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Cesare Lombroso
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Cultura

La razza umana per la scienza non esiste, ci sono invece i razzisti

Come un concetto sconfessato dalla Scienza può continuare a sopravvivere nelle pieghe della Storia e a riemergere dal passato vestendosi di tante maschere.

I pioli superiori della scala dissero agli inferiori: «non crediate di essere uguali a noi. Voi state nel fango e noi siamo rivolti al cielo. Così ci ha consacrato la Natura». Un filosofo che ascoltò questa argomentazione sorrise, e capovolse la scala.

Il termine razzismo ha ripreso a campeggiare nei titoli dei media sotto la spinta degli inquietanti fatti di cronaca che accompagnano il fenomeno migratorio. Questo termine dispregiativo, tanto che ben pochi lo assumono pubblicamente come proprio convincimento pur praticandolo nel quotidiano, si fonda su di una categoria che è stata oggetto di vivo interesse scientifico, appunto quella di “razza”.

Quando esseri viventi rimangono a lungo isolati in un territorio e si riproducono tra loro assumendo specifiche caratteristiche comuni che non si trovano in altri gruppi, solo allora è possibile parlare di razza.

L’assenza di barriere invalicabili di tipo materiale e culturale, nonché il continuo rimescolamento che ha comportato la storia dell’uomo, non solo ha impedito che ciò si verificasse, ma ha reso addirittura più simili anche gruppi di individui originariamente diversi, addirittura l’opposto del processo necessario per generare le razze.

La colonizzazione dell’intero pianeta da parte dell’homo sapiens è stata infatti rapidissima ed è quindi venuta addirittura a mancare la conditio-sine-qua-non che consentisse anche solo la possibilità di una sub-differenziazione della specie umana in razze.

La scienza ha documentato che le differenze genetiche nella specie umana non dipendono tanto dalla presenza di geni che non si ritrovano in altri gruppi di individui (differenza qualitativa), ma dalla frequenza con cui tali geni si distribuiscono nei diversi individui (differenza quantitativa). Le differenze sono maggiori tra singoli individui piuttosto che tra gruppi costituiti dai medesimi, talché ci sono meno caratteristiche comuni tra due africani che non tra un gruppo di africani ed un gruppo di finlandesi. In generale, si può dire che le variazioni individuali costituiscono un continuum di gradualità. Lo stesso colore della pelle, che esprime un esito adattivo verso il clima, sfuma dal nero al bianco se osserviamo popolazioni contigue tra loro.

Sempre la genetica insegna poi che una caratteristica fenotipica, quale il colore della pelle, è collegata ad un gene, la cui attività è comunque influenzata dall’ambiente (epigenetica), che però non trascina automaticamente con sè altri geni, talché al colore della pelle non si può associare in maniera deterministica un altro carattere, cosa che invece esige lo statuto di razza.

Su questa transizione arbitraria ha giocato il razzismo che ha associato arbitrariamente a geni responsabili di differenze fenotipiche capacità intellettive superiori, per trasformare in un ordine gerarchico naturale e immutabile ciò che invece è artificiale e mutabile, allo scopo di sacralizzare un potere legittimato solo dalla forza. Graffiante è al proposito l’aneddoto del poeta tedesco Heinrich Heine. I pioli superiori della scala dissero agli inferiori: “non crediate di essere uguali a noi. Voi state nel fango e noi siamo rivolti al cielo. Così ci ha consacrato la Natura”. Un filosofo che ascoltò questa argomentazione sorrise, e capovolse la scala.

Una stele egizia del 1800 a.c. riporta già una limitazione di accesso per i neri. Aristotele coniò l’espressione “schiavo per natura” e dopo i Greci furono i Romani a tentare una grossolana differenziazione delle popolazioni a loro sottomesse secondo caratteristiche fisiche e comportamentali costanti che, a propria volta, rimandavano ad una piramide di virtù al cui vertice si collocavano i dominatori.

Ma è con l’approssimarsi dello sperimentalismo scientifico, di cui Galileo fu antesignano, che si fa strada una conoscenza basata sull’osservazione analitica della Natura mediante la classificazione e la tassonomia. E qui che la categoria di “razza” tenta di essere oggettivata per la prima volta mediante parametri fisici che utilizzano anche le misure del cranio, approccio sviluppato poi dal Positivismo al quale appartenne il nostro Cesare Lombroso, figlio quindi della propria epoca e non certo antesignano delle discriminazioni razziali.

L’aggettivo “caucasico”, acquisito di default dal linguaggio digitale, che spicca ancora in molte odierne pubblicazioni mediche, nonostante la sua assoluta attuale inconsistenza scientifica, nasce in questo contesto storico. Non casuale è la coincidenza con l’esordio del colonialismo commerciale europeo destinato al consumo interno e con le tratte degli schiavi da parte dei mercanti di forza lavoro, i cosiddetti “negrieri”, che si appoggiarono ai trafficanti arabi già da secoli dediti a questa pratica a favore dei Paesi asiatici.

Gli scienziati dell’epoca, tutti d’accordo sulla superiorità della “razza caucasica”, dibatterono a lungo sull’origine poligenica o monogenica di rimando biblico della specie umana. Fu Darwin a fornire la dimostrazione scientifica dell’origine comune dell’uomo, comparso in terra d’Africa, sotto la spinta evoluzionistica della selezione naturale. Pur respingendo ogni forma di gerarchia intellettuale associata a caratteri fenotipici, Darwin ritenne fondata la realtà biologica della razza. Questa valutazione fu alla base del cosiddetto darwinismo sociale sostenuto dalla convinzione che il welfare contribuisse ad ostacolare il miglioramento della qualità degli individui e da ultimo quello della stessa specie. Un pensiero che oltrepassò il tempo e lo spazio per raggiungere gli Stati Uniti del primo Novecento in cui, nel mito del self-made-man, si teorizzò che, così come il libero mercato favoriva lo sviluppo economico, allo stesso modo solo chi fosse riuscito a sollevarsi da solo dalle proprie infime condizioni, cioè il sopravvivente “più adatto”, meritava di vivere in quanto in grado di trasmettere le proprie capacità alle generazioni future.

Sterilizzazione forzata e drastica selezione d’ingresso per gli immigrati, specie del Sud Europa, furono provvedimenti adottai negli Stati Uniti ad inizio dello scorso secolo e successivamente estesi a malati psichiatrici e portatori di gravi handicap.

Si sviluppò così l’eugenetica che può essere attiva, incoraggiando le scelte riproduttive tra individui con determinate caratteristiche biometriche e psicometriche, oppure passiva, mediante soppressione preventiva o meno dei “non adatti”. Anche nei Paesi Scandinavi le pratiche eugenetiche presero particolarmente piede in quegli anni, tanto da essere assunti poi a modello dalla Germania nazista.

In Italia la promulgazione delle leggi razziali fu preceduta dalla pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti sulla rivista La Difesa della razza. Ma forse l’aspetto più inquietante è che il programma di eugenetica varato dalla socialdemocrazia scandinava, rivolto ad eliminare preventivamente gli “individui superflui” per non sprecare risorse da destinare al welfare, si protrasse fino al 1976 con la sterilizzazione coatta di 170 mila donne, tra svedesi, finlandesi, norvegesi e danesi. I suoi teorici furono insigniti anche con il premio Nobel. Uno scheletro nell’armadio, pur all’interno di differenze storiche incommensurabili.

Nonostante la presa di posizione pubblica di molti autorevoli scienziati, anche recentemente, il paradosso maggiore rimane della medicina che, pur avendo destituito il concetto di razza (riferita alla specie umana) di ogni fondamento scientifico, lo riesuma nel linguaggio collegandolo a quello di ereditarietà appartenente ad uno specifico sottogruppo di popolazione, connotato alla fine come race. Associarne però alcune patologie comporta il rischio di misconoscerle quando compaiono altrove, perché di fatto si sostituisce culturalmente la probabilità con il determinismo, creando false certezze e falsi timori. Allo stesso modo una ricerca farmacologica, che vorrebbe orientare nuovi principi attivi verso specifiche popolazioni per conquistare fette di mercato, rischia di oscurare la complessità delle cause delle malattie che quasi sempre riconoscono una genesi multifattoriale in cui genetica ed epigenetica s’intrecciano indistricabilmente, senza considerare la maggiore facilità per la prevenzione di agire sull’ambiente piuttosto che sul patrimonio genetico individuale.

Tutto questo per dire come un concetto sconfessato dalla Scienza possa continuare a sopravvivere nelle pieghe della Storia ed a riemergere dal passato vestendosi di tante maschere, la cui ultima è certamente quella dell’ipocrisia per cui ci comportiamo da razzisti proprio mentre respingiamo l’appartenenza a questa categoria del pensiero.

Paolo Ricci

Foto in alto: Cesare Lombroso, sul lato destro dell’Adige in corrispondenza di Ponte Garibaldi (Verona)

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, docente per quindici anni in materie di Sanità Pubblica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è attualmente direttore dell’Osservatorio Epidemiologico presso l’Agenzia Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona. Collabora con l’Istituto Superiore di Sanità per lo studio dei Siti inquinati d’Interesse Nazionale (SIN), con particolare riferimento al rischio cancerogeno e degli eventi avversi della riproduzione. Svolge consulenze tecniche per la magistratura penale. Numerose le sue pubblicazioni su riviste scientifiche anche di rilevanza internazionale. corinna.paolo@tin.it

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