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La rinuncia di Fratta Pasini e la classe dirigente veronese

Finché la banca era di dimensione cittadina e l’economia tirava il sistema ha funzionato. Poi anche la Popolare di Verona è stata inserita in un processo di fusione mentre i legami con le imprese e la politica locali si sono allentati.

Finché la banca era di dimensione cittadina e l’economia tirava il sistema ha funzionato. Poi anche la Popolare di Verona è stata inserita in un processo di fusione mentre i legami con le imprese e la politica locali si sono allentati.

L’annuncio del presidente Carlo Fratta Pasini, di rinunciare a ricandidarsi al prossimo consiglio di amministrazione di BancoBpm chiude una fase della vicenda di questa banca, soprattutto dal lato del suo rapporto con Verona. Inserito  nel gruppo dirigente dell’allora Banca Popolare di Verona da Giorgio Zanotto, storico presidente dell’istituto, in oltre vent’anni Fratta Pasini, dopo aver ereditato la presidenza, ha partecipato alla difficile crisi finanziaria della banca con il crollo del valore del titolo, alla fusione con Novara e alla nascita del Banco, e alla successiva fusione con la Banca Popolare di Milano che ha dato vita all’attuale BancoBpm: una delle maggiori banche del Paese, già coinvolta in ulteriori ipotesi di fusione per diventare uno dei campioni nazionali del credito.

Le motivazioni della sua rinuncia sono state indicate nel lungo periodo di impegno ai vertici, in una fase di grande trasformazione dell’istituto, con risultati complessivamente positivi, e la volontà di ritornare, a pieno tempo, all’attività di avvocato, mai abbandonata. Rimango tuttavia del parere che, oltre alle suddette motivazioni abbia pesato anche una certa solitudine circa il rapporto con la città, di fronte alla crescente attrazione di Milano per la sua indubbia forza di piazza finanziaria europea.

Nella sua lunga carriera ai vertici ha sempre collaborato con amministratori delegati venuti da fuori, perché Verona, a parte l’eccezione di Zanotto, non ha mai saputo esprimere una classe dirigente in questo settore. Del resto, il progetto di dar vita a un polo finanziario veronese, emerso all’inizio di questo secolo, è stato tranquillamente abbandonato come scelta che esulava dall’orizzonte della politica locale.

Il rapporto delle banche locali con il territorio è sempre vissuto attorno a due poli. Da un lato il rapporto con le imprese cha hanno sempre concepito il credito come una sorta di mammella da mungere, in caso di bisogno, dalla quale staccarsi subito dopo per evitare intromissioni. Dall’altro, con la politica locale che ha sempre considerato le banche un potere, per quanto possibile, da occupare e condizionare.

Finché le banche erano di dimensione locale e l’economia tirava, il sistema ha funzionato, poi, quando sono iniziati i problemi nella crescita economica e le banche locali sono state inserite in processi di fusione, il rapporto si è allentato da ambo i lati e l’evoluzione delle banche ha avuto altri protagonisti. In fondo, Fratta Pasini è rimasto l’ultimo esponente della situazione precedente e si è trovato spesso a prendere rilevanti decisioni in un contesto di relativo isolamento, per cui la sua decisione coincide anche con la presa d’atto di questa situazione anomala.

Le reazioni dell’establishment locale, che hanno oscillato tra i ringraziamenti di rito e la impossibile difesa di una “veronesità” della banca, sono l’esatta manifestazione di questo rapporto inesistente.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

1 Comment

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  1. Avatar

    Maurizio Danzi

    15/01/2020 at 15:17

    A metà anni settanta Eco raccolse articoli che pubblicava sul Corriere della Sera, pezzi già di per sè nobili, in un agile volumetto intitolato “Dalla periferia dell’impero” ovvero come si commentava da un villaggio barbaro o meglio con lo sguardo critico del sacerdote dei misteri egizi che va nella Roma dei Cesari.
    Come allora c’è un sospetto di fondo,a parte la vivacità dei nostri amministratori locali, che alla fine dell’Impero già si viva in un nuovo Medio Evo

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