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Vangelo

Aprirsi agli altri per liberare la bellezza che c’è in ognuno di noi

Gli portarono un sordomuto. Gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua

L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)
L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Dal Vangelo di Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». 

I miracoli del Vangelo sono sempre dei “segni”. Al di là della guarigione fisica c’è sempre un messaggio profondo da cogliere. Questo “miracolo” è raccontato solo da Marco. Uno stile semplice, sintetico, ma ricco di particolari. Oggi potremmo dire uno stile di scrittura alla don Milani. Ogni parola sembra studiata, ha un suo significato. È un racconto molto breve, ma di una grande attualità e ricco di insegnamenti. Quel sordomuto rappresenta ognuno di noi. Nei nostri rapporti spesso anche noi siamo “sordi”. Non siamo capaci di ascoltare. Peggio tante volte non vogliamo addirittura capire. Siamo incapaci di ascoltare noi stessi. Non sappiamo indagare le esigenze del nostro sentire, del nostro cuore. Senza ascolto non c’è relazione. E senza relazione nessuno può vivere. “In principio, dice Martin Buber, è la relazione e ogni vita autentica è incontro”. Non solo siamo sordi, ma siamo anche “muti”. Spesso rimaniamo muti di fronte a situazioni in cui invece dovremmo parlare, anzi urlare. Pensiamo a quante volte non parliamo per paura, per viltà, per comodità.

«E gli condussero un sordomuto». La persona sorda viene condotta, portata da Gesù. Non ci va spontaneamente. Tutti abbiamo momenti difficili. A volte è così difficile chiedere aiuto. Spesso non vogliamo aiuto da nessuno. Ci chiudiamo in noi stessi. Che bello incontrare un amico, una amica che ci prende per mano e…ci aiuta ad uscire dal nostro dolore. Bisogna imparare a lasciarsi prendere per mano.

«Gli pose le dita sugli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua». Gesù non teme il contatto fisico. Guarisce “con” il suo corpo. Al sordomuto dà qualche cosa di “suo”. Lo tocca con le sue mani. Sembra quasi un gesto superstizioso.  Gesù vuole esprimergli il suo affetto, la sua vicinanza. Ha di fronte un sordomuto, una persona che non è raggiungibile con le parole. Gli rimane soltanto la possibilità di comunicare con lui attraverso un gesto, un segno. Pensiamo quante volte ci troviamo in situazioni dove più che delle parole c’è bisogno di piccoli gesti. Qualche volta basta uno sguardo per capire che uno ti è vicino. In certi momenti il silenzio, un sorriso, una carezza, una stretta di mano, valgono molto di più di inutili discorsi.

«Emise un sospiro e disse: “Effatà”, cioè “Apriti!”». Il racconto sottolinea che Gesù prese con se il sordomuto e lo portò in disparte lontano dalla folla. Per incontrarsi con se stessi, per poter riflettere sul mistero della vita, per comunicare profondamente con l’altro, per cogliere i segni misteriosi della presenza dello Spirito, occorre il silenzio, bisogna lasciare spazio al pensare. Possiamo diventare autentici soltanto quando riusciamo ad uscire dalla confusione, dal chiasso della folla. Quell’invito: “Effatà-Apriti” è anche per noi. Dobbiamo uscire dal nostro egoismo. Purtroppo viviamo in una società dove tutti vorrebbero parlare ed essere ascoltati. Pochi sono disposti a tacere e ad ascoltare. Soltanto quando saremo capaci di ascoltare potremo anche noi dire all’altro “effatà” ed avere il coraggio di liberare la bellezza che c’è in ognuno di noi. Quando sapremo aprirci all’altro, non saremo più soli. Scopriremo la meraviglia dell’amicizia, del dialogo, dell’incontro.

Don roberto vinco
Domenica 9 settembre 2018

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Don Roberto Vinco, docente di filosofia allo Studio Teologico San Zeno e all'Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona, è collaboratore nella parrocchia di Novaglie. roberto.vinco@tin.it

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