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Ambiente

Inquinamento da PFAS, un immane disastro ambientale e sanitario

Li chiamavano il “miracolo” della scienza, una definizione oggi terrificante. L’inquinamento della falda acquifera si sta spostando verso sud-est ad una velocità di circa 1,3 km all’anno.

Li chiamavano il “miracolo” della scienza, una definizione che appare ora terrificante. L’inquinamento della falda acquifera si sta allargando e spostando verso sud-est ad una velocità di circa 1,3 km all’anno.

Si parla ancora troppo poco della emergenza Pfas. Forse perché all’inizio sembrava un problema modesto in un’area periferica fra le province di Verona e Vicenza, forse perché i composti Pfas sono inodori e incolori, forse perché i danni alla salute compaiono lentamente dopo anni…

Oggi sappiamo che la zona interessata dall’inquinamento da Pfas è pari a 180 km quadrati, che la contaminazione è in continua espansione e che la popolazione esposta è di circa 300mila persone. Sappiamo anche che i composti Pfas sono sostanze riconosciute pericolose per le quali l’Istituto Superiore della Sanità con protocollo del 2016 ha verificato che c’è correlazione stretta con alcune gravi patologie. I Pfas sono interferenti endocrini correlati al colesterolo alto, a malattie della tiroide e probabilmente al cancro a reni e testicoli.

È stato necessario arrivare lo scorso anno a decretare lo Stato di Emergenza per le zone colpite e alla nomina di un commissario nella persona del dott. Nicola dell’Acqua. Ma sono stati soprattutto i comitati spontanei a tener desta l’attenzione sui Pfas, oltre a Legambiente, Greenpeace e le attivissime Mamme NoPfas. Su questo problema si è tenuta lunedì 20 maggio in sala Barbarani una assemblea pubblica dove Michele Bertucco, consigliere Comunale di Verona in Comune e Sinistra in Comune, Piergiorgio Boscagin, portavoce del Comitato acqua libera da Pfas e l’avvocato Giuliasofia Aldegheri, hanno fatto il punto sulla situazione.

Il problema Pfas è venuto alla luce nel 2013 a seguito di uno studio condotto dal CNR che aveva evidenziato elevate concentrazioni dell’inquinante nel bacino dell’Agno Fratta Gorzone, con valori preoccupanti dal punto di vista ambientale e rischio sanitario. Ci si è accorti finalmente che non solo i corsi d’acqua erano inquinati, ma anche la falda e quindi anche l’acqua potabile distribuita in alcuni comuni. E se per l’acqua di rete l’ente erogatore è corso ai ripari installando filtri a carboni attivi per ridurre la presenza dei Pfas, così non poteva essere per le centinaia di pozzi privati utilizzati per l’alimentazione umana oltre che per gli animali e l’irrigazione degli orti.

Per molti anni la popolazione dell’area inquinata ha bevuto inconsapevolmente acqua contaminata da Pfas, ed ingerito alimenti quali frutta e verdura di orti irrigati con quell’acqua che, come analisi a tappeto sulle colture agricole della zona avrebbero evidenziato, sono a rischio.

Sono iniziate campagne di “screening” sanitario e purtroppo si è scoperto in molte persone valori impressionanti di Pfas nel sangue, anche in ragazzi e giovani, accompagnate da anomali valori di colesterolo. Questo perché i Pfas non passando il filtro dei reni tendono ad accumularsi nell’organismo. L’emivita dei Pfas nel corpo umano, cioè il tempo di dimezzamento naturale dell’inquinante nel sangue, è di 5-7 anni, salvo ricorrere a trattamenti piuttosto invasivi di “lavaggio” del sangue, una specie di dialisi.

I Pfas sono composti perfluoroalchilici, praticamente indistruttibili e non biodegradabili, usati da decenni come impermeabilizzanti e antimacchia per pellami, abiti, scarpe, ma anche come antiaderenti per padelle (teflon) e carte forno. Li chiamavano il “miracolo” della scienza, una definizione che appare ora terrificante.

L’inquinamento della falda acquifera come prevedibile si sta allargando e spostando verso sud-est ad una velocità di circa 1,3 km all’anno. Si calcola che, smesso l’inquinamento a monte, ci vorranno almeno 70-80 anni affinché la falda acquifera della zona si liberi dei Pfas, ma tali composti non saranno spariti nel nulla, bensì scivolati e diliuiti più a valle ed infine dispersi nel mare Adriatico.

Chi è stato l’inquinatore? Ormai è accertato, la Miteni spa a Trissino, comune poco a nord di Arzignano, in una zona già ben nota dagli anni ’70 come il polo delle concerie, e le cui aziende utilizzando nei processi e scaricando in fognatura i composti dei Pfas hanno anch’esse contribuito all’inquinamento, perché anche i depuratori non fermano tali sostanze.

Come confermato dall’avv. Aldegheri, dalle risultanze delle indagini sarebbe emerso che già nel 2005-2008 la Miteni fosse a conoscenza dell’inquinamento e contaminazione della falda da Pfas, con un obbligo di autodenuncia mai avvenuta. Il comportamento dell’azienda sarebbe stato costantemente omissivo ed ingannevole impedendo di fatto interventi che avrebbero consentito almeno di limitare i danni.

Ad oggi al Procura di Vicenza ha concluso il primo filone di indagini per i fatti fino al 2013, primo passo per l’avvio del processo, la cui prescrizione scade però nel 2022 ed è quindi molto vicina. E’ in itinere un secondo filone di indagini per i reati successivi al 2015 per i quali, trattandosi di disastro ambientale, le nuove disposizioni relative agli ecoreati (legge 68 del 2015) prevedono un prescrizione trentennale. La Miteni nel frattempo è stata dichiarata fallita. I procedimenti penali andranno avanti, ma chi pagherà i danni e le bonifiche? Ancora una volta guadagni privati e costi pubblici.

Claudio Toffalini

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Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

1 Comment

1 Comment

  1. Giorgio Massignan

    30/05/2019 at 10:45

    Ottima analisi. Ricordo che negli anni ’80, le popolazioni di Cologna Veneta e dintorni, si erano mobilitate contro il progetto del “tubone”, un grosso collettore che avrebbe dovuto scaricare i reflui delle concerie nel fiume Fratta, attraversando nel sottosuolo la campagna coltivata.

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