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Michele De Mori, presidente dell'associazione AGILE
Michele De Mori, presidente dell'associazione AGILE

Interviste

De Mori: «La cultura del riuso base della progettazione urbanistica»

Intervista con l’architetto Michele De Mori, presidente dell’associazione AGILE che ha censito gli edifici abbandonati di Verona: «Abbiamo creato dibattito attorno a questi luoghi, cercando di coinvolgere i cittadini. Ma il riutilizzo di questi ambienti poi non c’è stato e abbiamo abbandonato il progetto tra mille difficoltà. I proprietari, pubblico e privato, sono diffidenti; la legge non aiuta e manca una cultura adeguata. Però qualcosa si sta  muovendo».

AGILE (Arte, Giovani, Impresa, Lavoro, Etc.) è una libera associazione di giovani con vari percorsi formativi, che opera nella realtà architettonico-urbanistica e sociale di Verona, organizzando ricerche, mostre ed eventi culturali. Nel 2014 AGILE ha realizzato una mappatura dei luoghi abbandonati del territorio veronese. Abbiamo incontrato il presidente dell’associazione, l’architetto Michele De Mori, per capire come si è svolto il progetto e come si possa operare oggi al fine di dare nuova vita agli spazi urbani in disuso.

Come nasce il progetto della mappatura dei luoghi in disuso portato avanti da AGILE e come mai si è deciso di fare un lavoro cosi oneroso? Si inseriva in un contesto più ampio?
De Mori. «In realtà il progetto nasce più che con una finalità pratica, con lo scopo di sviluppare una discussione sul tema degli spazi abbandonati e del riuso. Volevamo ricavare dei dati per capire quanti fossero effettivamente gli spazi in disuso a Verona e dove si localizzassero, per avere un punto di partenza e per capire davvero come fosse la situazione dell’abbandono, di cui si parla spesso, a Verona. La prima fase del progetto consisteva appunto nel censimento di tali spazi, che abbiamo fatto girando nei quartieri, annotando e documentando i luoghi abbandonati».

Erano previste anche altre fasi del progetto?
De Mori. «Avevamo iniziato una fase B, ovvero il riuso temporaneo del luogo, com’è avvenuto per il sottopasso di Porta Vescovo, un luogo abbandonato e chiuso senza motivo, ma in perfette condizioni. Abbiamo sistemato e pulito la zona e organizzato tre giorni di attività culturali che hanno visto un grosso afflusso di persone, dopodiché il Comune ha deciso di riaprire il sottopasso, con stupore nostro e dei cittadini, in quanto non c’erano stati annunci in merito, né noi abbiamo ricevuto alcun ringraziamento. Avrebbe dovuto esseri un’ulteriore fase di localizzazione di diversi spazi in cui far subentrare qualcuno che se ne prendesse cura e organizzasse attività culturali, eventi, che gli ridesse vita. Purtroppo qua abbiamo trovato enormi difficoltà e il progetto si è arenato a questo punto».

Che tipo di difficoltà avete riscontrato?
De Mori. «Abbiamo avuto difficoltà nei rapporti con i proprietari degli edifici privati o con chi li gestiva nel caso del pubblico. Pensavamo che l’idea di affittare un edificio ed averne un vantaggio economico, ma anche un valore culturale aggiunto, venisse ben accetta. Invece abbiamo incontrato molta diffidenza, la cultura del riuso degli spazi è una cosa che ancora non ci appartiene. Spesso i lavori di ristrutturazione dovrebbero protrarsi per molto tempo e il proprietario è diffidente ad affittare così a lungo l’immobile, mentre allo stesso tempo chi decide di occuparsene non vuole rischiare che ad un tratto lo spazio a cui ha lavorato e in cui ha messo il suo impegno venga adibito a tutt’altro, o magari demolito. Ci sono anche questioni giuridiche, com’è successo all’ex stazione di servizio di Via Torbido, per cui avevamo progetti, ma alla fine è stata messo sotto sequestro perché la società proprietaria ha fallito ed è andata all’asta. Un altro problema è l’eccessiva cultura della sicurezza in Italia. Se si vuole adibire un edificio a funzione pubblica, ci sono tantissime norme da rispettare, alcune delle quali ci hanno reso impossibile riutilizzare certi luoghi. Ad esempio il limite di persone che un edificio può ospitare, o il numero di bagni che questo deve avere in relazione alla sua grandezza e capienza. In altri paesi, come la Germania, operare in questo senso è più facile perché c’è una cultura differente. Qua la difficoltà normativa è pesante ed è necessario capire come incentivare il recupero».

Progetto Passare Sotto, AGILE, Sottopassaggio Porta Vescovo

Progetto Passare Sotto, AGILE, Sottopassaggio Porta Vescovo

Alcune idee su come si potrebbe fare?
De Mori. «Ci sono alcuni segnali positivi. L’ultima legge sul consumo del suolo del Veneto (legge regionale 6 giugno 2017, n.14) è volta alla rigenerazione urbana attraverso il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, con riferimenti all’integrazione sociale e culturale e “alla partecipazione attiva degli abitanti alla progettazione e gestione dei programmi di intervento”. È da vedere se si lavorerà in questo senso. Innanzitutto bisognerebbe evitare che gli edifici finiscano in situazioni di degrado, ad esempio creando un bando per i beni non usati prima che le loro condizioni si deteriorino. Si possono utilizzare anche stratagemmi semplici, ad esempio creare degli incentivi per la sistemazione perlomeno dell’aspetto esteriore dell’edificio abbandonato».

Ci sono esempi in cui il recupero di un luogo è avvenuto con successo?
De Mori. «Sì, come già detto prima c’è l’esempio del sottopasso di Porta Vescovo. C’è Reverse, impresa sociale che si occupa di riuso creativo di materiale di scarto industriale, che da San Giovanni Lupatoto si è spostata in Via Giolfino, vicino alla stazione di Porta Vescovo, in una falegnameria, creando un bellissimo ambiente lavorativo e creativo. Altro esempio il Coworking 311, che si stabilisce in un’ex officina dei treni in Lungadige Galtarossa. Il forte San Briccio, che ha visto una forte aggregazione di cittadini lavorare insieme con l’amministrazione e ha avuto un risultato importante, con la riqualifica del luogo e l’organizzazione di molti eventi. Un esempio che fa riflettere è quello del supermercato Aldi che ha aperto in Corso Venezia, nel cantiere delle ex officine, rimasto inutilizzato per anni. Pensiamo sempre a idee più culturali parlando di recupero, ma nel momento in cui un supermercato si inserisce tutelando lo spazio a livello architettonico, e togliendo il luogo da una condizione di degrado, è difficile capire se sia una cosa positiva o negativa».

Cosa è emerso dal vostro lavoro di mappatura degli spazi in disuso a Verona?
De Mori. «Innanzitutto, Verona è una città di dimensioni e popolazione modeste, in cui emergono problemi minori, che in metropoli più grandi, pensiamo a Milano, passano in secondo piano. Questo per dire che qui la crisi dell’abbandono non è così grave. Ci sono grandi contenitori abbandonati, e ci sono zone critiche, come quella di San Michele Extra, ma sul territorio cittadino comune la situazione non è così tragica. Ritengo sia più ampio il problema della mancanza di spazi di uso comune».

Cosa intende?
De Mori. «Secondo me sarebbe importante creare degli espedienti urbani per favorire l’aggregazione. Avere attenzione per le piccole cose che però generano un forte indotto sociale. Prendiamo il parco di Santa Teresa a Verona Sud. Al di là delle discussioni sulla sua dimensione, è un esempio positivo perché al suo interno vi sono strutture per l’allenamento e percorsi per bambini che portano un grandissimo afflusso di gente. Dall’altra parte abbiamo Parco San Giacomo, che è enorme, ma in cui non c’è nulla».

Che interventi si potrebbero fare, anche per modificare la cultura attuale?
De Mori. «Sarebbe necessario compiere dei micro-interventi in attesa di quelli più grandi, per migliorare la vita quotidiana dei cittadini con una spesa minima da parte del Comune. Anche questo è recupero degli spazi. Basterebbero piccoli accorgimenti per rendere gli spazi attrattivi per le persone, in questo modo si combatterebbe il disagio sociale senza la classica quanto inefficace risposta della demolizione, com’è successo alle ex Cartiere. Delle semplici panchine in un parco posizionate in maniera da incentivare la socializzazione, eliminare i parcheggi inutili favorendo così l’aggregazione, creare delle attrattive, invece che mettere enormi monumenti al centro di piazze vuote: perché la gente dovrebbe andare in Piazza Isolo o ai Bastioni?».

E per quanto riguarda invece i grandi contenitori a cui dare nuova vita, come il Tiberghien o l’ex manifattura tabacchi?
De Mori. «Sarebbe importante fare una pianificazione a monte, globale della città. Solitamente si pensa allo spazio e si decide cosa potrebbe esservi messo, ma sarebbe più efficace fare una mappatura dei grandi contenitori in disuso, capire i bisogni di ogni quartiere, quindi decidere dove sviluppare i vari progetti. Sarà difficile capire cosa fare al Tiberghien e all’ex manifattura, cercando anche di non sovraccaricare la zona a livello di traffico e realizzando qualcosa che possa funzionare in uno spazio così esteso. Bisogna pensare in modo concreto e la comunicazione fra le Circoscrizioni e i suoi abitanti dovrebbe essere maggiore».

Come pensa si svilupperà la situazione a Verona?
De Mori. «Il problema finora è stato anche che spesso i tempi di pianificazione sono stati molto più lenti rispetto a quelli della vita della città, con il risultato di proporre progetti anacronistici. Manca poi un vero riconoscimento e comprensione del problema, l’idea di operare all’interno di un contesto ambientale. Bisogna però essere anche ottimisti. I prossimi due anni saranno anni di cambiamenti in cui necessariamente bisognerà prendere una direzione, con il Tiberghien, l’ex manifattura, il filobus, che rivoluzionerebbe l’assetto cittadino. Una volta che la situazione progettuale della città si sarà attestata, dovrebbe sistemarsi anche quella dei grandi contenitori in disuso. La cosa fondamentale, per evitare errori, è che si operi nella piena conoscenza del territorio».

Carolina Londrillo

Foto in alto: Michele De Mori. 

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