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Dossier

Dossier sulle scelte urbanistiche dell’Amministrazione Sboarina

L’attuale Amministrazione sta gestendo alcuni bocconi avvelenati lasciati dall’ex sindaco Flavio Tosi e per capire di che pasta è fatto chi governa la città bisogna attendere la prossima Variante 29.

Verona Sud
Verona Sud

DOSSIER – Nel primo anno e mezzo la Giunta di Federico Sboarina ha dovuto operare per mitigare gli effetti negativi della non pianificazione tosiana e si trova ora a gestire alcuni bocconi avvelenati lasciati dall’ex sindaco. Solamente con la Variante 29 potremmo conoscere di che pasta è fatto chi governa la città.

È trascorso circa un anno e mezzo da quando la Giunta guidata dal sindaco Federico Sboarina ha iniziato ad amministrare Verona; credo sia possibile fare un primo bilancio. Ma, prima di entrare nel merito delle decisioni prese nel settore della pianificazione territoriale, ritengo sia necessario considerare la situazione urbanistica in cui si trovava la nostra città dopo dieci anni di amministrazione Tosi. Riepilogo brevemente: non considerando il saldo demografico negativo e gli oltre 10.000 appartamenti sfitti, ma calcolando un ipotetico e inverosimile aumento di popolazione di 25.000 abitanti in dieci anni, erano stati programmati nuovi insediamenti per circa 4.300.000 mc, (al nuovo volume di 2.843.900 mc vanno sommati i 700.000 mc non ancora edificati del vecchio PRG e un volume di riserva pari a 750.000 mc), di questi, circa 80.000 in zone collinari geologicamente fragili e paesaggisticamente preziose; oltre a circa 3.000.000 mc (circa 750.000 mq), di edifici ad uso commerciale, terziario, direzionale e alberghiero. Da tenere presente che alle volumetrie pianificate dall’amministrazione comunale, vanno aggiunti gli oltre 4.800.000 mc previsti dalla Regione attraverso il PAQE (Piano Area Quadrante Europa). Si rendeva quindi necessario rivedere l’intera pianificazione precedente e operare scelte coraggiose e radicali.

Interventi urbanistici della nuova Giunta
La nuova Giunta, con la rivisitazione della variante 23, ha ridimensionato le aree edificabili, togliendo quasi 16.000 mq di costruito rispetto alla precedente Variante. È stata attuata una riduzione del 13 % del perimetro urbano in cui è possibile autorizzare nuovi centri commerciali, in attuazione alla normativa regionale di pianificazione delle aree destinate a strutture di vendita. Con questa variazione si dovrebbero preservare i centri storici minori, escludendoli dal perimetro entro il quale costruire grandi centri commerciali. Pertanto, Poiano, Quinto, la Spianà, e in parte anche Ca’ di David sono stati esclusi dalla zone dove poter realizzare i poli commerciali.

Adigeo, Verona Sud (foto Verona In)

Sono state riconsiderate in ambito urbanistico le aree dismesse e da riconvertire ex articolo 114. Sono stati revisionati i vincoli in edifici del centro storico. È stata definita la riqualificazione degli edifici in collina e nel parco dell’Adige e sono state adeguate le norme per le grandi strutture di vendita sulla base della legge regionale 50. Sono state eliminate le Schede Norma di: Palazzina, Ca dell’Orto, Cercola, Santa Maria in Stelle, Ex tiro al volo, Spianà golf, San Rocchetto, Tigli e Quinto. Sono state eliminate sei grandi strutture commerciali tra cui quella alla Cercola a Verona est di 24.550 mq; quelle in ZAI di Garda Re di 8098 mq, del Consorzio Agrario Lombardo Veneto di 6.260 mq e quello della Liquigas di 5.273 mq; quelle in Spianà della Bernard srl di 2.700 mq e di Giuseppe Godi di 2.500 mq. alla Bassona. È stata ridotta del 18% la superficie agricola da utilizzare per nuove edificazioni: la stima del consumo di SAU (Superficie Agricola Utilizzata) passa da 784.405 mq della vecchia Variante a 645.245 della nuova versione. È stata verificata la legittimità degli edifici oggetto di recupero, localizzati negli ambiti a parco agricolo, e conseguente eliminazione di quelli che sono risultati abusivi. Delle 31 schede approvate dalla precedente amministrazione, dopo i controlli sull’abusivismo, solo 11 sono state dichiarate legittime.

Ex Manifattura Tabacchi, Verona Sud (foto Verona In)

Sono state poi riviste le volumetrie previste nelle cosiddette aree dismesse. Una prima zona è l’ex Manifattura Tabacchi in ZAI. La nuova ipotesi progettuale ha ridotto la superficie commerciale approvata dalla precedente amministrazione, portandola da 18.406 mq a 7.000 mq. Su un area di circa 31.000 mq è ipotizzata la realizzazione di due grandi alberghi, di ristoranti, di uffici, di edifici per servizi e di negozi, oltre ai circa 7.000 mq di commerciale. Saranno costruiti parcheggi sotterranei, un parco ed un percorso ciclo-pedonale di collegamento con la stazione. Un terzo degli edifici, tra cui la ciminiera, sarà tutelato perché considerato archeologia industriale. Una seconda zona dismessa è l’ex fabbrica Tiberghien in borgo Venezia. Della vecchia struttura industriale sono rimaste solo le parti più antiche, riconosciute come elementi di archeologia industriale. Rispetto al progetto tosiano, si è ridotta la quantità di superficie commerciale, passando da 15.000 mq a 6.000 mq. Tra le diverse funzioni da inserire: un albergo, residenze, servizi ed un asilo nido o scuola d’infanzia, oppure un centro per anziani. Progetto inserito nel PAQE. (Piano Area Quadrante Europa) della Regione.

Ilaria Segala

Ilaria Segala

Inoltre: è stata notevolmente ridotta la superficie commerciale del supermercato Rossetto, da 11.300 mq a 8.200. È stata bloccata la richiesta di IKEA di realizzare alla Marangona un nuovo centro commerciale da circa 80.000 mq, accanto a quello tradizionale di vendita di arredamenti, di circa 40.000 mq. Per poterli approvare era necessaria una modifica alle leggi regionali in tema di urbanistica e di commercio, oltre che alle norme sul consumo di suolo pubblico ed una conseguente modifica al PAQE, che sinora nessuno ha richiesto alla Regione. È stata fermata la richiesta della società Adige Jewels, proprietaria degli oltre 70.000 mq di terreno a rischio esondazione, al Nassar di Parona, per realizzare una nuova lottizzazione di undici palazzine in un’area SIC (Sito di Interesse Europeo), ancora a verde e a pochi metri dal fiume. Anche questo progetto fa parte del PAQE. È stato approvato il progetto sulla zona dismessa relativa all’ex area ferroviaria a Porto San Pancrazio. Su un’area di circa 29.000 mq, è proposta la realizzazione di impianti sportivi di vario genere, utilizzando i circa 258.000 mc di volumi dismessi. Anche in questo caso, il problema da risolvere è quello relativo alla viabilità di accesso e di uscita dal centro.

I bocconi avvelenati lasciati dalla precedente giunta
La nuova Giunta Sboarina ha, e deve inghiottire, alcuni bocconi avvelenati lasciati dalla Giunta Tosi.

Il primo boccone è il filobus che, come spiegherò in alcune note sotto, creerà più problemi che vantaggi per la mobilità cittadina. L’esca che sta attraendo la Giunta Sboarina sono i finanziamenti già stanziati. Ritengo che sia più saggio rinunciarvi piuttosto di vincolare la città con un’infrastruttura ingombrante ed inutile. Molto probabilmente i costi da sopportare per adattare la città ad ospitare le linee del filobus, saranno ben superiori ai finanziamenti ricevuti.

Il secondo boccone è l’area ex Cardi al Chievo. Nel 2011 venne approvato il Piano degli Interventi dell’allora assessore Giacino. Nel marzo 2017, in prossimità della scadenza del Piano degli Interventi, venne riconfermato, assieme ad un altro centinaio di progetti, dall’emendamento Cinque Stelle alla Variante 22 e prontamente accolto da una delibera della giunta Tosi. Si tratta di 100.000 mc di nuove edificazioni, destinate per l’85% a residenziale (oltre 300 appartamenti) e per il restante 15% a direzionale-commerciale (circa 150 tra negozi e uffici), con la realizzazione di edifici alti fino a 30 metri (10 piani). Questa operazione porterà 500 nuovi abitanti, il 10% dell’attuale popolazione del Chievo. Per evitare che la nuova Amministrazione potesse modificarlo, il 19 luglio 2017, prima dell’insediamento della nuova Giunta comunale, il capo dell’ufficio dell’urbanistica in epoca Tosi (subito dopo cambierà ufficio), per conto del Comune di Verona, ha stipulato l’atto notarile per la convenzione urbanistica con la società Berardi Srl titolare dell’intervento.

Il terzo boccone è l’area ex Bam in via Mameli. In un’area di 11 mila mq, la precedente Giunta Tosi ha approvato, nonostante il parere negativo del settore traffico, la realizzazione di 46.000 mc di edifici, composti da una torre di dieci piani e tre da nove. Circa 2.000 mq sono destinati ad attività commerciali, i rimanenti a residenza per circa 150 appartamenti. Da considerare che, oltre   sette anni fa, l’area era destinata a parco per la valorizzazione del quartiere.

Borgo degli Ulivi, Quinzano, Verona

Borgo degli Ulivi, Quinzano, Verona

Il quarto boccone è la lottizzazione Borgo degli Ulivi in località Monsel di Quinzano. In realtà, il boccone avvelenato era stato preparato nel lontano 1991, quando l’allora Giunta composta da DC, PSI e PSDI approvò il cambio d’uso dell’area in oggetto da agricola a edificabile. Il progetto venne poi approvato alla fine del 2006, dal commissario ad acta durante l’amministrazione Zanotto, che comunque ottenne una consistente riduzione dei volumi edificabili, dopo che la società costruttrice aveva vinto vari ricorsi al TAR. La Giunta Tosi consegnò ai proprietari la licenza di costruire ed i lavori iniziarono nel 2008. Nel 2010 la Giunta Tosi rilasciò una Variante presentata l’anno precedente dalla proprietà. Dal 2011, la lottizzazione è bloccata. Si tratta di un borgo formato da una sessantina di abitazioni per un totale di 19.000 mc, fermo al grezzo per le vicissitudine economiche dei promotori. I lavori, sin dall’inizio, sono proseguiti con grandi difficoltà, con l’avvicendamento di varie ditte e con l’ultima che è addirittura fallita. Oltre allo sfregio paesaggistico, il problema più grave di quella lottizzazione è la viabilità, che andrà a riversarsi sulle già anguste e congestionate strade di Quinzano. Il PUA, (Piano Urbanistico Attuativo) in scadenza, è appena stato prorogato dalla Giunta Sboarina.

La mobilità cittadina
La mobilità urbana risulta essere uno dei problemi più importanti e con le maggiori difficoltà di soluzione. Purtroppo anche questa Giunta lo sta affrontando in modo sbagliato.

Il traforo leggero. Si tenta, ancora una volta, di risolvere il problema della mobilità con l’ennesima grande opera: il traforo della collina, un’infrastruttura che dovrebbe partire da Poiano, bucare la collina di Avesa, per uscire in zona Ponte Crencano, sotto San Rocchetto, per poi proseguire verso il Saval.
In realtà, il sistema della mobilità andrebbe progettato organicamente con le scelte urbanistiche sull’uso del territorio, partendo proprio da un piano della mobilità che preveda di cambiare il modello dei trasporti urbani, privilegiando quello pubblico e quello ciclabile, oltre che ridurre quello privato a motore. Un piano che preveda scelte ed interventi nei diversi settori della mobilità. Inoltre, non mi sembra opportuno definire una soluzione così radicale, che creerà grossi problemi ambientali e di vivibilità alle zone interessate, mentre alcuni specialisti, incaricati dalla stessa Amministrazione comunale, stanno preparando il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile). Solo dopo aver attentamente valutato i risultati del PUMS sarà possibile indicare una strategia di intervento, non certamente prima. Altrimenti che senso avrebbe investire risorse economiche ed intellettuali per stendere un piano della mobilità se si è già deciso come operare? Per di più, con questa scelta, si delega nuovamente la soluzione della mobilità cittadina al trasporto privato su gomma, quando la tendenza in tutta Europa è di privilegiare il trasporto pubblico.
Se alla proposta del traforo leggero, si aggiunge la messa in opera del sistema di filobus, le conclusioni del PUMS potrebbero risultare totalmente inutili. Mi chiedo: cosa potrebbe succedere se queste ultime dovessero risultare diverse rispetto agli interventi infrastrutturali che stanno per essere approvati dall’Amministrazione? È ormai risaputo che uno dei principali problemi della mobilità urbana è quello di sollevare dal traffico di attraversamento le arterie di collegamento tra Borgo Venezia e via Mameli.
È mia opinione che una tangenziale, che parte da Poiano per arrivare al Saval, non sia la più idonea per risolvere questa difficoltà. La proposta del traforo leggero, così come quella del traforo tosiano, riguardano infrastrutture a livello extraurbano, quasi di collegamento autostradale. Eventualmente, ma sarebbe bene attendere i risultati del P.U.M.S., potrebbe servire solo un piccolo intervento viabilistico a scala urbana.

filobus a Verona

Il Filobus. Sono convinto che gli ingombranti ed impattanti filobus non modificheranno assolutamente il modello di mobilità cittadino e non aumenteranno l’uso dei mezzi pubblici. I filobus in programma, considerate le loro dimensioni, causerebbero una serie di pesanti inconvenienti alle strutture urbane esistenti. Il collo di bottiglia di via San Paolo ne è un esempio; così come la riduzione in larghezza di alcune vie molto trafficate, come via Mameli, che dovrà cedere, per ogni direzione di marcia, lo spazio necessario per creare un percorso preferenziale ed esclusivo per i filobus. Da tener conto che la loro portata è di 140 passeggeri, mentre gli attuali bus autosnodati ne contengono 65, costano meno e non hanno necessità di interventi strutturali. Non riesco proprio a capire che utilità abbiano questi mezzi, ormai superati, e perché non si rinunci ai finanziamenti e si proceda in altro modo.

Il ruolo della Fondazione Cariverona 
Risulta di difficile lettura il ruolo della Fondazione nella gestione del patrimonio immobiliare storico della città di sua proprietà ed i rapporti con l’Amministrazione comunale. Durante i dieci anni di amministrazione Tosi, la Fondazione ha acquistato dal Comune parecchi “gioielli di famiglia”, con l’intenzione di realizzare musei e centri culturali che avrebbero dovuto dotare la nostra città di nuove proposte ed offerte culturali. In realtà non sta accadendo nulla di tutto questo e nel recente piano Folin, risultano chiare e certe solo le operazioni nei tre edifici delle ex sedi di Banca Unicredit, in via Garibaldi 1 e 2, e di Palazzo Franco-Cattarinetti, in via Rosa, dove viene proposta la realizzazione di un nucleo polifunzionale con centro congressi, alberghiero e spazio eno-gastronomico; tutte attività che porteranno reddito alla Fondazione. Al palazzo del Capitanio in piazza Dante ed a Castel San Pietro è ipotizzata la creazione di un museo laboratorio della città. Palazzo Forti dovrebbe ospitare una serie di attività culturali e di alta formazione. Infine, nell’edificio del Monte di Pietà, saranno organizzati degli spazi per attività di ricerca e innovazione. Proporre in modo generico musei, spazi espositivi e laboratori culturali e di ricerca, potrebbe essere un vecchio metodo per non definire specificatamente nulla e quindi non vincolarsi a opzioni specifiche e definitive. Non si capisce poi chi dovrà gestire questi poli culturali, con quali soldi e quali programmi. Non potrà certo farlo l’Amministrazione comunale, che non possiede le necessarie risorse finanziarie e neppure il personale. L’impressione è che la Fondazione non si voglia occupare di questioni non redditizie legate alla cultura e intenda scaricare su qualche ente pubblico questa incombenza.

Federico Sboarina, Alessandro Mazzucco, Marino Folin

Federico Sboarina, Alessandro Mazzucco, Marino Folin

Gli ex Magazzini Generali. Un esempio di questa tendenza è la triste fine che sta facendo l’area degli ex Magazzini Generali. Nel 1987, il Comune di Verona acquisì l’intera area demaniale dei Magazzini Generali. Dal 1999 tutta l’area venne sottoposta a vincolo come patrimonio di archeologia industriale. Il ministero dei Beni Culturali riconobbe al complesso un alto valore quale testimonianza dell’epoca di industrializzazione della città, in tutti i suoi aspetti e contenuti. Il 31 dicembre 2003, nell’insieme delle operazioni immobiliari tra l’Amministrazione guidata dal sindaco Tosi e la Fondazione Cariverona del presidente Biasi, gli ex Magazzini Generali furono ceduti a quest’ultima per la somma di 16 euro al mq, che a sua volta, nel 2015, li trasferì a Torre.SGR SpA. Appena acquisita l’area, la Fondazione avviò un programma di abbattimenti di tutti gli edifici con vincolo indiretto per recuperare nuova volumetria. L’intera area, nonostante fosse viva ed ospitasse fin dal 1994, l’attività di associazioni culturali, venne fatta sgomberare e poi abbandonata al degrado fisico. Non è poi chiaro come, nonostante il vincolo di archeologia industriale prevedesse il restauro degli edifici, abbiano potuto intervenire con demolizioni e ristrutturazioni. Probabilmente, l’obiettivo della proprietà era quello di superare i diversi vincoli e di parcellizzare i vari edifici per attuare scelte d’uso differenziate, che privilegiassero le funzioni più redditizie, come quelle commerciali, terziarie e direzionali. Per ottenere questa possibilità era necessaria la sdemanializzazione dell’area pubblica, operazione favorita anche da proposte di riqualificazione della stessa con ipotesi di un polo culturale ed un auditorium in una zona, la ZAI, che ne avrebbe avuto e ne ha un oggettivo bisogno. Infatti, la Fondazione, appena acquisita l’area, sostenne il recupero della zona come: “sede museale della fondazione acquirente, nonché altre attività istituzionali nei settori dell’arte, della conservazione e valorizzazione dei beni e attività culturali”; ma, una volta ottenuta dalla Stato la sdemanializzazione, anche grazie alle ipotesi di utilizzo culturale degli edifici, ridimensionò le aspettative limitandosi a: “uno spazio polifunzionale da adibire ad auditorium per lo svolgimento di spettacoli e manifestazioni” ed un archivio da adibire a “polo archivistico regionale”. Tutto il resto uffici e commercio. In seguito, anche la proposta di uno spazio polifunzionale, ipotizzato all’interno della stazione frigorifera, l’edificio di maggior pregio in assoluto, tramontò, per l’ipotesi di un nuovo centro commerciale, Eataly.

Verona, ZAI Magazzini Generali

Conclusioni
In queste note, che riguardano l’attività dell’Amministrazione comunale, ho voluto inserire anche la Fondazione Cariverona che, pur non essendo un ente i cui componenti sono eletti dal popolo, grazie alla propria capacità finanziaria, ai tanti ed importanti edifici di sua proprietà a Verona ed al suo programma di sostegno anche alle attività sociali e culturali, ha e sta svolgendo un ruolo molto importante nella pianificazione della nostra città.

Tornando alle vicende della nuova Giunta, devo riconoscere che sinora l’assessore alla Pianificazione, l’ingegner Ilaria Segala, ha dovuto operare per mitigare il più possibile gli effetti negativi della non pianificazione tosiana, intervenendo sulle vecchie Varianti n. 22 e n. 23. A mio parere, Verona non avrebbe bisogno di un mc in più di cemento, anzi, sarebbe bene abbatterne parecchi per riportare un po’ di verde e per migliorare il paesaggio. Si riscontrano infatti: un continuo calo demografico, migliaia di appartamenti sfitti, un’offerta eccessiva di spazi commerciali ed una grave carenza di verde; a chi giova costruire ancora? Purtroppo, i bocconi avvelenati lasciati dalla vecchia Giunta, i vari diritti acquisiti, e probabilmente la lobbie del cemento che ha condizionato le scelte delle Amministrazione pubbliche precedenti e che tenta di condizionare anche quella in carica, non aiutano certo alla realizzazione di una pianificazione obiettiva e adatta alle reali necessità del nostro territorio. Comunque, solamente con la prossima Variante, la n.29, che sarà totalmente predisposta e definita dall’assessore alla pianificazione, potremmo realmente conoscere i programmi urbanistici di questa Giunta sul futuro della nostra città.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Written By

Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

5 Comments

5 Comments

  1. Maurizio Danzi

    27/12/2018 at 18:23

    Ho letto e rileggerò con maggiore attenzione il dossier che senza usare aggettivi con particolare entusiasmo, considero, almeno per me ,illuminante.
    Una domanda faccio , non certo all’autore ma ai lettori : nei dieci anni di amministrazione Tosi, poichè la storia non nasce innocente, qualcuno che ora ci amministra di che cosa si occupava?
    Per il resto grazie all’architetto Massignan per la sua chiarezza che non era facile tenere per l’argomento svolto e il tempo considerato.
    O.D.C.

  2. Marco Ambrosi

    28/12/2018 at 01:13

    Grazie a Giorgio Massignan per la sua incrollabile fede che al peggio ci sia sempre rimedio.

    Grazie all’Assessora Segala per il suo sforzo nel limitare i guasti delle due passate amministrazioni (ma le precedenti non meritano di certo una medaglia al valore).

    Ci sono forse sedi che potrebbero attrarre maggiore pubblico, ma alcune cose qui le vorrei dire da semplice cittadino e lettore di informazioni “non di regime”.

    Per esempio:

    – si stanno sperimentando veicoli pubblici su gomma, a propulsione elettrica, dotati di batterie di nuova generazione, che necessitano di brevi tempi di ricarica che renderebbero inutile tutta la costosissima sovrastruttura necessaria a far circolare una tranvia di superficie quale si pensa di installare a Verona.

    Tanto per cominciare si sarebbero potuti risparmiare una cinquantina di alberi lungo via del lavoro, tagliati per spostare i collegamenti del teleriscaldamento. Chi percorre quella via, magari sulla ciclabile, ha potuto rendersi conto dell’entità dei lavori eseguiti: tutti soldi e natura sacrificati in nome di una soluzione tecnica già vecchia prima di nascere. Infatti i nuovi bus potrebbero – con opportune centrali di controllo – cambiare percorso, intensificare o diradare la frequenza delle corse SENZA SPENDERE UN SOLO EURO.

    – a verona esisteva un eccellente servizio di Car Sharing: era possibile noleggiare per il solo tempo necessario autoveicoli ad enissioni zero evitando così, per esempio, di dover acquistare come minimo un’auto per famiglia ( che costa come un appartamento). C’era: è stato smantellato perché economicamente non sostenibile.
    Come è stata calcolata la sostenibilità? Non produceva utili alla società (ACI) che lo gestiva?
    E come vogliamo calcolare il vantaggio di non dover gravare sulle famiglie con una spesa del tutto improduttiva? Il liberare le strade di mezzi in circolazione senza necessità? La promozione dei mezzi pubblici, delle biciclette, delle auto a basso impatto ambientale? A maggior ragione ora che, non a torto , si vuol disincentivare la circolazione di mezzo Euro 3 e presto Euro 4.

    Giusto per fare un esempio estremo: il giorno di Natale me ne sono rimasto a casa perché la mia auto è da buttare, perché non ci sono mezzi alternativi e perché – Dio li strafulmini – a Natale e Capodanno i bus non circolano; non è che le corse sono ridotte: proprio non circolano!

    – le piste ciclabili fanno pietà: sono continuamente interrotte da semafori o attraversamenti e interessano una parte davvero infima della città.

    – negli edifici pubblici (non mi riferisco agli ospedali ma a uffici pubblici e scuole)!si mantiene una temperatura ben oltre i 19 consentiti per le abitazioni private.

    Risultato? La gente circola in maniche corte. Perché, quando sappiamo che la maggior parte dell’inquinamento viene profitto dagli impianti di riscaldamento?
    Esiste un controllo su questi vizi? Ovviamente no.

    Se volessi esagerare un po’, ma solo un po’, inizierei a parlare di istigazione a delinquere!

  3. Alberto Battaggia

    28/12/2018 at 16:48

    Grazie, Giorgio, per l’utilissima scheda, che merita – anche per la chiarezza – di essere diffusa il più possibile tra i cittadini.

  4. andrea modenese

    30/12/2018 at 09:04

    grazie a Massignan,
    che non si stanca mai di riepilogare date,fatti e soggetti che hanno portato la nostra città nelle condizioni in cui si trova.
    Sul FILOBUS io la penso come sul TAV: meglio pagare una penale (o nel caso FILOBUS rinunciare al finanziamento) piuttosto che imbarcarsi in una opera costosa e di dubbia utilità.
    Rimango sempre perplesso nell’apprendere come sia stato possibile per la cella frigorifera dei magazzini, passare da vincolo demaniale a supermercato di lusso, senza che nessuno ne paghi le conseguenze, ad eccezione del quartiere e dei suoi abitanti.

  5. Enrico Marcolini

    19/01/2021 at 17:39

    Nell’apprezzare anch’io la costante ed appassionata opera di informazione di Giorgio Massignan, vorrei suggerire di aggiornare l’articolo aggiungendo il quinto boccone, ovvero quello dell’ex “Manifattura Tabacchi”, che i cittadini veronesi saranno costretti ad inghiottire con le false promesse di “riqualificazione”. Riqualificazione è infatti la parola magica utilizzata per far deglutire tutto! Già, perchè anche questo ce lo propinano come un grande intervento di riqualificazione: ma che riqualificazione urbanistica può essere quella che prevede di insediare ulteriori grandi attrattori di traffico in quartieri già allo stremo per la presenza della fiera, degli ex Magazzini Generali, del prossimo insediamento di Eataly (che lo ricordiamo ha usurpato il posto ad una promessa vera riqualificazione con insediamento di una galleria d’arte, teatro, sala concerti, sala polivalente per eventi culturali). Il primissimo intervento di riqualificazione sull’area dell’ex manifattura è stata quella di abbattere diversi grandi pini e cedri deodara che erano cresciuti nei cortili interni, senza minimamente verificarne la compatibilità con quanto si sarebbe potuto comunque realizzare. E come si fa a chiamare riqualificazione un intervento che anzichè restituire un po’ di verde al quartiere “Cancellata”/Golosine (che ne è assolutamente privo) ed in uno a Verona Sud che vanta un credito di oltre 800.000 mq di verde (ottocentomila, lo scrivo anche in lettere così che il lettore incredulo non possa pensare ad un errore), ne sottrae ancora vantando di fare del verde sui terrazzi? Vi pare sia la stessa cosa? Verona ha un bisogno estremo di vero verde ovvero di alberi, non di erbetta. Da ultimo si dovrà aggiornare il dossier con un altro grave tentativo di furto di vivibilità e verde in corso proprio in questi travagliati mesi, ovvero la vicenda del Parco allo Scalo detto anche “Central Park”. Siamo partiti da promesse elettorali che dichiaravano l’assoluta volontà di restituire a Verona almeno parte del verde mancante imponendo la trasformazione a verde dell’intera area dello scalo. Si era assicurato un atteggiamento duro verso le richieste di FS: “noi non molleremo” si diceva, “andremo a battere i pugni sul tavolo”. Ora dal 100% siamo già scesi al 65%, con un presunto parco attraversato da strade, costeggiato da uffici e palazzi e, per non farci mancare la ciliegina sulla torta, un centro commerciale (ma piccolo si assicura). Non vi pare che sia ora di finirla di prendere i cittadini per i cosiddetti fondelli?

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