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Ma che genere di linguaggio, discriminare attraverso le parole

Un convegno organizzato in Civica ha messo in evidenza come gli stereotipi e i pregiudizi di genere vengano perpetuati attraverso diversi strumenti, a partire dall’uso della lingua, ma anche sui banchi di scuola e attraverso i media

Convegno Ma che genere di linguaggio (foto ProsMedia)
Convegno Ma che genere di linguaggio (foto ProsMedia)

Il 19 ottobre nella sala Farinati della Biblioteca Civica di Verona si è svolto il convegno Ma che genere di linguaggio, a cura del coordinamento di AssociazioniCaffè e Parole, patrocinato dal Comune e con Verona In come media partner. L’incontro ha trattato il tema della violenza e della discriminazione nei confronti delle donne attraverso le parole.

La coordinazione è stata di Anna Malgarise, che ha presentato gli interventi di Michele Cortelazzo, docente di Linguistica dell’Università di Padova, Irene Biemmi, ricercatrice dell’Università di Firenze ed esperta di Pedagogia di genere e Pari Opportunità, e Cristina Martini, ricercatrice e media-educator di ProsMedia (gruppo di analisi interculturale dei Media del centro Studi Interculturali dell’Università di Verona).

Cortelazzo ha aperto gli interventi con il tema Maschile e femminile nel discorso pubblico, focalizzandosi sui recenti dibattiti a proposito dell’introduzione nel linguaggio comune dei discussi termini trasportati al femminile, quali “sindaca”, “assessora”, “avvocata” e via dicendo. Il linguista ha ribadito che tali termini trovano la primaria giustificazione del loro uso nella lingua italiana, e metterli in discussione è sbagliato, in quanto non è una questione di «difesa delle donne, ma prima di tutto di difesa della nostra grammatica».

Cortelazzo ha infatti spiegato che la regola grammaticale è di «trasportare al femminile i nomi legati ad una professione quando parliamo di una persona specifica» e che ciò già avviene in altre lingue come lo spagnolo, il portoghese e il tedesco. Il professore ha affermato che è un fenomeno normale avere titubanza nell’introdurre una parola nuova nel linguaggio, definendo però chi si oppone come «non un arretrato, bensì un innovatore negativo», questo perché «in passato l’introduzione di termini riferiti a varie professioni declinati al femminile, ha generato meno titubanza, come nel caso di “senatrice”, probabilmente perché le donne a ricoprire tale carica erano un numero esiguo, mentre adesso spaventa la loro numerosità».

Il problema che persiste è quello del maschile “non marcato”, ovvero nel caso di nomi plurali e situazioni astratte, per il quale la regola vorrebbe l’uso del maschile plurale. La soluzione, ha spiegato Cortelazzo «non può essere quella di cambiare la grammatica, ma di usare escamotage quale l’uso delle forme sdoppiate, di pronomi relativi e indefiniti e di termini collettivi e astratti», anche se tali soluzioni «rischiano di rendere eccessivamente complessa la grammatica».

Dal libro Cosa Faremo da grandi? di Irene Biemmi, illustrazioni Lorenzo Terranera

Dal libro Cosa Faremo da grandi? di Irene Biemmi, illustrazioni Lorenzo Terranera

A seguire l’intervento di Irene Biemmi Parole rosa e parole azzurre: piccoli stereotipi crescono sui banchi di scuola, che ha presentato le contraddizioni della scuola italiana, da una parte la più “femminilizzata” di Europa, con «più dell’83% del corpo docenti formato da donne, i rendimenti migliori da parte delle studentesse rispetto ai loro colleghi e l’alto tasso femminile di iscrizione all’università», ma che in realtà cela «un subdolo e profondo immaginario di genere sessista».

La Biemmi ha così illustrato il suo studio Educazione sessista: stereotipi di genere nei libri delle elementari, pubblicato da Rosenberg & Sellier, che consiste in una ricerca sui libri di testo delle scuole primarie per capire quale tipo di immaginario venga propagandato al giorno d’oggi.

La ricercatrice ha illustrato i maggiori problemi che sono emersi, quali «l’invisibilità femminile», ovvero il fatto che i protagonisti dei libri usati sui banchi di scuola sono prevalentemente maschi, per la precisione «ogni 10 personaggi principali femminili se ne incontrano 16 maschili», con le dovute differenze fra le case editrici, in quanto «Fabbri, Elmedi e DeAgostini raggiungono quasi la parità, ma nessuno arriva a un perfetto 50 e 50».

Altro problema è il fatto che «ai personaggi maschili vengono assegnate circa 5o professioni tra le più disparate, mentre alle donne ne sono attribuite 15, tutte molto simili, come maestra, fata, strega…». La Biemmi ha spiegato che questo rischia di «far passare l’idea che i ragazzi possano fare tutto e le ragazze no», mentre invece c’è la necessità di estendere «il campo di pensabilità in modo che sia ampio e paritario per entrambi i generi, dato che i sogni si nutrono dell’immaginario collettivo».

La pedagogista ha illustrato infine alcuni progetti che si battono per la promozione delle Pari Opportunità nei libri di testo, come Polite, progetto portato avanti dal 1995 al 2002 dall’Unione Europea e adesso ripreso, consistente in un codice di autoregolamentazione e linee guida che gli editori dei paesi aderenti dovevano necessariamente seguire. Biemmi ha poi ricordato che la parità di genere in ambito educativo rientra «nella convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia».

Il convegno si è concluso con l’intervento di Cristina Martini Stereotipi e violenza nei media: le donne come vittime. La ricercatrice ha iniziato spiegando che «gli stereotipi sono utili per organizzare la realtà, ma diventano un problema quando iniziano a formare aspettative, come succede nella classificazione uomo/donna, in cui tipicamente i primi sono dipinti come il sesso “forte” e tutti gli attributi che ne derivano, e le seconde come quello “debole”, con relative conseguenze». Allo stesso modo gli attributi maschili «si trasformano in complimento quando usati per una donna, con espressioni come “avere le palle”, mentre viceversa diventano dispregiative le caratteristiche femminili attribuite ad un uomo, come dire “sei una femminuccia”».

La Martini ha illustrato come questi modi di pensare vengano alimentati da un certo tipo di linguaggio pubblicitario, e ha poi presentato la sua ricerca consistente nell’analisi dei femminicidi e del modo in cui i media li trattano. Innanzitutto la distinzione primaria da fare è tra «femmicidio, ovvero l’omicidio compiuto nei confronti di una donna perché donna, con una motivazione di genere, e non di altro stampo» e dall’altra parte «il femminicidio, di cui si può parlare anche senza la morte fisica del soggetto, ma quando si ha a che fare con l’annientamento psicologico della donna su cui è stata compiuta una violenza».

Dalla ricerca della Martini è emerso che «delle vittime vengono solitamente mostrate foto in cui appaiono provocanti e vestite in un certo modo, per dare un’immagine precisa, alimentando il classico stereotipo “se l’è cercata”», mentre i colpevoli vengono dipinti in modo diverso se italiani o stranieri. I media tendono difatti a «giustificare le violenze compiute da italiani come raptus di follia e omicidi passionali», mentre gli stranieri sono «connotati dalla loro nazionalità e soltanto a loro vengono attribuiti termini tipicamente associati al mondo animale».

Carolina Londrillo

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