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La scuola italiana non riesce ad attenuare le diseguaglianze

Occorre una nuova politica in campo culturale e scolastico, con adeguati investimenti finanziari da devolvere, in buona parte e in modo controllato, alle Scuole del Sud.

Occorre una nuova politica culturale e scolastica, con adeguati investimenti finanziari da devolvere, in buona parte e in modo controllato, alle Scuole del Sud.

Scrive Corrado Zunino, in un suo recente articolo su la Repubblica: «I risultati delle prove Invalsi nazionali (il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’Italiano e al Sud 8 su 10 sono in ritardo con l’Inglese) mostrano un livello critico degli apprendimenti di bambini (seconda e quinta elementare), adolescenti (terza media) e ragazzi (seconda superiore e, appunto, quinta)». Guardando ai dati dei test in seconda elementare, «il blocco di chi raggiunge risultati largamente insufficienti in Italiano (si parla di comprensione del testo) è pari al 20 per cento: uno scolaro ogni cinque. E se in Umbria e Basilicata quest’area supera di poco il 10 per cento, in Calabria si arriva al 24 per cento. Nelle stesse classi – sempre la seconda della primaria – la forbice si allarga se si prende in esame Matematica». Ricordo che Invalsi sta per Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

Che l’istruzione al Sud sia un’emergenza non è certamente un’intuizione soltanto sua e nemmeno di recente acquisizione. Un’emergenza che già altre volte, in contesti simili, ho avuto modo di riprendere, soprattutto alla luce dello spietato confronto con i dati relativi agli altri Paesi europei. La cosa che ci turba e che pare finalmente preoccupare il nostro ministro all’Istruzione (al riguardo rileva “innegabili motivi di preoccupazione, ma anche motivi di novità e interesse”), è che lo stupore e la preoccupazione durino solo pochi giorni o mesi e che tutto (o quasi) resti drammaticamente com’era prima.

Il prof. Eraldo Affinati, qualche giorno dopo sullo stesso giornale, si chiede: «Sono in ritardo i ragazzi o la scuola?». Secondo lui «la rivoluzione informatica che stiamo vivendo spinge i ragazzi a leggere sugli schermi, grandi e piccoli, in modo diverso rispetto al passato ma con forma ermeneutica di qualità non inferiore». Motivo per cui «non è semplice per la scuola adeguarsi a questo cambiamento epocale ed è anche troppo facile criticare i suoi ritardi e le sue disfunzioni». Ed osserva: «Chiediamoci la ragione per cui quegli stessi adolescenti che la mattina, stanchi e svogliati, danno il cinque per cento delle loro potenzialità, il pomeriggio sono molto più attivi e perspicaci». E poi aggiunge: «Le intuizioni dei giovani lettori risultano a volte folgoranti. Non sarà che molti di loro rifiutano il sistema di valutazione che oggi li colloca nelle posizioni più basse della classifica? Dovremmo trasferire il vecchio mondo dentro il nuovo: ci aiuteranno i giovani laureati, futuri insegnanti, digitali di formazione ma consapevoli del peso della tradizione”. Digitali? Mah!. E come si offrirà il “peso della tradizione”? E ancora: docenti alla rincorsa delle tante vibrazioni giovanili o per ricondurli alla riflessione e al ragionamento?

Anche altre considerazioni sono presenti sui media, come quelle esposte in un editoriale dal vicedirettore del Corriere della Sera, Daniele Manca, sotto il titolo: ”La priorità negata: studiare (davvero)”. Dopo molto serie e condivisibili considerazioni, espresse sui dati delle ultime prove Invalsi, Manca scrive: «Ieri i risultati dei test Invalsi ci hanno ricordato con i numeri qual è lo stato del Paese. Ma nessuno ci farà dimenticare quanto proprio quei test siano stati oggetto di boicottaggio persino dentro le stesse strutture scolastiche che dovrebbero essere le prime a voler misurare la propria efficacia. Boicottaggio che continua ancora oggi e che è il simbolo di quell’Italia che non ama il merito, che non capisce come una sana competizione e concorrenza siano vitali per la crescita». C’è forse un’Italia che non ama il merito? Ce l’ha forse con quei pochi collegi-docenti o delegati sindacali che sono arrivati ad osteggiare, almeno nella primavera del 2017, non tanto i test Invalsi quanto le stesse prove? E perché invece di parlare di boicottaggio non prova a smontare le tesi che hanno mosso dei docenti a quella protesta? Ma a cosa servono realmente le prove Invalsi?

Buona parte degli antagonisti così si esprime su quest’ultima domanda: «Testare il sistema o costruire gerarchie? Se le prove Invalsi avessero il solo fine di “testare” il funzionamento del sistema scolastico, sarebbero state somministrate “a campione” come oggi avviene con i dati PISA (che confrontano le performance dei sistemi scolastici di vari Paesi), così avremmo un’idea “in generale” sulla qualità dell’istruzione in periferia e in centro città, al Sud o al Nord. Al contrario il Ministero considera la somministrazione delle prove Invalsi come obbligatoria per ogni scuola. Scuole di serie B, per sempre?».

Incredibile ma vero, è lo stesso ente che ha pubblicamente ammesso il fallimento della Scuola: «In Italia, nonostante i ragazzi passino tanto tempo in aula, la scuola non riesce ad attenuare le loro diseguaglianze di partenza. … 15 ragazzi su 100 abbandonano prima di aver conseguito il diploma di studio ma diventano 30 se calcoliamo la differenza tra iscritti al primo ciclo e diplomati alla maturità. La dispersione riguarda i figli dei genitori che hanno al massimo il diploma di terza media in misura quattro volte più alta rispetto ai figli di genitori laureati». Ne è ben convinto del fallimento il maestro e giornalista Alex Corlazzoli , che così conclude, a proposito dei test di prova: «Peccato che in ogni scuola di ogni ordine e grado molti insegnanti per mesi addestrino i ragazzi proprio con quei fac simile che Invalsi boccia. Ci sono centinaia di sussidiari che sbandierano questi fac simile ma Invalsi finora ha chiuso un occhio anzi due. E ora ci parla di “esercitazione eccessiva e sterile. È un po’ come chiudere la stalla quando sono scappati i buoi».

No, di sicuro la stalla non è stata chiusa e i buoi non sono ancora scappati. La preparazione rilevata è insufficiente soprattutto nel Sud, in Italiano ma anche in Matematica ed Inglese. Ma qualcosa, e molto, si può ancora tentare, volendolo realmente fare.

Al grande giornalista Manca, che giustamente si chiede: «Con questi numeri e questa preparazione l’Italia pensa davvero di poter affrontare i prossimi anni che saranno caratterizzati da una tecnologia sempre più pervasiva, da una globalizzazione e da un’economia indifferente ai muri che qui e là si vogliono innalzare? », risponderei così. L’Italia può affrontare i prossimi anni e a testa alta ma ad una condizione: che metta al centro una nuova politica in campo culturale e scolastico, con adeguati investimenti finanziari, da devolvere in buona parte ed in modo controllato alle Scuole e alle Regioni del Sud. Semplice e rivoluzionario al tempo stesso. Ma senza elevare muri d’indifferenza o di odio, perché non esiste un’Italia che non ami il merito, perché il merito non è una prerogativa del Nord ma solo un abbuono di fatto di cui godono i rampolli delle classi più ricche e delle regioni più dotate dei servizi sociali, infrastrutturali e scolastici, un abbuono che quella politica potrebbe finalmente ridurre fino a renderlo trascurabile.

Marcello Toffalini

Marcello Toffalini
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Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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