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Vangelo

Si prega con il corpo, con il cuore, con il pianto, con il sorriso

Il monaco trappista Thomas Merton diceva: «Il modo migliore per pregare è fermarsi, fare silenzio, ascoltare. La preghiera è il frutto di un lungo cammino»

L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)
L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Dal Vangelo di Luca
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:“Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Luca 11,1-13.

«Signore, insegnaci a pregare…». Credo che anche noi, come i primi discepoli, ci siamo spesso chiesti: ma che cosa vuol dire pregare? Tutti abbiamo provato quanto è difficile pregare. Gesù risponde con un esempio di vita che rivoluziona il modo tradizionale di pregare. Il Padre nostro non è una formula da recitare, ma un programma di vita da realizzare. È un modo nuovo di relazionarsi con Dio, con la natura, con le cose essenziali, con gli altri.

«Quando pregate, dite: Padre …»
Se voglio imparare a pregare devo innanzitutto cambiare la mia immagine di Dio. Il Dio di Gesù di Nazareth non è il Dio onnipotente che vuole offerte e sacrifici. Non è il Dio giudice che distribuisce premi e castighi. Gesù invece si rivolge a Dio chiamandolo Abbà-papà. Ma se per Gesù, pregare è creare legami profondi con un Dio che è Padre, pregare vuol dire anche creare nuovi legami con gli altri. Infatti nel Padre nostro non usa mai il pronome “mio”, ma sempre “nostro”. «Padre nostro…, dacci oggi il… nostro pane, …perdona i …nostri peccati»

Pregare vuol dire uscire dall’ottica dell’ “io”, per passare a quella del “noi”. Non si può dire il “Padre nostro” e rimanere indifferenti di fronte ai drammi della vita che ci circondano. Gesù si ritira spesso a pregare, ma per ritornare poi e affrontare meglio i problemi quotidiani della vita. Pregare è anche saper “insistere”. «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto»
Attorno a Gesù i malati urlano, gridano, pretendono… Anche Gesù sulla croce grida. A un Dio che è Padre e Madre ci si rivolge con la tenerezza di un figlio o di una figlia, ma anche con la rabbia di chi non si sente ascoltato.

Il monaco trappista Thomas Merton, grande maestro di spiritualità per l’uomo d’oggi, diceva: «Il modo migliore per pregare è fermarsi, fare silenzio, ascoltare. La preghiera è il frutto di un lungo cammino». Pregare vuol dire soprattutto “imparare a vivere”.
Pregare non è recitare formule, ma è vivere in un certo modo. Ognuno di noi è una preghiera vivente. Si prega con il corpo, con il cuore, con le mani, con lo sguardo, con il pianto, con il sorriso. Le tue gioie, le tue passioni, le tue crisi, i tuoi pianti, i tuoi successi, tutto è preghiera.

La nuova traduzione del Padre nostro ha sostituito il “non ci indurre in tentazione” con il “non abbandonarci alla tentazione”.
Forse esprime molto bene il significato etimologico della parola “preghiera”, che deriva da “precarius”. Indica una situazione di precarietà, di fragilità, di bisogno. Forse il senso profondo della preghiera nasce proprio dalla presa di coscienza della propria fragilità e dal bisogno dell’Altro.

Don Roberto Vinco
Domenica 28 luglio 2019

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Don Roberto Vinco, docente di filosofia allo Studio Teologico San Zeno e all'Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona, è collaboratore nella parrocchia di Novaglie. roberto.vinco@tin.it

1 Comment

1 Comment

  1. Maurizio Danzi

    31/07/2019 at 12:46

    Grazie Roberto per questa riflessione.
    Molte grazie davvero.

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