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Eritrea: un’occasione storica sulla strada verso lo sviluppo

Elisa Kidanè, suora comboniana: «Un momento straordinario perché dopo decenni di guerra, di embargo, di isolamento culturale, morale ed economico c’è la possibilità per il Paese di costruire ponti e relazioni nuove»

Abiy Ahmed Ali, primo Ministro Etiopia, e Isaias Afewerki, Presidente Eritrea
Abiy Ahmed Ali, primo Ministro dell'Etiopia, e Isaias Afewerki, Presidente dell'Eritrea

L’Eritrea è un Paese che è rimasto isolato dal resto del mondo per 27 anni e che ora, grazie anche alla pace ritrovata con l’Etiopia, ha una grande opportunità, quella di intraprendere una strada nuova verso lo sviluppo. L’occasione per ricordare l’Eritrea è stata la 3° festa di Terrarossa onlus che si è svolta a Villa Buri domenica 7 ottobre, una giovane associazione di cui Elisa Kidanè, suora comboniana, è stata ispiratrice, e che assieme all’attuale presidentessa Natalina Colombaroli, si impegna per far conoscere l’antichissima storia e cultura del popolo eritreo, portando solidarietà ed aiutandolo a credere nel proprio futuro. Elisa Kidanè conosce bene l’Eritrea, ci è nata, ci ha vissuto per tanti anni, e ci torna spesso per amore del suo Paese e per sostenere le missioni ed i progetti di sviluppo.

Per Kidanè «questo è veramente un momento straordinario per l’Eritrea, perché dopo decenni di guerra, di embargo, di isolamento culturale, morale ed economico, c’è la possibilità per il Paese di costruire ponti e relazioni nuove». L’Eritrea è tra i Paesi più poveri dell’Africa: in questi anni ha vissuto di sola agricoltura di sussistenza, data l’impossibilità dei commerci, ma, prosegue Kidanè «c’è ora la speranza che il Presidente Isaias Afewerki colga positivamente quest’occasione e si apra al dialogo, ai commerci ed alla democrazia. In Etiopia stiamo osservando un dinamismo impressionante, e l’Eritrea con i suoi due porti e lo sbocco sul mare, potrebbe dare un grande contributo all’economia di entrambi i Paesi, rafforzando inoltre la comunione fra i due popoli».

Elisa Kidanè

Elisa Kidanè

La suora ricorda che nel 1991, appena lo Stato eritreo ottenne l’indipendenza, arrivarono in massa cooperative, aziende occidentali e multinazionali, portatrici di un tipo di sviluppo che imponeva stili di vita, desideri economici e bisogni che il popolo forse neanche si sognava. Il Presidente decise di bloccarle perché, seguendo un principio socialista, voleva un Paese in grado di camminare con le proprie gambe. Per Kidanè, l’aver detto no alle multinazionali non fu un male, e se è vero che da una parte furono commessi molti errori, dall’altra «si è evitato perlomeno di rendere Asmara e l’Eritrea come molte città africane, trasformate in metropoli ricchissime attorniate da bidonville di una miseria spaventosa». La grande opportunità adesso, secondo la suora comboniana, è quella di accogliere l’economia occidentale, senza però l’imposizione di stili di vita che non appartengono alla cultura ed allo spirito eritreo, dando così la possibilità a l Paese di avere accesso alla cultura, alla salute, alla scuola.

Kidanè ricorda di essere rimasta colpita in uno dei suoi viaggi, dalle parole di un bambino di soli 5 anni che diceva di voler andare in Norvegia, segno di una frattura con la propria terra e conseguenza di tanti giovani che hanno già preso la strada della emigrazione. Si calcola che più di mille ragazzi ogni mese lascino l’Eritrea, una vera emorragia per un paese di circa cinque milioni di abitanti e che ha già portato allo svuotamento di tanti villaggi. Nelle famiglie eritree si parla molto di chi ha raggiunto l’Europa, non si dice però di chi è morto nel deserto o annegato nel Mediterraneo o in Europa vive da “barbone” non essendo riuscito ad inserirsi.

Per Kidanè «bisogna aiutare i giovani eritrei a ritornare in patria, a far rinascere il senso di cittadinanza e appartenenza, perché non c’è niente di più bello che vivere nella propria terra ed essere protagonisti della rinascita del proprio Paese». Terrarossa si impegna nella realizzazione di questo obiettivo tramite progetti di sostegno alle scuole materne ed ai centri dove i ragazzi, dopo la scuola, possono prendere confidenza con computer e nuove tecnologie, oltre che con iniziative in campo sanitario e della promozione della donna.

Il metodo dell’associazione si ispira a san Daniele Comboni “salvare l’Africa con l’Africa” cioè aiutare le persone a diventare protagoniste e responsabili della propria crescita e del proprio futuro, ben diverso dallo slogan “aiutiamoli a casa loro”, parole che per Kidanè «sono di un’arroganza incredibile e nascondono solo la non volontà di incontrarsi e collaborare — la volontaria spiega infatti che in Europa si parla con troppa superficialità dei fenomeni migratori — qualcuno dice rimandiamoli a casa loro, ma quale casa, dopo che hai aiutato tanti governi dittatoriali a sfruttare popoli e depredato molte terre delle loro risorse naturali? Bisogna prima capire la problematica e l’origine del disagio di chi lascia la propria terra».

Kidanè ci ricorda che «abbiamo tutti un po’ di sangue africano, perché come testimonia la storia, è da lì che è partita la prima grande migrazione milioni di anni fa, e fu un fatto di sopravvivenza della specie umana. Quello di restare è un diritto che va supportato, ma quella di partire diventa una necessità quando cambiamenti climatici, guerre ed impoverimento impediscono di vivere dignitosamente nella propria terra. In questo senso la migrazione è un diritto universale».

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Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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