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Don Luigi Ciotti
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Territorio

Con don Ciotti verso il 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno

Nell’incontro svoltosi all’Università di Verona, il presidente e fondatore dell’associazione Libera ha ricordato l’importanza di un impegno continuo e unito nella lotta alle mafie.

Nell’incontro svoltosi all’Università di Verona, il presidente e fondatore dell’associazione Libera ha ricordato l’importanza di un impegno continuo e unito nella lotta alle mafie.

La mafia, o meglio le mafie, non sono mai definitivamente sconfitte. Le mafie si trasformano ed allargano continuamente il loro perimetro assumendo modelli organizzativi sempre nuovi e complessi. Questo il forte messaggio trasmesso da don Luigi Ciotti durante l’incontro che si è svolto mercoledì 6 marzo nel Polo Zanotto dell’Università di Verona.

Un incontro che ha voluto essere tappa di una marcia di avvicinamento verso il 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera e Avviso Pubblico, che vedrà la manifestazione principale a Padova, in un Veneto dove le cronache ci ricordano quotidianamente che la mafia già da tempo è presente nella nostra Regione, così come le 17 interdittive antimafia del prefetto di Verona Salvatore Mulas, da poco trasferito a Roma ad altro prestigioso incarico.

Peraltro, don Ciotti ha ricordato che già don Luigi Sturzo ammoniva che la mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa forse a Roma, e che sarebbe risalita sempre più forte e crudele verso nord, anche oltre le Alpi. Una profezia che si è drammaticamente avverata.

C’è stato un periodo in cui la mafia sembrava sconfitta, verso la fine degli anni ‘80, ai tempi del maxi processo di Palermo, che aveva visto quasi 500 imputati alla sbarra e condanne esemplari con 19 ergastoli e 2660 anni di reclusione. “Tagliata la testa alla piovra”, così titolavano allora quasi tutti i giornali. Don Ciotti ha ricordato anche gli ammonimenti di Paolo Borsellino: «perniciosa illusione» pensare di aver sconfitto la mafia, ed infatti solo pochi anni dopo, nel 1992, a distanza di 57 giorni, prima Giovanni Falcone e poi lo stesso Borsellino venivano uccisi dalla mafia.   

Dopo le stragi del 1992 e la massiccia risposta dello Stato, ancora una volta ci si era illusi di aver sconfitto le mafie, ed invece dopo 27 anni ce le ritroviamo ancora più forti e diffuse di prima, anche qui nel Veneto. Sono tornate e sono cambiate, «loro sono cambiate», ha gridato don Ciotti, mentre la “lettura” dei fenomeni mafiosi si è fermata a 27 anni fa, a Falcone e Borsellino.

Giornata della memoria e dell'impegno 2017, Verona

Giornata della memoria e dell’impegno 2017, Verona

Infatti le mafie oggi si caratterizzano per un’accentuata vocazione imprenditoriale, che supera i confini amministrativi e gode di relazioni e complicità in quell’area grigia, fra legalità ed illegalità, dove i confini fra lecito ed illecito sono labili e porosi.

Dobbiamo gratitudine alle forze dell’ordine, ai magistrati ed ai prefetti che combattono la mafia, ma, ricorda don Ciotti, come cittadini siamo chiamati a fare ancora di più, perché è la nostra vita ad essere in gioco, mentre mafie e corruzione ci impoveriscono tutti. Il problema oggi in Italia non sono i migranti, ma le mafie. Non si può stare zitti né tantomeno inerti e soprattutto, secondo don Ciotti, se come cristiani non dobbiamo essere intolleranti, non si può essere nemmeno solo tolleranti, in quanto ci sono forme di tolleranza che sfociano nell’indifferenza.

Per don Ciotti dobbiamo aver ben presente che in Italia ci sono oltre due milioni di giovani che hanno terminato la scuola, ma non trovano lavoro, che tuttora un giovane su tre si perde nei primi anni delle scuole superiori, che il nostro Paese spende per giovani e infanzia il 5%, contro l’8-9% del resto dell’Europa, che la crisi ha portato ad una forte crescita della sofferenza sociale, che negli ultimi 7 anni 798 imprenditori si sono tolti la vita e di questi ben 156 nel Veneto. La libertà rischia di essere una cosa astratta se le persone non sono libere anche su altri piani altrettanto essenziali.

Don Ciotti ha ricordato che mai come oggi c’è bisogno di eresia, che significa mettere la propria libertà a servizio degli altri, impegnarsi per liberare chi ancora libero non è, mettersi in gioco, ribellarsi al sonno delle coscienze, non rassegnarsi alle ingiustizie, non credere che la povertà sia una fatalità. In questo senso il primo eretico è stato Gesù Cristo, crocifisso perché ha smascherato la violenza e l’ipocrisia del potere, che a suo tempo schiacciava la libertà e la dignità della persone. Libertà e dignità che ancora oggi sono calpestate.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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