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Sara Fracastoro, la Resistenza raccontata da una bambina

Sara cresce senza papà, in carcere perché antifascista. In guerra diventa grande per forza, già a cinque anni. Oggi racconta la sua infanzia ai nipoti in un libro.

Sara Fracastoro

Sara cresce senza papà, in carcere perché antifascista. In guerra diventa grande per forza, già a cinque anni: «Devo aiutare, proteggere il fratellino». Vede Rommel, finalmente il papà fuggiasco («e svengo per l’emozione»), i partigiani che arrivano dalla mamma a rifornirsi di armi, il sindacalista Roveda fatto evadere dalla prigione degli Scalzi e nascosto a casa sua. Tiene tutto per sé, ma oggi lo racconta ai nipoti in un libro: emozionante.

Sara Fracastoro

Se non ritornerete come bambini non capirete: un insegnamento del Vangelo spiega le intenzioni di una comunista «iscritta al Pci dal 1946 alla gestione Berlinguer», come si dichiara subito Sara Fracastoro Rudi, 86 anni, nel suo libro A modo mio. La guerra e la Resistenza raccontate ai miei nipoti (Cierre edizioni, 142 pagine, 12,50 euro). Comunista dichiarata («e che dicano quello che vogliono») perché il partito in cui credeva lei non era quello dei gulag, ma del papà Aldo che diceva alla moglie: «Maria, quello che abbiamo fatto non era certo per averne un merito. L’abbiamo fatto perché serviva e basta». Sara bambina ascoltava e taceva ma senza dimenticare. «I comunisti erano così. E qui mi fermo».

Papà in carcere dal 1938, cinque anni di condanna per antifascismo, mamma maestra che fa i salti mortali per cavarsela con due figli piccoli, Sara e Adone. Aiutano per fortuna “i parenti benestanti”: c’è lo zio amministratore della tenuta ai Cedri di Lazise, dove per un po’ si trovano contemporaneamente il partigiano Fracastoro e il feldmaresciallo Rommel. «Nella villa che confinava con noi», ricorda Sara, «dove Rommel alloggiava con lo Stato Maggiore non c’era un gran rispetto del luogo: come legna da ardere nei camini usavano le seggioline Luigi Filippo. Quando Rommel si spostava suonava l’allarme: usciva dalla portineria una lunga automobile – assomigliava alla grande Citroën francese – precedeuta e seguita da altre due, con le bocche dei mitra bene evidenti. Noi bambini quando suonava l’allarme correvamo nel frutteto – di sotto c’era la strada – e ci affacciavamo nell’apertura di scolo per l’acqua. Da lì e, quando si poteva, da sopra al muretto, assistevamo al passaggio di questo armamentario militare con dentro Rommel. Se ne avevamo voglia, ogni volta che suonava l’allarme, potevamo assistere allo stesso spettacolo. Dopo un po’ Rommel non ci interessò più. Mio padre era sempre più assiduamente ricercato, si stringeva il cerchio».

La storia e i suoi personaggi passano ancora per casa dalla piccola Sara, quando viene a nascondervisi Giovanni Roveda, il sindacalista fatto evadere dal carcere fascista degli Scalzi, con un colpo di mano che costa la vita a due partigiani. Il libro di Sara diventa una fonte per gli storici, perché permette di ricostruire i passaggi in clandestinità di Roveda liberato: prima a porto San Pancrazio in casa Badini, poi da Fracastoro in Borgo Trento, infine dai parenti Savani in corte Quaranta a Verona.

La storia, gli affetti domestici e quello che sarà l’amore della sua vita si incrociano per la piccola Sara in un altro episodio. Lei, la mamma e il fratellino hanno lasciato Verona e Colà, troppo pericolose, per rifugiarsi a Spiazzi di Monte Baldo. «Abbastanza spesso passava qualcuno che mia madre conosceva; si appartavamo al pian terreno e passava di mano qualche cosa. Poi ho cominciato a capire che erano munizioni e stampa clandestina. Intanto nella nostra zona i partigiani entravano in azione. Ci fu a Ferrara di Monte Baldo, il paese dopo il nostro, un episodio in cui, con una raffica di mitra, avevano eliminato il capitano Reggiani che, in un rastrellamento a Cazzano di Tramigna, aveva ordinato la fucilazione in piazza, dopo averla fatta sedere su una sedia, della mamma di un ragazzo che volevano portar via, ma che non trovarono. Mio marito, nel ’46 aveva sedici anni, andò a testimoniare nel processo a carico di quei fascisti perché era stato tra quelli che avevano dovuto assistere alla fucilazione».

Sara e il fratello Adone Fracastoro in una foto dell’ottobre 1938 inviata dalla mamma Maria al marito in carcere

Così si incrociano i destini di Sara e di Arrigo Rudi, l’architetto collaboratore di Carlo Scarpa a Castelvecchio e alla Banca Popolare, docente universitario a Venezia e autore degli allestimenti al Museo Lapidario Maffeiano e a quello di Santa Giulia a Brescia, per citarne due. Al Lapidario si tenne il suo funerale nel 2007. Da allora Sara ricorre a un cuscino quando la prendono certi ricordi della guerra: prima aveva il collo di Arrigo in cui nascondere la faccia per piangere. A ciglio asciutto, «come quando ero bambina», ha scritto invece questo libro. Assomiglia a Un anno sull’altipiano, dove Emilio Lussu racconta gli orrori della Grande guerra senza negare che «avevamo anche cantato».

Meglio sa dire la piccola-grande Sara: «Finito tutto, cosa voleva dire? Io non avevo voglia di cambiare quella vita, mi piaceva affrontare i problemi di ogni giorno, osservare la natura che continuava a cambiare, inventare qualcosa per far meglio quello che stavo facendo, guardare il cielo e decidere dove andare, mi piaceva mettermi le margherite nelle trecce, lavarmi le mani con la neve e star ferma a guardare cosa succedeva dentro un cespuglio. Mi piaceva difendere mia mamma e il resto, affrontare le difficoltà e tentare di rimettere in piedi le cose storte. È un atteggiamento che mi ha accompagnato nella vita con la mia famiglia, con mio marito che, con tutto il bene che mi voleva mi ha incoraggiata a rimanere come ero – “E non cambiare”, mi diceva –, con mio figlio, che un giorno – aveva quattro anni – mi prese la faccia tra le mani e mi disse: “Mi sei simpatica”, con il mio lavoro e con gli amici che la pensano ancora come me». Aveva ragione il figlio Barnaba, architetto come il padre e papà dei nipotini a cui è dedicato il libro: simpatica.

Giuseppe Anti

Foto in alto: Sara Fracastoro a 3 anni.

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Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti "Volti veronesi" e le pagine culturali del giornale L'Arena. giuseppe.anti@libero.it

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