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Opinioni

Dopo la retrocessione l’incerto destino del ChievoVerona

Prima ancora di pensare ad una rosa calciatori di qualità la società dovrebbe anzitutto avviare al proprio interno una profonda ristrutturazione manageriale.

Prima ancora di pensare ad una rosa calciatori di qualità la società dovrebbe anzitutto avviare al proprio interno una profonda ristrutturazione manageriale.

All’indomani dello spareggio con il Catania, 27 maggio 2007, che condannava il ChievoVerona alla sua prima retrocessione in serie B, il presidente Luca Campedelli riconfermava in blocco l’intera rosa, determinatissimo a ritornare immediatamente nella massima serie, dove in effetti sarebbe poi rimasto per altri 11 campionati. Di questa straordinaria impresa i tifosi non trinariciuti e dotati di dosi anche omeopatiche di cultura sportiva dovranno essergli per sempre grati.

All’indomani del 26 maggio 2019, a retrocessione – la seconda – ormai sancita da alcune settimane, le cose sono andate invece in modo assai diverso, con il rischio (non ancora scongiurato) di una immediata retrocessione in Serie C per indebitamento soverchio o, addirittura, della cancellazione del titolo sportivo, come vorrebbero alcuni esagitati presidenti rivali, retrocessi sul campo per evidenti demeriti sportivi.

La società della Diga si è messa pertanto in frenetica caccia di risorse finanziarie per colmare un buco di bilancio di parecchie decine di milioni (parecchie) del quale il tifoso comune, finanziatore (non scordiamolo mai) della squadra tramite l’acquisto di biglietti e di abbonamenti televisivi, è stato tenuto del tutto all’oscuro, anche quando sui media nazionali filtravano voci allarmanti e gli avvoltoi di turno (Crotone in prima fila) sentivano odore di carogna. E invece nulla. Il già laconico e permaloso presidente dei Mussi si è fatto ancor più silente, serrandosi in un silenzio tombale che ha finito per avvalorare ogni peggior sospetto. Diciamo che la comunicazione non è mai stata il fiore all’occhiello di una società che pure ha goduto a lungo di un benevolo riguardo da parte di stampa e televisione; ma in questo modo la notizia dell’ingente rosso finanziario è piombata sui supporters clivensi (pazienti come i mussi dell’iconografia ormai ufficiale) come un inatteso meteorite da cieli lontani.

È un mistero come questo buco si sia realizzato dopo un incasso, nell’anno quasi solare 29 gennaio 2016- 31 agosto 2017, di circa 20 milioni per le cessioni, con ricche plusvalenze, di Alberto Paloschi e di Roberto Inglese (a fronte di nessun acquisto di rilievo) seguite molto presto da quelle di Lucas Castro (er mejo fico der bigonzo), Valter Birsa e Fabrizio Cacciatore, tutti al Cagliari dell’esautorato allenatore Rolando Maran, in rotta di collisione con la presidenza e, soprattutto, con lo spogliatoio (soltanto chi viaggia con l’anello al naso ha potuto credere che le parole di Lorenzo D’Anna abbiano potuto sortire in tre sole partite la miracolosa salvezza del 2018).

E adesso, il tifoso assiste sgomento alla vendita in serie di ciò che resta dell’argenteria (si fa per dire, meglio definirla un onesto silverplate): il gladiatore poco fosforo De Paoli (al quale sconsigliamo l’eretismo agonistico di cui si è reso finora infelice protagonista), il discreto Bani, un residuo della cacciagione già sulla tavola cagliaritana, e il pettoruto polacco Paweł Jaroszyński, finora distintosi più per la somiglianza con il giovane Wojtila che per doti difensive (forse meglio come esterno alto, grazie anche ad un piede da ottimi cross).

Ci sono poi due misteriosi, pesanti pacchi da recapitare al grullo di turno: il giurassico Filip Đorđević, a digiuno di reti da epoche precolombiane (ma Lotito non era il grande amico del nostro Presidente?), e cartavelina Obi, più strappato della veste di Arlecchino, entrambi tuttavia gratificati di stipendi altissimi e, of course, di contratti pluriennali. Sarà quindi la volta di Giaccherini (forse) e di Hetemay, (sicuramente) con ingaggi impossibili per la B, per concludere con l’ultima tranche di saldi: il più che promettente Emanuel Vignato e l’estroso marocchino Sofian Kiyine, che garantirebbero un’altra decina di milioni. Sommati al paracadute per le retrocesse (25), potrebbero toccare in tutto la cinquantina. Quanto basta, insomma, per scongiurare immediate istanze fallimentari, ma, si mormora, non ancora in grado di colmare del tutto la voragine.

Nel comunicato di ogni cessione, il presidente Campedelli ha tenuto ad «esprimere un profondo ringraziamento» agli acquirenti «per la buona riuscita di questa operazione di mercato, che si è svolta all’insegna di rapporti autentici e consolidati fra le due società». Dobbiamo dire che in sessant’anni e più di campagne acquisti da noi seguite mai ci era capitato di leggere di “un profondo ringraziamento” all’acquirente di turno, da sembrare quasi con il cappello in mano: ma quanto era alta l’acqua alla gola?!

Per l’imminente campionato, si prospetta un mix di ultratrentenni (più verso i quaranta, temiamo, che i trenta) e di giovani di (forse) belle speranze. Il tifoso che sa di calcio, della sua storia e di quel che oggi è diventato, di certo non si strappa i capelli, ma in questo traumatico frangente nutre almeno la speranza che la società ritrovi la sua giusta rotta e si doti, anzitutto al proprio interno, di professionalità più certificate, non amicali né da libro Cuore. Gli ultimi quattro anni hanno rivoltato il mondo del calcio come non mai prima e chi ha continuato imperterrito a cullarsi nella “bella favola di quartiere” ha rischiato di rimetterci, quasi senza accorgersene, le penne. Nella storia del ChievoVerona c’è un a.S. (ante Sartori) e un d.S. (dopo Sartori), dove hanno imperversato troppi ex di improvvisata preparazione, e le successive dimissioni del direttore degli affari generali Luca Faccioli (ora all’ambizioso FeralpiSalò), passate forse inosservate tra i tifosi, non sono suonate, come avrebbero dovuto, a gravissimo allarme. Tutto è continuato come nulla fosse accaduto, mentre la discesa si faceva a rompicollo.

Dunque, prima ancora di pensare ad una rosa calciatori di qualità (in B ci si può anche stazionare senza drammi e persino divertire), la società dovrebbe anzitutto avviare al proprio interno una profonda ristrutturazione manageriale. Il primo atto della nuova stagione non sembra, tuttavia, imboccare questa necessaria direzione: la promozione di Sergio Pellissier a dirigente, addirittura con responsabilità di mercato (vivaddio, con quale esperienza?!), non promette bene. In passato, le cosiddette “bandiere” (i vari Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Antognoni) hanno procurato soltanto disastri, e in tempi recenti la vicenda Totti ne ha dato ulteriore conferma. Sarà un caso che l’unica società a non commettere di questi errori sia stata la Juventus, che il suo Del Piero lo ha sbolognato in tutta fretta a chiacchierare con il passero dell’acqua Uliveto?

Mario Allegri

Written By

Mario Allegri ha insegnato letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona. Ha pubblicato vari saggi letterari in riviste, giornali e presso editori nazionali (Utet, Einaudi, La nuova Italia, Il Mulino). Ha partecipato come indipendente alle primarie 2011 per l'elezione del sindaco a Verona. marioallegri9@gmail.com

1 Comment

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  1. Maurizio Danzi

    27/06/2019 at 11:50

    Beppe Viola è tornato! L’uomo che si permise nell’era pre social di intervistare un giovine Rivera su un autobus di Milano è ancora qui tra noi. Si firma con nome diverso ma è una prova di esistenza in vita. Beppe/Mario oltre la lettura gradevole scorgo una profonda disperazione e sconforto. Mi auguro che tu possa sbagliarti. Ma non credo.

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