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Opinioni

Il Calcio com’era e come è diventato, magia e dannazione del pallone

Il calcio, sport di squadra, ha insegnato ad un figlio unico come me, che solo con la forza e l’affiatamento del gruppo è possibile ottenere buoni risultati.

Magia e dannazione del pallone. Avevo da poco  imparato a camminare senza l’aiuto di qualche adulto che  iniziai a tirare calci a tutto quello che incontravo sul mio caracollante cammino. Più crescevo e più calciavo; i barattoli, le lattine, le scatolette di cartone, i pacchetti di sigaretta vuoti che trovavo per la strada si trasformavano in preziosi palloni di cuoio.

Un po’ più grande, il campetto di sanpietrini dell’oratorio, era diventato il luogo dove, finiti in fretta i compiti, trascorrevo la giornata correndo dietro uno sgonfio pallone di gomma.

Non di rado, con qualche amico, attraversavamo via Mazzini passandoci “di prima” una lattina vuota di Coca Cola, provocando l’ira e i rimproveri di coloro che passeggiavano eleganti per la via più glamour della città.

Appena possibile sono riuscito a giocare “in squadra” e le domeniche mattina erano occupate da mitiche partite in campi di terra che, in tempi lontani, avevano visto qualche ciuffo d’erba, ma che era solo un lontano ricordo. Gli spogliatoi erano delle baracche senza riscaldamento e le docce, quando c’erano, erano d’acqua fredda.  Ma  a quell’età non sentivo il freddo, la fatica e le botte che regolarmente subivano i miei stinchi per nulla protetti, con i calzettoni arrotolati alla Corso.

Si giocava nei pochi campetti all’interno del perimetro comunale, uno di questi era il Lazzareto al Pestrino, dove il cinquecentesco tempietto faceva da spogliatoio; ed in quelli in provincia, a Bovolone, Buttapietra, Vigasio, che aveva il campo in pendenza, per cui si giocava un tempo in discesa ed uno in salita, ed altri ancora.

Le trasferte avvenivano con tutti mezzi a disposizione, poche automobili, che venivano riempite ben oltre la loro regolare portata e qualche motorino.

Non fui mai un grande giocatore e la mia bravura era inversamente proporzionale alla passione, però giocai regolarmente sino ai sessantadue anni, divertendomi e facendo molte e care amicizie.

Il calcio, sport di squadra, ha insegnato ad un figlio unico come me, che solo con la forza e l’affiatamento del gruppo è possibile ottenere buoni risultati. Ho imparato a sopportare la fatica, a non fare caso alle botte, che davo e prendevo senza lamentarmi.

Dopo un grave infortunio, ho provato la solidarietà non solo dei compagni di squadra, ma anche degli avversari. Il calcio mi ha fatto comprendere la leale competizione agonistica, anche se a volte era dura.

Come in tutte le attività dell’uomo, c’erano anche i classici furbetti, che tentavano di “fregare” l’arbitro, che fingevano, che volevano intimorire l’avversario con colpi “proibiti”, anche pericolosi. Ma tutto faceva parte del gioco e, per quanto riguarda la mia esperienza, il calcio mi ha dato molto.

Con un pallone ho fraternizzato in Africa con giovani locali che parlavano solo la loro lingua, ma con i quali ci siamo intesi grazie ad un campetto di calcio improvvisato.

Così è stato nella ex Jugoslavia, in Finlandia e in tanti altri luoghi, dove il pallone è stato un ottimo mezzo di comunicazione tra persone diverse, che parlavano altre lingue, con culture, costumi e tradizioni differenti.

Il calcio che percepiamo non è più così. Sono scomparsi gli oratori dove i ragazzini potevano sfogare la loro fantasia e voglia di correre e giocare. Ci sono le scuole calcio, certamente positive, dove fin da bambini si impara come stare in campo, forse a scapito della genialità e del divertimento.

Quello che è veramente cambiato, rispetto ai miei tempi, è la presenza troppo invadente di qualche genitore. Ricordo che mio padre, anche lui appassionato di calcio, veniva a vedermi, in silenzio, solo quando la mia squadra riusciva a raggiungere una finale e non gli è mai passato per la testa di intervenire sul mio allenatore perché giocassi di più o in un altro ruolo. Adesso, qualche genitore, si crede un tecnico arrivato e tedia l’allenatore perché non fa sempre giocare il figlio,  che ritiene un giovane campioncino.

Questi poveri bambini, sin dalla più tenera età, anziché vivere la loro partita  come un puro divertimento, la subiscono come un impegno ad essere i migliori, a vincere ad ogni costo e in qualunque modo. Mentre giocano, sono costretti ad assistere a vere e proprie sceneggiate dei loro padri e madri, sì, anche le madri, che dagli spalti non hanno riguardo ad insultare brutalmente un ragazzino solo perché ha osato far cadere il loro protetto; o l’arbitro che non ha visto un presunto fallo. Questi poveri bambini, non di rado devono assistere impotenti, vergognandosi dei propri famigliari, a vere e proprie risse con i genitori dei giocatori della squadra avversaria.

Questo è il brodo di cultura in cui è  stato gettato uno sport che avrebbe potuto essere molto importante per l’educazione dei giovani.

Nel settore dei professionisti è ancora peggio. Sia per la FIFA (Federazione internazionale di calcio) che per l’UEFA (Unione delle associazioni calcistiche europee) il calcio è considerato un’enorme business da cui ricavare enormi guadagni. Si pensi  che, solo per motivi economici, il prossimo mondiale sarà disputato in Qatar, un paese senza tradizione calcistica e con un clima a dir poco difficile per giocare a calcio, e per questo il mondiale verrà giocato nei mesi di novembre-dicembre, cioè nel periodo più fresco dell’emisfero boreale, bloccando per due mesi i campionati europei. Inoltre, pare che  l’assegnazione del Mondiale al Qatar sia stato frutto di un’opera molto discutibile.

A tutto questo va aggiunta la presenza degli ultras,  che da qualche tempo sono presenti anche nelle manifestazioni di piazza politiche, sia  nelle grandi come nelle piccole città. Nelle curve si fa proselitismo politico,  diffondendo ideologie e figure che hanno incendiato ed insanguinato il passato del nostro paese. Non va sottovalutata la loro carica di violenza e di  ribellismo, guidati da uno o più capi, in grado di scontrarsi con altre bande o con la Polizia.

Infine, ci sono coloro che fanno gli ultras di professione e che vivono come parassiti attaccati alle società che fingono di tifare, ricattandole con la minaccia di cori razzisti, di tafferugli ed altro, che potrebbero causare pesanti multe o la chiusura temporanea dello stadio. Ovviamente in questo business illegale si è introdotta anche la malavita organizzata.

Non so che fine farà il gioco del calcio, ma la corruzione, i troppi interessi, non solo economici, ma anche di strategia politica e la presenza di personaggi ambigui che dirigono il sistema calcio, non mi consentono di nutrire grandi speranze. L’intero sistema è marcio e andrebbe ripulito e rifondato dalle radici. Non so se sarà possibile ed i pochi che con tenacia e coraggio tentano di farlo, come il nostro Damiano Tommasi, si trovano di fronte ad un impegno improbo.

Peccato, perché si trattava di un bel gioco e di un ottimo spettacolo.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Giorgio Massignan
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Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

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