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Quousque tandem abutére, Catilina, patientia nostra?

Per tanti lustri la cultura ha rappresentato un fiore all’occhiello della classe dirigente. E oggi? Guardando Verona si vede che i tempi sono cambiati.

Corso Milano, Verona
Corso Milano, Verona

Per tanti lustri la cultura ha rappresentato un fiore all’occhiello della classe dirigente. E oggi? Guardando Verona si vede che i tempi sono cambiati.

Qual è la classe dirigente della nostra città? No, non sono i nipoti di Olivetti e neppure degli Agnelli che nell’Autunno Caldo del ’69 si volevano mangiare a Pasqua. Tanta acqua è passata sotto i ponti e tanti detriti sono arrivati alla foce. Il Circolo del Cinema di Verona ha proiettato in apertura del nuovo anno sociale l’ultimo film di Andrzej Wajda Il ritratto negato, dove gli stalinisti polacchi, in nome del realismo socialista, il nuovo paradigma culturale per promuovere la fiducia nel progresso e l’emancipazione delle masse popolari, avevano dichiarato guerra al decadentismo borghese di Władysław Strzemiński, pittore apprezzato in tutta Europa. Privato dell’insegnamento, financo della possibilità di comprarsi i colori per dipingere, perché radiato dalla Corporazione degli Artisti, morì di stenti. Era quanto già accaduto anche in Germania e in Italia: un noto tratto trasversale delle dittature europee del ‘900. Un fatto però emerge con stupore se guardato con gli occhi di oggi. La cultura era considerata nel bene e nel male una condizione in grado di favorire o mettere in crisi il potere costituito. Per questo gli intellettuali dovevano essere conquistati dal potere. Non potevano essere ignorati, perché la cultura, benché in un mondo certamente meno scolarizzato dell’attuale, appariva una strategica leva della storia. Pensiamo al “poeta vate” Gabriele D’Annunzio o all’ “architetto del diavolo” Albert Speer.

Per tanti lustri la cultura ha rappresentato un fiore all’occhiello della classe dirigente anche del nostro Paese, compresa Verona, pur con tutti i limiti di una cittadina di provincia. E oggi? “Sono arrivati gli antropìdi, i paraumani”, per dirla con il poeta Angelo Maria Ripellino. Sono il nuovi esseri diventati classe dirigente anche a Verona: gli esercenti delle ristorazioni, i nuovi padroni della città. Emblematico, ma solo uno dei tanti esempi citabili, è il braccio di ferro che la moderata Confcommercio ha intrapreso con la più radical rivale associazione Verona Centro per la conquista del diritto di asservire la città alla remunerazione delle proprie attività; con un po’ di pudore la prima, con sfacciataggine la seconda.

È stata spacciata come grande vittoria a favore dei residenti, e per liberare il centro storico dalle auto ovunque parcheggiate impunemente, la possibilità di utilizzare per 20 euro al mese, dalle 18 alle 10 del mattino seguente, i posti auto dei parcheggi gestiti da SABA (Piazza Isolo, Cittadella, Arsenale). Pochi se ne sono accorti, ma tutto questo era già possibile per 30 euro al mese. Quindi una minestra riscaldata e poco appetibile. Rimane infatti molto più comodo lasciare auto e moto fuori dalli stalli, su marciapiedi, vicoli, piazzole e spartitraffico, tanto la Polizia Locale non è in grado di garantire il rispetto della legge del Codice della Strada; basta un giro alla sera per constatarlo. Il Comandante Luigi Altamura può sciorinare come al solito la lista delle sanzioni comminate, ma questo rileva unicamente per la rendicontazione del suo lavoro, non certo per documentare il raggiungimento di un obiettivo assolutamente fallito.

I pass ZTL dei commercianti sono il doppio di quelli dei residenti, ma non basta. Verona Centro vuole “i pieni poteri” sulla città: ZTL sempre aperte per gli automezzi che devono rifornire le attività dei propri iscritti. Chi se ne importa dell’inquinamento urbano, acustico, odorigeno e da polveri sottili sempre sopra la soglia di sicurezza fissata dalla OMS; chi se ne importa se la città sta assomigliando sempre più ad una grande ristorazione all’aperto dove ogni spazio è conteso tra parcheggi e plateatici o piste per gli onnipresenti monopattini motorizzati che fanno slalom tra i pedoni. E fuori dalla città antica cosa c’è?

I duellanti diventano i centri commerciali e le torri residenziali. L’importante è cementificare e, se la mobilità in-sostenibile non è sufficiente, si costruisce un anacronistico filobus a forte impatto urbano. Per completare si abbattono gli alberi lungo il suo cammino, mentre altrove si discute di trasporto collettivo con alimentazione elettrica e di boschi urbani. E la cultura che ha segnato nei secoli la nostra città? Per Lor Signori evidentemente la parola cultura condivide la stessa radice linguistica di cucina. Purtroppo queste sono le nuove “Mani sulla città”, questa la nuova classe dirigente che detta le regole del vivere civile cercando di dividere i cittadini tra residenti di diversi quartieri. Ma fino a quando questa arroganza sarà sopportata? Quousque tandem abutére, Catilina, patientia nostra?

Paolo Ricci

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Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

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