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La resurrezione dell’IRI rappresenta una scelta antistorica

Di questa esigenza si è fatto interprete il ministro Antonio Patuelli che è convinto della sua necessità per risolvere almeno alcuni dei diversi punti di crisi che gravitano sul suo ministero.

Recentemente, in concomitanza con le poco rassicuranti vicende di Alitalia, ArcelorMittal e le diverse fabbriche in crisi, per le quali sono aperti numerosi tavoli al MISE (Ministero sviluppo economico), è emersa nel dibattito politico anche la possibilità di rimettere in vita l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) come strumento di intervento pubblico nell’economia.

Di questa esigenza si è fatto interprete il ministro Antonio Patuelli che è convinto della sua necessità per risolvere almeno alcuni dei diversi punti di crisi che gravitano sul suo ministero. Purtroppo, si tratta di un’esigenza che non trova oggi le condizioni minime per renderla praticabile ed efficace. Bisogna tener presente che l’Iri nacque in seguito alla lunga crisi degli anni 30, in una fase nella quale la realtà industriale era in condizioni ben diverse e il Paese ha potuto realizzare una mole di investimenti necessari al decollo.

Nel dopoguerra, L’Iri ha usufruito della fase di ripresa accelerata dello sviluppo nella ricostruzione del Paese e durante il miracolo economico, nel quale la crescita dell’industria e lo sviluppo del Sud hanno costituito, assieme alla disponibilità di risorse per gli investimenti, e al coordinamento del ministero delle Partecipazioni Statali, la spinta propulsiva dell’economia mista pubblico-privata. Negli anni successivi, a fronte di crescenti deficit di bilancio di diverse imprese del gruppo, si passò progressivamente a processi di privatizzazione con la conseguente chiusura dell’Iri.

Oggi il tornare all’industria di Stato rappresenta semplicemente una scelta antistorica, perché mancano tutte le condizioni indispensabili per realizzarla: l’entità delle risorse finanziarie per gli investimenti, la classe dirigente e il management indispensabili, la cultura industriale della classe politica. Con la diffusa propensione all’assistenzialismo dei partiti sovranisti la nuova società sarebbe sottoposta a una pressione che ne decreterebbe la fine fin dall’inizio. Credo che con più realismo occorra rafforzare la politica industriale in direzione di Industria 4.0 e sostenere l’innovazione e la partecipazione pubblica tramite la CDP (Cassa Depositi e Prestiti), alle imprese considerate strategiche per l’economia nazionale. La predisposizione al rischio propria dell’imprenditoria privata, con la relativa assunzione di responsabilità, deve ritornare al centro dello sviluppo del Paese.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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