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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
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Opinioni

Non è il reddito di cittadinanza alto, è il lavoro pagato poco

Il lavoro non si crea per decreto, ma l’introduzione del reddito di cittadinanza può favorire la ripresa economica e scoraggiare il lavoro sottopagato e precario.

Il lavoro non si crea per decreto, ma l’introduzione del reddito di cittadinanza può favorire la ripresa economica e scoraggiare il lavoro sottopagato e precario.

Il reddito di cittadinanza è ormai sui blocchi di partenza: da marzo saranno accolte le domande e ad aprile comincerà l’erogazione, anche se i tanti dubbi non sono ingiustificati, data la complessità e l’ampiezza del progetto. Peraltro il Movimento 5 Stelle su questo provvedimento si sta giocando tutto, soprattutto la sua credibilità di governo. 

«Aboliremo la povertà» così aveva entusiasticamente esordito il ministro Di Maio, forse con troppa giovanile ingenuità, dato che si sta parlando di un progetto ambizioso che non si propone solo di dare reddito a chi ne ha poco o niente, ma anche di rivedere il funzionamento dei centri per l’impiego – la cui fallimentare gestione è frammentata nelle Regioni –, di seguire i candidati nella ricerca del lavoro e nella formazione, di affiancare loro un tutor ed un algoritmo utilizzando nuove piattaforme digitali.

All’estero il reddito di cittadinanza, adattato alle diverse realtà, non è una novità, mentre noi arriviamo buoni ultimi in Europa, tanto che la Commissione UE non ne ha contestato la legittimità (ha infatti riservato maggiori critiche a quota 100), ed anche in Italia le forze di opposizioni di destra e di sinistra, riconoscendone pur a denti stretti il valore, hanno limitato i giudizi negativi più su alcuni aspetti applicativi che sulla sostanza.

Il lavoro non si crea per decreto, soprattutto in un mondo economico interconnesso, su questo non ci piove, ma i decreti possono creare le condizioni per favorire la ripresa economica e di conseguenza il lavoro. La crisi decennale che sta vivendo l’Europa, e l’Italia in particolare, non è una crisi di produzione di beni, ma di domanda di beni. Detto in breve: se la gente non ha reddito, non compra, se non compra, le aziende non vendono, se le aziende non vendono, chiudono e licenziano, alimentando un circolo vizioso di recessione economica. Si esce da questa impasse agendo su due leve: quella degli investimenti pubblici (a cui quelli privati si accodano solo dopo) e quella di un reddito minimo, un “paracadute” che consenta alle famiglie di poter superare i periodi di crisi.

Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

Ma il reddito di cittadinanza, se diventerà strutturale, finirà per incidere sul mercato del lavoro e sui relativi redditi in modo molto significativo. Lo ha indirettamente ammesso Confindustria nei giorni scorsi, quando ha affermato che il reddito di cittadinanza è «troppo alto, scoraggia il lavoro». La quota di 780 euro è effettivamente un valore molto vicino al salario medio mensile di 830 euro dei giovani under 30 che entrano nel mondo del lavoro, e può quindi alimentare la tentazione di rifiutare lavori poco pagati, potendo comunque usufruire di un reddito di poco inferiore. Questo è vero, così come è vero il fatto che la cifra di 780 euro mensili equivalga alla soglia minima di povertà in Italia calcolata dall’Istat, ed allora il problema è un altro: non è il reddito di cittadinanza troppo alto, ma i redditi da lavoro troppo bassi.

Il reddito di cittadinanza non scoraggia la ricerca del lavoro, bensì scoraggia gli imprenditori a sottopagare il lavoro, ristabilendo un equilibrio nelle retribuzioni che si è progressivamente alterato negli ultimi vent’anni, perché quando anche lavorando si rimane poveri, vuol dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. 

La crescita economica sta rallentando in tutta Europa, mentre in Italia è già in recessione, e le sirene della fallimentare austerità espansiva pontificano sulla necessità di una nuova manovra di riduzione della spesa pubblica o dell’applicazione di una patrimoniale. Sì, è vero, ci sarà forse bisogno di una nuova manovra, che dovrà però essere espansiva, con maggiori investimenti e più spesa pubblica di sostegno ai redditi.  Non si può uscire dalla crisi con ulteriori politiche di austerità pagate dai redditi da lavoro, ma al contrario ridando dignità al lavoro con adeguate retribuzioni.

Infine, la dignità del lavoro non è solo reddito, ma anche linguaggio utilizzato, perché termini come “choosy” (Elsa Fornero), “bamboccioni” (Tommaso Padoa-Schioppa), “sfigati” (Michel Martone), e “alcuni meglio non averli fra i piedi” (Giuliano Poletti), ovvero miserevoli insulti a chi il lavoro lo sta subendo sottopagato e precario, da italiano costretto ad espatriare o da straniero immigrato, vorremmo francamente non sentirli più.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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