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Enrico Stinchelli
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Spettacoli

Intervista a Enrico Stinchelli, regista del Don Giovanni al Filarmonico

INTERVISTA – Leggendario conduttore radiofonico, saggista, regista, cantante, direttore d’orchestra e blogger, Stinchelli è un artista poliedrico perché «Il teatro fa fare una pazzia dopo l’altra».

INTERVISTA – Leggendario conduttore radiofonico, saggista, regista, cantante, direttore d’orchestra e blogger, Stinchelli è un artista poliedrico perché «il teatro fa fare una pazzia dopo l’altra».

Maestro, vista la sua notorietà presso gli ascoltatori radiofonici, finalmente a Verona in carne e ossa come regista al Filarmonico.
Stinchelli. «Ero già venuto in Arena nel 2014 per L’opera è la grande bellezza (con Guleghina, Cura, Guelfi), uno spettacolo multimediale dove ogni aria aveva una regia diversa, quindi più complesso che fare un’opera. Oggi sono a Verona, per la prima volta al Filarmonico, con un capolavoro come il Don Giovanni, che è un po’ l’opera delle opere.

Maestro,  lei ha scritto due libri mozartiani: Mozart, vita e opere Don Giovanni, libretto e guida. C’è un filo che congiunge i volumi a questa regia?
Stinchelli. «Sono legato a questi libri mozartiani perché Mozart è un autore da cui non si può prescindere. Sicuramente ci sono delle connessioni, anche perché quando li scrivevo avevo già in mente un tipo di regia, e in quei libri ci sono i prodromi di quello che poteva essere uno spettacolo.

Cos’è per lei la regia?
Stinchelli. «Come un cantante deve visualizzare la propria voce fuori del corpo, per la regia è la stessa cosa. Dopo ci sono gli aggiustamenti dovuti alle singole situazioni: così ti accorgi che i palchi sono fatti in un certo modo, la luce viene spostata in un altro modo, e così via. La regia nasce dalla musica, il primo regista è l’autore, altrimenti vai contro la musica. Il libretto è fondamentale perché devi narrare, la storia va raccontata. Il Don Giovanni ha una storia precisa, con dei caratteri precisissimi e vanno fatti capire. Il teatro deve narrare facendo qualcosa di bello perché la bellezza è oggettiva non soggettiva. I costumi di Maurizio Millenotti sono fantastici, le immagini belle. Quando esci di teatro devi ricordare il bello».

Don Giovanni, allestimento di Enrico Stinchelli

Don Giovanni, allestimento di Enrico Stinchelli

Com’è strutturato il suo Don Giovanni?
Stinchelli. «Teatro nel teatro, e c’è anche un po’ di film opera. Ciò deriva dalla mia formazione. Io nasco come assistente e consulente musicale di Comencini. Prima con il Don Carlos all’Opèra di Parigi, poi con La bohème, che per me è stata una grande scuola. Il responsabile alle luci era Armando Nannuzzi, uno dei più grandi illuminotecnici della storia del cinema; Comencini regista, Carreras era Rodolfo. È stato un imprinting importante. Lavorare molto a Cinecittà mi ha dato una cultura visiva. Questo Don Giovanni utilizza ben tre schermi con riflessi nelle proiezioni, poi ci sono degli specchi, che diventano ulteriori schermi. Gli stessi corpi degli attori riflettono le immagini e così tutto diventa molto coinvolgente. La nostra è una società visiva, si vive davanti a degli schermi. Il Don Giovanni ha oltre 30 scene e quindi molti siparietti e abbiamo creato un solo intervallo e due atti fluidi che volano via. Il segreto per non affaticare il pubblico e non annoiarlo».

La “Barcaccia”, questa sconosciuta. Come nasce?
Stinchelli. «Il programma nasce dal genio di Paolo Donati, appena scomparso. Figlio d’arte di Maria Caniglia, una delle più grandi cantanti della sua epoca, e Pino Donati, impresario anche all’Arena di Verona, che adorava l’opera e aveva pensato di divulgarla in un modo diverso, facendone un gioco. Anche una cosa commovente doveva essere fatta in modo divulgativo e divertente. Così ha pensato di mettere insieme tre pazzi: Michele Suozzo, Sandro Rinaldi (purtroppo scomparso dopo due anni) e me. Era un modo di giocare con una passione. Non dimentichiamo che noi diciamo “suonare” ma in altri paesi si dice “to play”, “Jouer”, “spielen”, quindi “giocare”. Le perle nere era una rubrica che evidenziava la cattiveria che esiste nel pubblico. L’aria al microscopio era un altro spazio dove si confrontano le voci. Abbiamo avuto tantissimi ospiti, anche una cantante nata nel 1898».

La trasmissione ha aiutato le altre sue attività?
Stinchelli. «Non c’è dubbio. Al di là delle migliaia di spettacoli che ho visto, in trasmissione lavori, hai i contatti, senti gli umori e gli indirizzi del pubblico, ti confronti con i grandi cambiamenti. L’attività di regista è stata una conseguenza. Il mio debutto come regista lo devo a Leo Nucci che mi propose un allestimento al Comunale di Bologna. All’inizio sembrava uno scherzo e invece è diventata una attività che mi coinvolge in modo crescente».

E la sua attività di cantante (tenore) a cosa è dovuta?
Stinchelli. «Durante una vacanza conobbi la famiglia di Otto Edelmann, uno dei bassi-baritoni austriaci più famosi. Fui invitato a studiare a Vienna e mi aiutò a diventare un cantante. L’ho considerata sempre una attività di supporto, mi sarei annoiato a fare solo il cantante e avrei dovuto arrabbiarmi con buona parte dei direttori d’orchestra. Però il canto è fondamentale, bisogna essere musicisti per fare i registi».

Mi incuriosisce molto un altro aspetto della sua vulcanica attività: la direzione d’orchestra.
Stinchelli. «La direzione d’orchestra è stata un’altra follia. Un impresario tedesco della Bartoli e della Caballé era rimasto senza direttore. Mi propose di dirigere e in due giorni dovevo dare una risposta. Avrei dovuto presentare la serata, cantare e mettermi sul podio. Ci siamo divisi i compiti in una tourneè lunga 28 concerti. Quando uno conosce la parte cantata è più facile dirigere. Mi ritrovai a Berlino nella famosa sala della Philharmonie, sul podio di Karajan e Abbado, con bacchetta e frac. Dovevo essere un pazzo. Quel giorno a Berlino è stato anche lo stesso in cui Muti fu destituito dalla Scala. Un segno? 11 anni di tournée, utilissima, e adesso posso colloquiare con i direttori d’orchestra».

Come si trova a Verona con gli organici artistici e il personale del teatro?
Stinchelli. «Si lavora molto bene, anche se mi avevano detto che c’erano dei problemi. A mio parere la stampa ha esagerato. È un teatro virtuoso rispetto ai baratri finanziari di altri teatri. Tutti sono impegnati al massimo».

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle
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RobertoTirapelle, veronese, è un giornalista-pubblicista. Laureato a Bologna, è un critico cinematografico nazionale e internazionale, nonché studioso di musica. E' direttore responsabile del mensile “il Basso Adige” di Legnago e collabora con la testata on line “Mediartenews”. Ha al suo attivo collaborazioni con ex giornali locali come “Il Mattino” e “Il Nuovo Veronese”, curatore di cicli estivi di cinema con la 1^ Circoscrizione e con il mondo del lavoro, eventi di musica con istituzioni cittadine. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. E' addetto stampa di due Istituzioni veronesi. roberto.tirapelle@libero.it

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