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Considerazioni sul piano Folin della Fondazione Cariverona

Gli edifici rimasti di proprietà pubblica, avrebbero dovuto essere studiati e quindi pianificati assieme ai sette edifici della Fondazione, in un disegno complessivo e organico.

Le caserme, i forti, la stessa cinta fortificata e i palazzi rimasti di proprietà pubblica, avrebbero dovuto essere studiati e quindi pianificati assieme ai sette edifici della Fondazione, in un disegno complessivo ed organico.

Da molto tempo sostengo la necessità di pianificare la valorizzazione ed il corretto uso degli edifici storici e monumentali, che hanno rappresentato la storia della nostra città, in un contesto organico con l’intero territorio del comune di Verona. Nelle diverse analisi urbanistiche del passato e nelle conseguenti scelte, quasi mai è stato preso in adeguata considerazione l’utilizzo che le volumetrie degli edifici storici avrebbero potuto offrire, per evitare, o quanto meno diminuire, la cementificazione di altro suolo, con l’ulteriore sfrangiamento ed allargamento dei confini della città.

Ora, la Fondazione Cariverona ha incaricato l’architetto Marino Folin di stendere un piano per l’utilizzo dei palazzi storici di proprietà della Fondazione, tra cui quelli che, durante la precedente giunta guidata dal sindaco Flavio Tosi, erano stati venduti alla Fondazione stessa.

Eppure, per poter analizzare in modo adeguato ed urbanisticamente corretto le potenzialità che possono offrire i manufatti storici in rapporto con l’intero territorio, sarebbe stato opportuno non limitarsi ai sette complessi di proprietà della Fondazione: i palazzi ex Unicredit in via Garibaldi 1 e 2 e Palazzo Franco – Cattarinetti, in via Rosa; il Palazzo del Capitanio; Castel San Pietro; Palazzo Forti; e la sede del Monte di Pietà; ma ampliare lo studio e la relativa pianificazione a tutti i contesti edilizi storici appartenenti al Comune, alla Provincia ed ai vari demani statali.

Le caserme, i forti, la stessa cinta fortificata e i palazzi rimasti di proprietà pubblica, avrebbero dovuto essere studiati e quindi pianificati assieme ai sette edifici della Fondazione, in un disegno complessivo ed organico. Limitarsi alla programmazione del solo patrimonio della Fondazione relega il cosiddetto piano Folin ad una scala puntuale sui singoli elementi architettonici, eludendo l’ imprescindibile ed auspicabile scala urbanistica globale.

Inoltre, mi lascia molto perplesso la mancanza di ipotesi operative per risolvere il vero problema del centro storico di Verona: la continua diminuzione dei suoi residenti e l’aumento della loro età, che stanno rendendo il centro una sorta di residenza per soli anziani, senza la presenza di bambini.

Nonostante “abitare il centro storico” sia il primo obiettivo del piano Folin, gli interventi sono tutti relativi a scelte commerciali, direzionali, congressuali, ricettive e culturali. A mio parere, queste opzioni ridurranno il centro storico di Verona ad una grande area specializzata ad accogliere un turismo di maggior qualità, aumentando così l’indotto economico, ma non freneranno il processo di abbandono degli abitanti originali della città, anzi, lo faciliteranno. Venezia docet.

Le proposte del piano Folin confermano le mie preoccupazioni: nelle ex sedi di Banca Unicredit, in via Garibaldi 1 e 2, e di Palazzo Franco-Cattarinetti, in via Rosa, mirano a realizzare un nucleo polifunzionale con centro congressi, accoglienza e spazio eno-gastronomico. Al palazzo del Capitanio in piazza Dante ed a Castel San Pietro è ipotizzata la creazione di un museo laboratorio della città. Palazzo Forti dovrebbe ospitare una serie di attività culturali e di alta formazione. Infine, nell’edificio del Monte di Pietà saranno organizzati degli spazi per attività di ricerca e innovazione.

Proporre musei, spazi espositivi e laboratori culturali e di ricerca potrebbe essere un vecchio metodo per non definire specificatamente nulla e quindi non vincolarsi a opzioni specifiche e definitive. Le sole scelte chiare sono il nucleo polifunzionale con il centro congressi, quello per l’accoglienza e lo spazio enogastronomico. Attività finalizzate a produrre reddito.

Come spesso accade, per nascondere la poco originalità delle scelte, o la voluta indefinibilità delle stesse, sono state utilizzate delle enunciazioni bizzarre e di matrice straniera. Pratica questa assai gradita a molti urbanisti ed architetti. Così, per indicare il centro polifunzionale si è introdotta la definizione City HUB e per le attività relative ai laboratori culturali ed ai musei LAB-Urbs.

Ma, nonostante queste bizzarre formulazioni, il vero problema del centro storico non viene affrontato. Infatti, da alcune delle analisi che accompagnano il piano, si evince che nel periodo 2008-2016, nel centro storico la popolazione residente è diminuita del 9%; le unità commerciali del 18%; mentre le presenze turistiche sono aumentate del 20%. Questo significa che il centro storico di Verona si sta trasformando da zona residenziale, con i relativi servizi, ad un’area di consumo turistico con offerte commerciali, ricettive, congressuali e culturali.

Il tentativo di trasformare parte del turismo di passaggio, in un modello che, grazie ad una maggiore offerta di beni culturali, ambientali e paesaggistici, accresca la permanenza in città, è certamente necessario; e quindi l’ipotesi di aumentare gli spazi culturali risulta positiva per la valorizzazione del centro storico, ma non è sufficiente. Come sostenevo poco sopra, il vero problema è un altro: bisogna invertire il processo di abbandono dei residenti; ma, per affrontare e risolvere questa questione, non ho trovato alcuna proposta. Questo importante e difficile problema, potrebbe in parte risolversi, considerando la ristrutturazione di alcune caserme per ospitare residenze di edilizia convenzionata, che riporterebbe coppie giovani e bambini in centro storico.

La Fondazione avrebbe dovuto, in concerto con gli enti pubblici ed i demani, incaricare l’architetto Folin di considerare, in un piano urbanistico organico con il territorio, l’utilizzo, oltre che dei vari edifici della Fondazione, anche quelli di proprietà pubblica, per realizzare un programma di riappropriazione residenziale del centro da parte dei veronesi.

Inoltre, per avviare una reale una trasformazione del modello attuale di turismo, si sarebbe dovuto organizzare un percorso dei musei cittadini ed un itinerario archeologico, riportando alla luce ed evidenziando i reperti delle diverse epoche storiche; e ampliando l’offerta culturale con la giusta valorizzazione di colle San Pietro e del rione di San Giovanni in Valle.

Ritengo che, limitando il piano ai soli sette edifici della Fondazione, non si migliorerà il nostro centro storico, ma si aggreverà ulteriormente il suo processo di terziarizzazione, con la relativa diminuzione della popolazione residente.

Concludo, osservando che, nel piano della Fondazione, non si è proposto nulla relativamente alla partecipazione dei giovani ai processi culturali e turistici. Trascurare le nuove generazioni non è una risposta positiva per le caratteristiche ed il futuro della nostra città.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Giorgio Massignan
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Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

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