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Ilaria Caloi

Interviste

L’archeologa Ilaria Caloi, dal Chievo a Festòs, andata e ritorno

La ricercatrice veronese lavora sul sito di Festòs, a Creta, per la Scuola Archeologica Italiana di Atene. «A 16 anni, tornata da un viaggio in Grecia ho deciso che avrei fatto l’archeologa».

INTERVISTA – La ricercatrice veronese lavora sul sito di Festòs, a Creta, per la Scuola Archeologica Italiana di Atene. «A 16 anni, tornata da un viaggio in Grecia, ho deciso che avrei fatto l’archeologa».

Ilaria Caloi, classe ’78, capelli lunghi e mori, occhi verdi che sprigionano luce e passione, è nata a Verona, città che tuttora rappresenta la sua base, il punto fermo di una vita all’insegna dell’esplorazione e dei viaggi da archeologa e accademica. È infatti Ricercatrice in Civiltà Egee presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dai tempi della Scuola di Specializzazione lavora sul sito archeologico di Festòs, a Creta, per la Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA) fondata 110 anni fa. A tale ricorrenza Rai Storia dedicherà un documentario che andrà in onda la prima settimana di dicembre, con un’intervista anche a Ilaria. La incontro in un locale vicino a San Zeno, da dove ci porta lontano nel tempo e nello spazio.

– Quest’anno ricorrono i 110 anni dalla fondazione della Scuola Archeologica Italiana di Atene, con la quali collabori da vent’anni. Puoi dirci di che ente si tratta?
«È un ente di formazione e ricerca che dirige e coordina le missioni archeologiche italiane in Grecia: qualsiasi università o ente che voglia svolgere attività archeologiche in Grecia deve avere il patrocinio della SAIA».

– A che scopo è stata fondata?
«La SAIA è nata nel 1909 con lo scopo di avere una base italiana di scavo in Grecia: erano gli anni delle prime esplorazioni, nonché del colonialismo e le principali nazioni occidentali (ad esempio Francia, Inghilterra, Stati Uniti) avevano già le loro sedi in Grecia per gli scavi archeologici, era una questione non solo culturale, ma anche politica; inoltre era necessario avere una base sul posto per questioni organizzative».

– Che ruolo ebbe l’Italia in tale contesto?
«Partiamo da Creta, non perché ci lavori io, ma perché questo è un luogo dove l’archeologia italiana ha una lunga storia, a partire da un gruppo di pionieri il cui animatore principale fu l’importante studioso Federico Halbherr, di Rovereto, che (a fine ‘800) si avvicina a Creta con interessi di tipo antiquario e archeologico: essendo di formazione filologica, è sollecitato da interessi per lo studio di alcuni grafici e va a Creta per cercare iscrizioni greche di età arcaica. Durante questa impresa scopre l’Iscrizione di Gortina  (VI-V sec. a.C.), forse la più grande raccolta di leggi che l’antichità ci abbia trasmesso, contenente ad esempio norme relative adozione, successioni ed eredità, divorzio, figli illegittimi, donazioni fra congiunti, ecc.».

– Una scoperta davvero epocale! Quale fu il seguito?
«Prese avvio una Missione archeologica italiana dell’Università di Roma che inizia ricerche sul campo in modo sistematico, sia a Festòs che ad Agia Triada. Questi scavi costituiscono la prima impresa archeologica italiana in Grecia: siamo nel periodo post unitario in Italia, mentre a Creta vi era ancora l’Impero Ottomano, il che creava non poche complicazioni all’accesso. Gli scavi però procedono e portano alla luce monumenti di una civiltà non ancora ben definita: c’era stato Shliemann a Troia, che aveva dato un sito storico ai luoghi omerici della civiltà micenea (del II millennio a.C.) e infatti a Creta si va per trovare il miceneo, ma si scopre il minoico. Nel 1900 l’archeologo inglese Evans inizia gli scavi a Cnosso e, sotto lo strato miceneo, quindi a un livello più antico, emergono i resti di un’altra civiltà, che sarà chiamata minoica, dal mitico re dell’isola, Minosse. Gli scavi di Evans a Cnosso e quelli del gruppo italiano (guidato da Luigi Pernier, incaricato degli scavi da Herbherr) a Festòs percorrono una storia parallela, ma mentre Evans interverrà in maniera integrativa, attirando varie critiche, L. Pernier a Festòs farà una scelta molto conservativa».

Festos - Creta

Festos – Creta

– Qual è l’importanza dei ritrovamenti italiani a Festòs per la ricostruzione storica?
«A Festòs non c’è solo il palazzo, ma si trovano stratificazioni dal Neolitico finale per l’intero Bronzo (III millennio a.C.), inoltre dai ritrovamenti si sono potute ricavare diverse informazioni sulla società minoica: il palazzo, ad esempio, non era l’abitazione di un re, bensì di un’autorità con funzioni di carattere amministrativo, economico e religioso che rispecchiano una società che si basa su una rete di famiglie potenti, la cui fonte di sostentamento e guadagno erano le risorse locali, agricole, unitamente all’abilità della classe artigianale che si sviluppa trovando spunti con il mondo esterno: nel III millennio a.C. ad esempio Creta entra in contatto con il mondo levantino, l’Egitto, la Grecia continentale».

– Qual è stato il ruolo della Scuola Archeologica Italiana nel secolo scorso?
«Dopo gli anni ‘30 c’è un’interruzione dei lavori dovuta sia alla Seconda guerra mondiale, sia alla Guerra civile greca che insanguina il Paese fino al 1949. Terminato anche questo conflitto, l’Italia riallaccia i rapporti con la Grecia ed entra da protagonista nella storia degli scavi a Festòs per una convenzione tra il Ministero della Cultura greco e l’Italia: il sito di Festòs viene dato in concessione al nostro Paese, che da quel momento ha la gestione diretta degli scavi, senza l’intervento diretto dell’autorità greca. I lavori della Scuola Archeologica Italiana riprendono perciò con maggiore intensità nel secondo Dopoguerra, alla guida del direttore Doro Levi, succeduto a Pernier. Levi riprende gli scavi nel settore occidentale del sito e vi lavora intensamente per un ventennio, dal 1950 al 1970, per poi pubblicarne gli esiti. A Festòs i lavori riprendono alla fine degli anni ’90 e continuano ancora oggi, con l’attuale direttore, il Prof. Emanuele Papi, che delega le missioni ad esperti archeologi italiani (e non)».

– Da chi sono finanziate le missioni?
«L’ultima missione a Festòs, ad esempio, è finanziata dalla Scuola Archeologica e,  essendo la delega all’Università di Catania che lavora con quella di Venezia dal 1993, entrambe le Università sono cofinanziartici del progetto. Si tratta di una missione che ha comportato anni di studio, oltre che di scavi. Sono stati infatti ripresi vecchi scavi di Levi e gli studi effettuati hanno comportato nuove prospettive di ricerca (“Revisioni Festie”)».

– Le pietre continuano a parlare, insomma.
«Sì, ed è questo uno degli aspetti che amo di più nello studio del mondo antico, soprattutto preistorico: si fanno delle ipotesi sulla base di alcuni ritrovamenti, ma scoperte successive possono comportare la decostruzione di tutte le inferenze fatte precedentemente e si riparte da capo».

Veniamo a te: com’è nata la tua passione per l’archeologia?
«Grazie alla mia insegnante di Storia dell’Arte del Liceo Messedaglia: faceva delle lezioni incantevoli e mi sono appassionata della Grecia antica. Ricordo ancora il mio raccoglitore di Snoopy coi fogli rosa, fitti di appunti sull’Acropoli di Atene».

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Ilaria Caloi

– Quando sei stata la prima volta in Grecia?
«Era l’estate del ’95, i miei genitori avevano appena comprato un camper e sarebbero andati in Grecia insieme a degli amici. Li ho pregati di portarmi con loro e così sono partita e, armata dei miei appunti, ho visto per la prima volta l’Acropoli e il rispettivo Museo».

– Che cos’hai provato?
«Ho sentito qualcosa che dev’essere la sindrome di Stendhal, un’emozione fortissima che ha catturato tutti i miei sensi! Quel viaggio, così come la mia insegnante, è stato determinante».

– In che senso?
«Quando sono tornata al Chievo dopo il viaggio in Grecia, a 16 anni, ho deciso che avrei fatto l’archeologa, ma allora non c’era una facoltà specifica, così, terminato il liceo e superato il test d’ingresso, mi sono iscritta a Conservazione dei Beni Culturali a Venezia con l’obiettivo di dedicarmi all’archeologia della Grecia classica».

– Tu però ora ti occupi soprattutto di Creta. Come mai?
«Anche in questo caso è stato decisivo l’incontro con un insegnante, il Prof. Filippo Carinci: faceva delle lezioni meravigliose sull’archeologia e la civiltà preellenica di Creta, poi, un po’ il caso, un po’ l’istinto del maestro che coglie la fiamma nei suoi allievi, un giorno mi ha incontrata sul ponte di San Sebastiano a Venezia e mi ha chiesto di andare a Creta per uno scavo. Così nell’estate del 2000 sono partita per il mio primo scavo a Festòs e da allora ci sono tornata tutti gli anni».

– Cosa ricordi di quella prima esperienza?
«Stavamo scavando su una casa alla quale era stata aggiunta una stanza rettangolare: sotto il muro abbiamo trovato delle pietre che circondavano un vaso sopra il quale c’era una coppa per bere rovesciata, testimonianza di un atto rituale durante il quale le persone avevano bevuto: eravamo davanti ai resti materiali di un rituale di buon auspicio per l’inaugurazione della nuova casa!».

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Festos – Reperti

– Che cosa suscita la tua emozione in momenti come questi?
«Mi immedesimo in quello che possono aver fatto esseri umani vissuti in epoche così distanti dalla nostra: quando vedo e tocco con mano testimonianze materiali come i cocci di un vaso di ceramica, mi sento partecipe della vita di persone che, pur vissute migliaia di anni fa, non risultano poi così diverse da noi. È soprattutto quando trovo qualcosa riferito a un rituale che mi sento molto partecipe, è qualcosa che tocca profondamente l’anima. Inoltre quando ci si occupa di preistoria o degli albori della storia, si vede come si impegnano gli uomini a produrre qualcosa di nuovo attraverso continue esperienze e tentativi: è come vedere lo sviluppo della mente umana attraverso i prodotti delle sue mani».

– Quindi sei contenta di lavorare sulla civiltà preellenica piuttosto che sull’epoca classica?
«Sì, perché l’epoca classica (secondo una concezione ereditata da Winkelmann) rappresenta la perfezione, l’apogeo di una civiltà, mentre a Creta se ne vedono gli albori e gli sviluppi. E poi è un’isola meravigliosa!».

– E il labirinto? Se ne percepisce il senso quando si è lì?
«Be’, in un certo senso sì. La struttura dei palazzi non è così ovvia: c’è una corte centrale, ma non ci si arriva direttamente e per un ingresso principale, al contrario ci sono diversi ingressi e in tutti i palazzi minoici per arrivare alla corte centrale bisogna fare vari percorsi».

– Un po’ come a Venezia…
«Sì, in un certo senso è così. D’altra parte a Creta c’è stata la dominazione veneziana, tant’è che il dialetto cretese è stato influenzato dal veneziano: i cretesi dicono ad esempio “oci” o “césa” con la “c” dolce come in Veneto! E poi Venezia è sempre stata aperta all’Oriente, è una città cosmopolita».

– Cosa rappresenta per te Venezia?
«Per me adesso significa lavoro, ma faccio la pendolare».

E Verona?
«Verona è la mia base, sono gli affetti, grazie ai quali ho potuto realizzare il mio sogno, malgrado tante fatiche. È il luogo dove sono sempre rientrata dalle missioni archeologiche e dalle permanenze per motivi di ricerca in altre città d’Italia, in vari paesi d’Europa o negli Stati Uniti. È la città dove ho sempre cercato di tornare e dove adesso abito».

– Festòs?
«Festòs è casa!».

– Insomma, dal Chievo a Festòs e ritorno!
«In un certo senso sì, a Creta ho ritrovato la dimensione di paese che ha anche il quartiere dove sono cresciuta».

– “Tutto il mondo è paese”, come si suol dire.
«E tutto il passato è presente!».

Claudia Vitrella

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