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Alberga Ceolari
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Interviste

«Vennero a prendere Perio e lo portarono in Germania»

INTERVISTA – La  tragedia della Seconda Guerra Mondiale raccontata da Alberga Ceolari: «Mio fratello tornò dal campo di concentramento ma morì poco dopo per le percosse subite».

INTERVISTA – La  tragedia della Seconda Guerra Mondiale raccontata da Alberga Ceolari, 100 anni: «Mio fratello fu denunciato dai fascisti».

Alberga Ceolari, veronese, ha compiuto 100 anni pochi giorni fa. I suoi occhi celesti sono vigili e attenti, le mani sono curate anche se non più agili come un tempo. Con voce lenta ma ferma ci regala i suoi ricordi della Seconda Guerra Mondiale, quando abitava a Montorio, in via Lanificio, e aveva l’età per cercare marito ma fu costretta ad armarsi di coraggio per andare a cercare suo fratello.

– Alberga, ha voglia di raccontarmi che cosa successe a suo fratello durante la guerra?
«Sì, sperando che non vengano a prendere anche me. Un giorno due fascisti sono venuti a prendere Perio a casa. Gli dissero che poteva seguirli con le buone oppure gli avrebbero sparato lì, davanti a sua madre. Con loro c’era il vicino di casa che lo aveva denunciato. La notte precedente lo aveva sentito cantare Bandiera Rossa con nostro cugino e un amico, mentre rincasavano. Li hanno portati via tutti. Il giorno dopo io e mia cugina Lina andammo alla caserma Duca per avere notizie sperando di portarli a casa: avevano solo cantato una canzone, non avevano ucciso nessuno. I tedeschi ci dissero che quello che avevano fatto era peggio che uccidere. Ricordo ancora le urla dell’ufficiale: Peggio che uccidere!».

– Cosa ne fu di loro?
«Furono trasferiti al Forte San Leonardo (attuale santuario Madonna di Lourdes, Verona ndr). Ci avevano promesso che li avrebbero trattenuti per un po’ e poi li avrebbero mandati a casa. Nuovamente mia cugina ed io partimmo da Montorio con la speranza di poterli vedere e farglielo sapere. Ricordo la lunga scalinata per salire a piedi fin lassù. Ci hanno perquisite prima di farci entrare, non ci resero la cosa facile. Mio fratello non disse nulla, era fatto così. La seconda volta che affrontai tutti quei gradini lo feci per niente: loro non erano più lì. Attraverso un conoscente riuscimmo a sapere che erano stati portati in Germania, nel campo di concentramento di Mathausen. Non potevamo fare più niente».

– Come si affronta la mancanza e l’attesa?
«Eravamo in pena per lui e per gli altri fratelli che erano al fronte, ma eravamo occupati a restare vivi. Spesso suonava l’allarme antiaereo e mia mamma scappava a perdifiato sulle colline. Portava con sé chiunque volesse seguirla ma non aspettava nessuno. Era pericoloso anche scappare, perché dall’alto avrebbero potuto colpire facilmente un gruppo di persone in fuga. I Camillioni (case popolari a Montorio ndr) dall’alto potevano essere confusi con la vicina caserma dei tedeschi, per questo eravamo a rischio. In casa con noi vivevano degli sfollati: una signora di Borgo Venezia con il figlio. Lei non scappava mai: rimaneva lì e cucinava per tutti. Diceva che non aveva abbandonato la sua casa per fuggire ancora».

– Cosa successe quando arrivò la notizia che la guerra era finita?
«Sapevamo che stavano arrivando gli americani. Lo sapevano anche i tedeschi e iniziarono a ritirarsi. Erano nel nostro cortile con le armi spianate, pronti a colpire qualunque cosa si muovesse. Noi eravamo tutti sdraiati sul pavimento, sotto i letti. Una ragazza assisteva alla scena affacciata alla sua finestra in fondo alla strada, era molto distante e si sentiva al sicuro. Le hanno sparato in fronte, non lasciandole scampo. Ricordo bene quel foro scuro sulla pelle bianca. I tedeschi scappavano passando tra le case per raggiungere i monti e proseguire il viaggio nascosti. Sparavano a tutti quelli che incontravano. Hanno ucciso 13 miei compaesani, compresi dei fascisti che li avevano aiutati. Non guardavano più in faccia nessuno. Erano spaventati come lo eravamo noi. Un soldato tedesco rimasto isolato dagli altri è stato ucciso da un mio compaesano. Tutti abbiamo cercato di fermarlo, era solo un ragazzo e chiedeva pietà».

Alberga Ceolari

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– Ha rivisto suo fratello?
«Alla fine della guerra lo liberarono, con tutti gli altri prigionieri. Ognuno dovette tornare a casa per conto proprio, con mezzi di fortuna. Per primo arrivò il suo amico e ci disse che gli altri erano sulla via del ritorno. Pochi giorni dopo vennero i carabinieri e portarono in caserma me, mia cugina e l’amico di mio fratello per testimoniare sull’accaduto. Sbrigate le formalità ci portarono in una stanza dove c’era un uomo ammanettato. Era l’uomo che li aveva mandati in Germania a farsi ammazzare e chiesero a noi che cosa avremmo voluto fargli. Da parte mia dissi che ci avrebbe pensato il Signore a punirlo. Mia cugina andò oltre e gli sputò in faccia, ma quando vidi il nostro amico arrotolarsi le maniche della camicia mi si gelò il sangue. Lo picchiò con tutte le sue forze fino a quando le guardie lo fermarono».

– Come si può giustificare tanta rabbia?
«Chiesi spesso a mio fratello che cosa gli avessero fatto ma non ne parlò mai. Mio cugino ci raccontò che li picchiavano continuamente. Già in caserma qui a Verona lo colpivano in testa ogni notte, con i pugni e calci. Lui non era tipo da arrendersi e non si era mai piegato, non era capace di rimanere in silenzio davanti alle loro provocazioni. E pagò con la vita: morì poco dopo essere tornato a casa».

– La persona che li aveva denunciati che fine ha fatto dopo la guerra?
«Non lo abbiamo mai più rivisto».

Erna Corsi

Erna Corsi
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Erna Corsi è nata nel 1973 a Verona, dove risiede tuttora. Ha frequentato il Liceo Artistico Boccioni e ha successivamente conseguito un diploma superiore in marketing e design presso il Centro Studi Palladio. Attualmente lavora come graphic designer presso un'azienda privata. Ama il teatro, la danza e la letteratura. ernaluna@gmail.com

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