello di una influenza, per entità e conseguenze possibili. Per la collettività, ben altra è la difficoltà. L’obiettivo diventa allora quello di diluire temporalmente la diffusione del contagio per scongiurare il blocco dei servizi essenziali, a partire dalla sanità, ma non solo. Tutta l’attività lavorativa ne risentirebbe più drammaticamente di quanto stia accadendo ora. Le ripercussioni sarebbero a cascata e colpirebbero soprattutto i soggetti socialmente più deboli, con conseguenze anche sulla salute.

Sono gli effetti collaterali indiretti e non quelli diretti (malati e deceduti) che rappresentano quindi il vero pericolo e giustificano il grande allarme ed i conseguenti drastici provvedimenti.

Le opinioni della comunità scientifica, a parte qualche raro caso di primazia, sono solo apparentemente contradditorie. Bisogna considerare che non tutte le conoscenze sono in capo ad un’unica professionalità: il virologo padroneggia la biologia del virus, l’infettivologo l’evoluzione clinica della malattia, l’epidemiologo la diffusione della malattia nella popolazione e la protezione civile le azioni necessarie per ottenere l’obiettivo di ridurre i contatti che favoriscono la diffusione della malattia. Se sentiti singolarmente, ciascuno tenderà a sottolineare gli aspetti che ricadono sotto la propria competenza, creando qualche distorsione nel messaggio che raggiunge l’ascoltatore. Per questo è utile riportare ogni valutazione puntuale alla posizione istituzionale cui è affidata la sintesi. Anche per questo è bene fare riferimento esclusivamente alle fonti istituzionali per saperne di più. Diffidare sempre da chi non è in grado di citare fonti accreditate per supportare le proprie affermazioni o di chi si lancia in elucubrazioni complottistiche sullo stile del famoso film “Virus Letale”. Gli articoli che fanno letteratura scientifica si trovano consultando il motore di ricerca PubMed, non altrove.

Che dire infine del panico vestito ubicumque con le “mascherine”, giustificate soltanto per coloro che devono operare a stretto contatto con i malati? La percezione del rischio, al di là delle spettacolarizzazioni mediatiche, è una condizione culturale. Se il rischio produce piacere o vantaggio, pensiamo all’alcol, al fumo di ogni tipo, alle auto, al riscaldamento, al condizionamento, ai salumi ed ai dolci, si abbassa l’apprensione e s’innalza la soglia di tolleranza verso i rischi collegati, dai quali dipendono però la maggior parte delle cause di morte in Occidente. Viceversa, senza contropartita, si scatena il panico e lo stigma, anche se il numero di casi in gioco è migliaia di volte inferiore ad altri che convivono pacificamente con noi. La vita a volte non ha prezzo, a volte vale pochissimo.

Il nostro SSN, che apprezzeremmo per quel che vale solo se lo dovessimo perdere, sta reagendo bene, pur con qualche défaillance:

1. strategica, per il blocco dei voli diretti dalla Cina ignorando però le triangolazioni, invece di mappare e controllare chiunque arrivasse da quel Paese senza ostacolarlo (il Governo centrale);

2. da carenza, per non aver condotto adeguatamente l’anamnesi in pazienti sintomatici che si sono rivolti al PS (Lombardia);

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3. da eccesso, per aver effettuato tanti test in soggetti non sintomatici e per aver acquistato un numero spropositato di per lo più inutili “mascherine” (Veneto);

4. da distorsione del principio di precauzione, per aver assunto provvedimenti interdittivi ingiustificati rispetto al rischio presente (Marche).

Auspicabile è quindi che il rapporto tra Istituzioni centrali e Regioni possa al più presto convergere verso azioni coerenti sull’intero territorio nazionale.

Paolo Ricci
Epidemiologo

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

6 Comments

6 Comments

  1. Laura Muraro

    04/03/2020 at 12:52

    Articolo chiaro ed esauriente.

  2. Stefano Tibaldi

    27/02/2020 at 14:47

    Ottimo articolo, chiaro e centrato.

  3. giuseppe abbate

    27/02/2020 at 13:01

    Mi associo ai complimenti di chi mi ha preceduto; Ottimo e chiarissimo articolo, che fà il punto del problema! Bravo Paolo!

  4. Alberto Ballestriero

    27/02/2020 at 12:00

    Ottimo articolo che centra esattamente il problema!

  5. Luigi

    27/02/2020 at 10:10

    Complimenti per l’articolo.

  6. Luciano Butti

    27/02/2020 at 08:40

    Complimenti Paolo, articolo chiarissimo, più di molti apparsi su media nazionali.

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