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Il prefetto Mulas e l'allora questore Mangini, Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica del 15 dicembre 2016
Il prefetto Mulas e l'allora questore Mangini, Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica del 15 dicembre 2016

Territorio

Mafia in Veneto: anni di analisi semplicistiche e omertà

Se in Veneto la mafia è presente è perché molti hanno creduto che la criminalità diffusa fosse prodotta dalla criminalità organizzata; di conseguenza, se mancava una, mancava pure l’altra.

Se il territorio si è improvvisamente scoperto penetrato dalle organizzazioni mafiose è perché quasi tutti hanno creduto che la criminalità diffusa fosse prodotta dalla criminalità organizzata; di conseguenza, se mancava una, mancava pure l’altra.

L’argomento già delicato, la presenza mafiosa a Verona e nel Nord Est, è stato reso ancor più sensibile da quanto avvenuto nelle ultime due settimane e dall’ampio risalto datone dalla stampa locale. E allora cominciamo da qui.

Passato e presente. «Se, come veneti, non abbiamo gli anticorpi, ce li dobbiamo fare, e anche in fretta. Qui, fino a pochi anni fa, si lasciava la chiave sulla porta di casa. Siamo la terra del rispetto, in cui una stretta di mano è un contratto. Per questo non abbiamo mai avuto anticorpi contro questi livelli di criminalità organizzata». Parole, queste, del presidente della Regione Veneto Luca Zaia, con le quali ha accompagnato la sottoscrizione dell’appello contro la mafia, scritto da Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di “Avviso Pubblico” (il sodalizio nato nel 1996 con l’intento di collegare ed organizzare gli amministratori che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità), e lanciato dal Corriere del Veneto subito dopo l’inchiesta sulle infiltrazioni dei camorristi di Casal di Prinicipe nel comune veneziano di Eraclea.

Facciamo ora un salto indietro di oltre un secolo. Nel 1904 veniva pubblicata dalla casa editrice fiorentina Olschki “La provincia di Verona: monografia statistica, economica, amministrativa”, opera del conte Luigi Sormani Moretti, prefetto della provincia scaligera dal 1888 al 1897. Nella monografia, il reggiano Sormani Moretti, prefetto pure di Venezia dal 1876 al 1880 e di Treviso dal 1903 al 1906, affermava che «la tranquillità e l’ordine devonsi riconoscere nel veronese, dovute all’indole mite, alle savie tradizioni ed alle consuetudini civili delle popolazioni» e che il territorio risultava privo di quegli elementi di pericolosità sociale che, al contrario, caratterizzavano quelle zone del Paese dove c’era «l’abitudine di portare sopra di sé il coltello o rivoltella».

Non saranno solo i successori del prefetto Sormani Moretti a confermare questa rappresentazione di “isola felice” all’interno dell’“arcipelago felice” regionale: un noto legale scaligero, nella prefazione ad un volume edito nel maggio del 2014, scriveva: «La nostra città non ha mai avuto una criminalità organizzata se si esclude la criminalità politica della Tangentopoli degli anni ’90 che, comunque, non può essere definita nera perché si limitava a rubare, non ammazzava. I fatti, anche gravi e gravissimi che hanno portato Verona ai cosiddetti onori della cronaca sono fatti isolati, non collegabili tra loro e non espressivi di una mentalità. In chiave delinquenziale il nostro DNA è sano».

Comitato provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica con Matteo Salvini, 15 luglio 2018

Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica con Matteo Salvini, 15 luglio 2018

Analisi parziale. Se allora il Veneto e Verona si sono improvvisamente scoperte penetrate dalle organizzazioni mafiose, è perché quasi tutti, dal privato cittadino al funzionario pubblico, hanno creduto che la criminalità diffusa, di livello quantitativamente e qualitativamente inferiore a quella di determinate regioni e di certe metropoli, fosse soprattutto prodotta dalla criminalità organizzata; di conseguenza, se mancava una, mancava pure l’altra.

Eppure, qualche analisi meno semplicistica era stata avanzata. Ad esempio il Siulp, il sindacato unitario della Polizia di Stato, in un dossier dell’ottobre del 1995 aveva ricordato le parole di Antonio Fojadelli, capo della Direzione distrettuale antimafia di Venezia dal 1992 al 1997: «Intere zone della regione, come Verona e la Riviera del Brenta, sono in mano al crimine organizzato: lì noi siamo i controllati e loro i controllori».

A quasi vent’anni da questo dossier, poi, il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi, in un’audizione resa il 17 aprile 2012 in Commissione parlamentare antimafia, alla domanda dell’allora presidente Beppe Pisanu su un’eventuale omertà mafiosa nel Triveneto, aveva risposto: «Ha preso piede. Si tratta di un’omertà che tante volte non nasce dalla paura, ma dalla simpatia perché “finalmente” questa gente del Nord vede farsi avanti soggetti affidabili. È inutile dirlo: sono affidabili».

In conclusione: l’affidabilità degli esponenti della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta, che si è scoperta essere l’organizzazione criminale più pericolosa solo dopo la strage del 15 agosto 2007 a Duisburg, in Germania – qui l’analisi è stata carente a livello nazionale ed internazionale, visto che quella calabrese è stata considerata per anni la meno evoluta tra le strutture delinquenziali –, ha permesso a Cosa nostra & C. di infiltrarsi in territori che non hanno una storica presenza mafiosa, ma presentano comunque alcune caratteristiche fondamentali: una domanda di illegalità non secondaria, un’importante capacità mimetica, un interesse a sviluppare relazioni a tutti i livelli, da quelli politici a quelli istituzionali, da quelli economici a quelli con gli operatori dell’informazione.

Ben vengano, allora, gli appelli pubblici sui giornali, le richieste al ministro dell’Interno di nominare quanto prima un “prefetto di qualità” come lo è stato Salvatore Mulas, il prefetto delle 17 interdittive antimafia, gli inviti a non abbassare la guardia, perché aiuteranno l’azione di contrasto delle forze dell’ordine; ma non saranno sufficienti se mancherà una seria e rigorosa analisi di un fenomeno criminale sempre più abile nella strategia di inquinamento del comparto economico, il più esposto da tre lustri a questa parte.

Antonio Mazzei

Written By

Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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