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Dossier

Le segrete stanze della politica cittadina

DOSSIER – La politica veronese non si lascia “ispezionare”, non risponde alle domande difficili. Evita di spiegare le ragioni delle proprie scelte. In modi e gradi diversi questo riguarda tutte le aree politiche mentre servono proposte concrete e radicali per costruire una Verona internazionale

Buio

DOSSIER Nella nostra città, in tutte le aree politiche, la conservazione di posizioni di potere, grandi o piccole e talora personali, spesso prevale sulla trasparenza e sull’innovazione. Un errore grave, che si può e si deve correggere se si vuole che Verona, Patrimonio dell’Umanità, si trasformi da una città solo turistica in una città internazionale.

E diventi davvero una capitale culturale: dal traffico, alla gestione rifiuti, alle politiche migratorie, ai criteri per le nomine negli enti, servono proposte concrete e radicali. Proposte perciò lontane tanto dall’estremismo parolaio quanto dal consueto immobilismo politico e amministrativo. Serve un programma per la Verona possibile: città dell’innovazione, dell’ambiente e della cultura.

Qualunque potere deve essere “ispezionabile” (S. Holmes, Passioni e vincoli. I fondamenti della democrazia liberale, Edizioni di Comunità, 1998, p. 8). Una democrazia autentica, infatti, limita la libertà di comportamento del governo – e, più in generale, della politica – perché presuppone che anche i governanti debbano essere governati.

È questa la caratteristica fondamentale dello stato di diritto. Rendere la politica “ispezionabile“ non significa impedire alla maggioranza di adottare decisioni efficaci e tempestive, o alla minoranza di controllare e di opporvisi. Significa, invece, adottare regole e comportamenti efficaci affinché le principali decisioni politiche possano essere agevolmente verificate nel loro fondamento, nelle loro motivazioni, nella comparazione trasparente fra le diverse alternative disponibili. Significa, per i politici, accettare di dover sempre rispondere in pubblico delle proprie scelte.

Flavio Tosi

Flavio Tosi

A Verona, ormai da molti anni, la politica cittadina non ama lasciarsi ispezionare. Durante il decennio tosiano, la non ispezionabilità del potere fu una costante e quasi esplicita rivendicazione del sindaco. Secondo Flavio Tosi, la maggioranza ottenuta attraverso il voto gli consentiva pressoché tutto. Gli consentiva di richiedere ai dirigenti del Comune l’adozione di decisioni contrarie a quanto previsto dalla legge o richiesto dall’Autorità anticorruzione (è accaduto ripetutamente, ad esempio nella vicenda del Traforo delle Torricelle).

Gli consentiva di far promuovere dal Comune decine di querele verso giornalisti o personaggi sgraditi: querele quasi tutte già finite nel nulla, se non per i costi rimasti invece a carico dei veronesi. Gli consentiva di piazzare al vertice delle aziende partecipate personaggi scelti esclusivamente per la loro fedeltà personale: come l’ex vicesindaco Vito Giacino, designato come “delfino” per la propria assoluta devozione al sindaco.

Prima di essere arrestato e condannato per corruzione, Giacino aveva persino sostenuto, in dichiarazioni pubbliche, che le selezioni del personale da assumere nei nuovi centri commerciali dovessero avvenire nei locali del Comune, e sotto il controllo della politica: un vero monumento alla non ispezionabilità del potere e, insieme, un obliquo invito alle famiglie veronesi a trovare “amici” fra i politici locali, se volevano far lavorare i propri figli.

Nei primi diciotto mesi della nuova giunta del sindaco Federico Sboarina, la gestione amministrativa della città si è fatta, in apparenza, più soffice e più gentile. In particolare, la nuova politica urbanistica di Ilaria Segala (qui attentamente descritta da Giorgio Massignan) ha rivisto alcune scelte imposte in precedenza da Tosi, in qualche caso (ad esempio per l’Arsenale) attraverso un positivo processo di dialogo con la città; ed ha definitivamente archiviato le proposte più inaccettabili e strampalate del passato (ulteriori grandi aree commerciali, ruota panoramica in centro, copertura dell’Arena). Inoltre, qualche isolata nomina (come quella, operata dall’assessore Francesca Briani, della nuova direttrice del Polo museale veronese, Francesca Rossi) è avvenuta nel rispetto del criterio di competenza.

Federico Sboarina

Federico Sboarina

Tuttavia, il potere cittadino rimane, nella sostanza, non ispezionabile. Ad esempio, proprio la gran parte delle designazioni negli enti e nelle partecipate (fondamentali per il futuro della città) è avvenuta nell’ambito di una spregiudicata spartizione fra i partiti di maggioranza, senza alcuna motivazione espressa e senza possibilità di candidature non provenienti dalla politica di partito.

Si è fatto persino di tutto per designare al vertice di qualche azienda cittadina un pregiudicato, e non si è riusciti nell’intento solo a causa di una norma fortunatamente presente in un vecchio regolamento del Comune. Ma vi è di più: alcune tra le cariche più rilevanti – tra cui la presidenza di AGSM – sono state attribuite direttamente a politici appena eletti consiglieri comunali, in sostanziale elusione, quindi, dello spirito della normativa (introdotta dal Governo Monti) che esclude la possibilità di “traslocare” dal consiglio comunale alle cariche di vertice degli enti.

Per quale ragione chi si era candidato ed è stato poi eletto come consigliere comunale ha preteso di non svolgere questo ruolo, per occupare invece una poltrona nelle partecipate? Quale serietà politica e istituzionale mostra un percorso di questa natura? Quali sono le finalità dell’azione politica e delle candidature, quella di proporre scelte di lungo respiro o quella di “sistemarsi”? Su queste domande fondamentali non si è avuta alcuna risposta da parte della Giunta di Sboarina.

Ancora, e cambiando tematica, l’intera maggioranza mostra un’evidente e mai giustificata sudditanza verso alcune frange estreme, le cui manifestazioni nostalgiche, contrarie alla scienza o contrarie ai diritti universali vengono, nel migliore dei casi, derubricate come “opinioni personali”.

Tra queste “opinioni personali”, troviamo l’affermazione dell’ex vicesindaco ed ora ministro Lorenzo Fontana, secondo il quale le relazioni affettive diverse dalle famiglie tradizionali sarebbero “schifezze” (questa farneticante affermazione mostra come il pensiero di Fontana nulla abbia di autenticamente cristiano); il saluto fascista ostentato, persino in consiglio comunale, dal consigliere di maggioranza Andrea Bacciga; l’affermazione, sempre di Fontana, secondo la quale i vaccini consigliati dalla scienza medica sarebbero “troppi” ; l’idea, ancora una volta di Fontana (il vero leader dell’estremismo veronese), di abolire la legge Mancino, che sanziona penalmente le manifestazioni di odio razziale.

Dopo quest’ultima strampalata proposta di Fontana, Tosi, il quale pure nel 2009 è stato condannato in via definitiva proprio per violazione della legge Mancino (qui una efficace sintesi della decisione della Cassazione), ha sorprendentemente criticato Fontana “da sinistra”, esprimendo contrarietà verso la sua proposta: un paradosso che certamente è possibile solo a Verona, dove questi politici locali fanno a gara nell’essere e nell’apparire, volta a volta, più estremisti o più spregiudicati.

Matteo Salvini, Lorenzo Fontana

Matteo Salvini, Lorenzo Fontana

Per quale motivo gli esponenti ragionevoli della maggioranza devono rimanere alleati con personaggi come Fontana o come Bacciga, e più in generale con gli ambienti del peggiore estremismo nero, confessionale ed etico? Cosa li accomuna con questi ambienti, oltre ad una alleanza per la spartizione del potere? Perché consentire che proposte assurde e fuori dal tempo rendano Verona ridicola nel mondo, oltre ad allontanare la possibilità che la città venga davvero riconosciuta come una capitale culturale? Nessuno lo ha mai spiegato apertamente e ciò rende non “ispezionabile’” la sostanza dell’azione politica della maggioranza di Palazzo Barbieri.

Considerata la sostanziale irrilevanza, a Verona, del Movimento 5Stelle (che comunque non ha mai davvero chiarito, in un pubblico dibattito, la propria idea sul futuro della città), resta da valutare il grado di “ispezionabilità” del comportamento delle opposizioni di centrosinistra e di sinistra, che alle elezioni del 2017 avevano candidato, rispettivamente, Orietta Salemi e Michele Bertucco.

Certamente, il “potere” esercitato dai gruppi di opposizione è modesto, tanto più in una città dove la maggioranza è, almeno numericamente, abbastanza solida. E tuttavia, tanto o poco che sia, il potere politico esercitato deve sempre essere “ispezionabile”. Ora, da questo punto di vista non si spiega per quale ragione, dopo aver subito la peggiore sconfitta della storia politica veronese, i gruppi del centrosinistra e della sinistra non abbiano mai offerto alla città e all’opinione pubblica di riferimento una discussione aperta, pubblica e trasparente sulle ragioni di quella sconfitta.

Tutti sanno che, nel 2017, si è persa l’occasione di una candidatura civica che avrebbe potuto essere assai competitiva. Tutti sanno che, tanto all’interno del partito democratico come dentro le formazioni di sinistra, molte e molto forti erano le resistenze verso questa prospettiva, potenzialmente vincente ma tale da disturbare manovre e posizioni personali all’interno di correnti e partitini: proprio queste resistenze, nonostante i molti appelli al buon senso, causarono il tramonto della candidatura.

Molti, quasi tutti, nel centrosinistra veronese, hanno poi lungamente parlato di tutto questo in privato. Eppure, le diverse parti del centrosinistra e della sinistra hanno incredibilmente ignorato la richiesta di un dibattito trasparente e pubblico su quanto avvenuto. Questo significa, precisamente, rendere non “ispezionabile” il sia pur limitato potere dell’opposizione veronese di centrosinistra e di sinistra.

Vi sono infine – ma è forse l’aspetto più importante – molti argomenti sui quali la mancanza di risposte e proposte chiare unisce tutte le forze politiche veronesi.

Un primo importante esempio riguarda le procedure e i criteri da seguire per le nomine degli amministratori degli enti e delle società partecipate dal Comune. Tutti i programmi elettorali delle diverse liste sostenevano con enfasi criteri di competenza e di trasparenza, da inserire come requisiti per le nomine (come è già avvenuto in altri Comuni, ad esempio Savona, Milano, Torino). E la proposta rivolta al Sindaco, nel luglio 2017, da un gruppo di professionisti e docenti universitari veronesi, che proprio a questo mirava, aveva inizialmente ricevuto importanti manifestazioni di appoggio, ad esempio quella del deputato del Pd Diego Zardini.

Tuttavia, benché a tutti i consiglieri comunali sia stata poi mandata una nuova lettera aperta, ancora non si sono raccolte le firme sufficienti per convocare un consiglio comunale straordinario su un progetto di delibera che contenga tutti i punti rilevanti contenuti nell’iniziativa della società civile veronese. Mentre la proposta di deliberazione che, prima di questa seconda lettera aperta, era stata presentata in consiglio da Tommaso Ferrari e Michele Bertucco, e poi dagli stessi ritirata, prevedeva soprattutto la riserva di una “quota” di nomine per le minoranze: un tema questo del tutto estraneo all’idea di privilegiare le competenze, piuttosto che il legame dei candidati con la politica di partito.

Il tema dei criteri per le nomine, che può sembrare marginale, è in realtà della massima importanza. Perché riguarda essenzialmente la disponibilità o indisponibilità dei nostri governanti locali ad essere governati, essi stessi, da regole: un conto infatti è, per la maggioranza (o per l’opposizione, limitatamente a proprie “quote”) designare chi si vuole, senza dover rendere conto a nessuno, come avviene oggi; altra cosa sarebbe invece designare sempre persone di fiducia, ma attraverso un procedimento pubblico, trasparente e che si concluda con una decisione motivata.

Vi sono poi, a riunire le diverse aree politiche, diversi silenzi su problemi di grande rilievo cui la città deve far fronte.

Il primo riguarda la complessiva gestione dei nostri rifiuti urbani. Come descritto in un recente articolo su questo giornale, una parte significativa dei nostri rifiuti urbani va a finire molto lontano da Verona, persino all’estero (in Bosnia). Proprio come accade da tempo per i rifiuti di Roma, per quelli di Napoli, per quelli di Palermo. Questa notizia dovrebbe allarmare i politici veronesi di maggioranza e di opposizione, assai più di quanto invece non accada. Trasportare i rifiuti urbani lontano dal luogo di produzione è infatti una assurdità ambientale, economica e gestionale. Dal punto di vista ambientale, questo trasporto produce infatti enormi e inutili quantità di gas serra, dei quali nessuno sembra preoccuparsi. Dal punto di vista economico, il costo di un trattamento ottimale lontano dal luogo di produzione è inevitabilmente molto maggiore.

Dal punto di vista gestionale, diventano assai più complessi i necessari controlli sulla correttezza dell’intero ciclo dei rifiuti. Eppure, i vari partiti sembrano capaci solo di ripetere, come fosse una sorta di mantra, la proposta di raggiungere livelli altissimi di raccolta differenziata. Proposta ovviamente più che giusta, ma lontanissima dalla realtà (Verona è su questo la peggiore fra le città venete), e soprattutto non sufficiente a risolvere il problema: oltre e dopo la differenziata, occorrono infatti impianti per gestire tanto i rifiuti recuperabili come quelli che non lo sono. Invece, forse per non scontentare questa o quella frazione dell’elettorato (nessuno vuole impianti di alcun genere – nemmeno di compostaggio o riciclo – vicino a casa), le proposte che si sentono ignorano questo aspetto e sono per lo più orientate solo al breve termine e di assai modesto spessore.

Un secondo rilevante e inaccettabile silenzio riguarda la questione del traffico in città e del conseguente inquinamento. Sulla base della migliore letteratura scientifica, le proposte concrete per Verona, già formulate anche su questo giornale, insistono in particolare su un punto: migliorare radicalmente, in tempi contenuti, il trasporto pubblico di superficie e la mobilità ciclabile (come tutti i partiti cittadini a parole richiedono) non è possibile senza contestualmente penalizzare, anche economicamente, il traffico privato (e il parcheggio di superficie dei non residenti).

Come adesso impostata, la ZTL è invece inutile e controproducente: lo si comprende anche semplicemente guardando la coda di auto con il motore acceso che attende l’apertura dei varchi oppure le tantissime vetture che, nelle fasce orarie consentite, girano a vuoto alla ricerca di un parcheggio di superficie. Sempre nel timore di scontentare l’elettorato (ma così rendendo vani i propri appelli al miglioramento del trasporto pubblico), tutte le diverse aree politiche cittadine hanno sinora evitato di confrontarsi pubblicamente e in modo aperto su questa tematica.

Infine, un silenzio assordante riguarda l’atteggiamento e la risposta della città verso le politiche migratorie (se così si possono chiamare) del Governo giallo-verde. Verona ospita, sul tema dei migranti, iniziative di grande spessore: dalla Rete Cittadini Immigrati della Caritas, a One Bridge to Idomeni, ai progetti del Cestim, e molti altri. Manca invece, anche qui per una sorta di “paura” verso l’elettorato, una proposta complessiva da parte della politica cittadina, capace di venire incontro, nello stesso tempo e grazie a proposte innovative, alle esigenze di sicurezza dei residenti ed alle necessità di accoglienza e integrazione di chi è giunto a Verona, spesso dopo un lungo viaggio e gravi sofferenze.

Mettere in evidenza la scarsa propensione di tutte le forze politiche veronesi verso l’innovazione e la trasparenza non significa voler fare di tutta l’erba un fascio. Non significa eliminare le differenze né nascondere le responsabilità preminenti, che sono sempre di chi amministra, come ha benissimo e sinteticamente dimostrato Luigi Viviani in un intervento su questo giornale. E tuttavia il miglioramento della trasparenza e dell’apertura al dialogo – la political accountability, nel linguaggio della scienza politica – è un’esigenza che riguarda tutta la politica. Nascondendolo, non si rende un buon servizio alla città. Non si contribuisce a trasformare Verona da una città soltanto turistica a una città davvero internazionale. Non si costruisce una capitale culturale, come tutti vorremmo poter fare anche in vista del 2021 (e in attesa del Bando ministeriale che ancora tarda).

D’altro canto – e tornando ora al centrosinistra, che è sempre stata la mia area di riferimento – non se ne può davvero più di una politica che imposti i propri programmi al principale fine di non scontentare questa o quella area dell’elettorato. Questo modo di procedere non ha certo portato a risultati elettorali brillanti. Tanto vale allora abbandonarlo, per tornare ad un’intelligente radicalità delle proposte politiche e amministrative per la città.

Questa radicalità è l’esatto contrario dell’estremismo parolaio e massimalista. E tuttavia, proponendo scelte alternative all’attuale stato di cose, sarebbe in grado di emozionare e motivare nuovamente gli elettori, anche riportando al voto una parte di coloro che ultimamente si sono tenuti lontani dalle urne. E sarebbe in grado di riavvicinare finalmente alla politica progressista quella parte di società civile che si è da tempo allontanata. Occorre quindi avviare la costruzione di un programma per la Verona possibile, basato su innovazione, ambiente e cultura. Un programma alternativo verso chi oggi governa, ma anche verso tutta la politica che non si lascia ispezionare.

Luciano Butti

Written By

Luciano si è sempre occupato, per lavoro, dei rapporti fra leggi, scienza e ambiente. Insegna diritto internazionale dell'ambiente all'Università di Padova. Recentemente, ha svolto un lungo periodo di ricerca presso l'Università di Cambridge, dove ha studiato i problemi che avremo nel disciplinare per legge le applicazioni dell'intelligenza artificiale (in particolare, le auto elettriche a guida autonoma). Ama la bicicletta, le attività all'aria aperta e la meditazione. luciano.butti1@gmail.com

5 Comments

5 Comments

  1. Filippo Bianchi

    07/01/2019 at 14:03

    La Cricca ha consegnato il Catullo a SAVE a chi lo voleva per chiuderlo. Ci stanno riuscendo. I conti erano in recupero, e come si evince dall’inchiesta di Verona News (http://www.veronanews.net/aeroporto-catullo-a-un-anno-dallinizio/), la volontà era solo quella di favorire Marchi, perché così la politica e l’economia avevano voluto. Magari con un po’ più di informazione certe scivolate si potrebbero evitare.

  2. Giuseppe Braga

    07/01/2019 at 13:45

    Sig. Minghetti, in primo luogo non sono dottore. Per il resto, la invito a leggere la relazione del Collegio Sindacale al bilancio del 2011 della Società Aeroporto Catullo SPA, nella quale l’organismo di controllo aveva mosso ben dieci rilievi pesanti, alla relazione del Consiglio di Amministrazione, con altrettante raccomandazioni. Ne ricordo solo una: la partita debitoria da tempo scaduta, verso le banche, per oltre 12 milioni di euro, che gli.amministratori si erano all’epoca impegnati a sanare.

  3. Giuseppe Braga

    06/01/2019 at 20:41

    Sarebbe interessante poter verificare quanti milioni di euro sono stati sperperati, dirottati e/o spesi per coprire o nascondere necessità derivanti da scelte scellerate delle varie gestioni amministrative del comune di Verona. Si potrebbe partire da Ca del Bue, allorquando l’allora presidente dell ‘AGSM, il dr Stefano Bianchi, denuncio’ che quell’impianto bruciava 20 milioni di vecchie lire al giorno senza alcuna resa. E ciò da diversi anni. Poi si potrebbe verificare lo stato relativo alla capitalizzazione di alcune società partecipate, ad esempio Verona Mercato SPA, ed in particolare il capitale sociale iscritto nell’ultimo bilancio e confrontarlo con la dotazione iniziale e risalente all’epoca del suo trasferimento al Quadrante Europa. Lo stesso andrebbe fatto con la Societa Magazzini Generali. Un dato interessante potrebbe emergere dai costi sostenuti da ormai un ventennio dal Consorzio ZAI e relativi agli oneri dell’IMU sui terreni edificabili di proprietà del Consorzio stesso, per i terreni invenduti e privi di alcuna resa esistenti nella ZAI storica, al Quadrante Europa, alla Bassona ed alla Marangona. Sorvolando sulla situazione finanziaria e gestionale della Società Aeroporti del Garda e delle aziende controllate: Catullo, Montichiari ed altre ancora, per le quali senza l’ingresso di SAVE vi sarebbe stata la bancarotta, resta in ogni caso da capire come i soci pubblici locali intendano agire, per recuperare un ruolo nella gestione di questa importante infrastruttura per l’economia non solo veronese. Altri casi che mi limito a citare: Fondazione Arena con il suo ventennale debito strutturale arrivato a circa 30 milioni di euro, l’AGEC e la tragica acquisizione delle licenze dal Comune di Verona delle 13 farmacie, costate ormai 35 milioni di interessi sul mutuo, la cessione dell’AMIA all’AGSM per far transitare attraverso questa operazione circa 30 milioni di euro verso i comune. E potrei continuare per tante altre situazioni, compreso le vicende che hanno visto l’arresto e rinvio a giudizio di circa una ventina di dirigenti di aziende pubbliche veronesi…

    • Alvise Minghetti

      07/01/2019 at 13:22

      Desidero Rispondere al Dr. Braga in merito all’ingresso della SAVE nella compagine societaria della Catullo. Non è affatto vero che senza l’ingresso di SAVE ha evitato il fallimento. La Catullo SpA è stata risanata con soldi pubblici (aumento di capitale Dicembre 2012) e ristrutturazione lacrime e sangue con cassintegrazione e mobilità per 140 dipendenti. Il “deal” SAVE – Catullo è stato una pagina triste e tra le più consociative sella storia Veronese. Regalare il controllo dell’aeroporto considerato l’asset più important in termini di sviluppo e futura crescita per Verona ed il suo vasto territorio è stato inconcepibile ! ANAC, Antitrust e Corte dei Conti hanno fermamente “bocciato” l’operazione come non conforme alle leggi vigenti eppure sui quotidiani locali l’agomento Non viene trattato. Dalla Procura ci si aspettava una reazione che tarda a venire ed a Verona la vita continua ….
      Non capisco il motivo per il quale il Professore Butti non faccia cenno allo scandalo aeroporto.

      Alvise Minghetti

  4. Maurizio Danzi

    06/01/2019 at 14:30

    La puntigliosa e documentata ricostruzione condotta in questo dossier dall’autore letta in parallelo alll’altro dossier dell’architetto Massignan fanno dire citando Brecht che”c’è ancora un giudice onesto a Berlino”.
    Il cupo silenzio che si riflette da questi preziosi articoli non deve farci dimenticare che sia pure democraticamente eletta è una minoranza a guidarci.
    Verona non può essere questa. Una città con una storia democraticamente consolidata che ha espresso personalità come Fedeli , Gonella , Zanotto , Gozzi, non può volgere il capo a una minoranza rumorosa

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