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Soumaila Sacko, la colpa di essere nero e immigrato

Il giovane assassinato ha pagato con la vita l’essere povero, immigrato, nero e sindacalizzato. La punta di un iceberg, di una presa di coscienza e consapevolezza che sta crescendo fra i migranti

Il sit-in di protesta a Napoli dopo l'omicidio di Soumaila Sacko (foto ANSA)
Il sit-in di protesta a Napoli dopo l'omicidio di Soumaila Sacko (foto ANSA)

29 anni, proveniente dal Mali, con regolare permesso di  soggiorno, bracciante agricolo nelle campagne di Vibo Valentia, sindacalista, ucciso a fucilate. In queste parole c’è la vita e l’epilogo e di una persona: Soumaila Sacko. Ma non è tutta la verità se non si dice anche che lavorava, senza diritti, per 3 euro l’ora, che viveva come altre migliaia di immigrati in tende e baracche in condizioni sub umane, che ha lasciato una moglie e una bambina di 5 anni in Mali, che gli hanno sparato mentre stava appropriandosi di materiale di recupero da una vecchia fabbrica abbandonata.

Una storia di migranti e razzismo quella di Soumaila Sacko? Una storia di lavoro sfruttato? Una storia di miseria e piccola delinquenza? Non una di queste, ma tutte e tre assieme. Cercava materiale in una fabbrica abbandonata, stava rubando? Se è giustificabile l’evasione fiscale di “necessità” da parte di commercianti e imprese, come spesso è stato gridato nei talk show da più parti politiche, tanto più è sopravvivenza quella di chi preleva un cartone o una vecchia lamiera per aggiustare la baracca in cui vive. Non siamo ipocriti, di cosa pensiamo che vivano molti immigrati senza permesso di soggiorno, o non  rinnovato perché hanno perso il lavoro, senza più un reddito né una casa, accampati in qualche modo, vestiti e sfamati dalla solidarietà di varie Ronde e Caritas cittadine? E dove andranno a finire le centinaia di migliaia di migranti attualmente ospitati nei vari centri (CIE, Cara, Sprar) una volta terminato il periodo di accoglienza?

Soumaila Sacko protesta migranti

Calabria, manifestazione di protesta per l’uccisione di Soumaila Sacko

Ucciso perché nero? Molto probabilmente sì, perché diversamente chi ha mirato e premuto il grilletto si sarebbe posto qualche scrupolo in più. Ma sarebbe svilire il senso di quanto successo relegare il fatto a quotidiana cronaca di razzismo.
Ucciso perché senza diritti? Questo dramma ha focalizzato l’attenzione sul lavoro, sul lavoro che manca, che spesso è fuorilegge, a tempo determinato e precario e che in molte regioni italiane è dramma sociale. Quando poi immigrazione e lavoro si intrecciano, soprattutto nel bracciantato agricolo, tra caporalato e imprenditori senza scrupoli, si arriva alla schiavitù. Se per rinnovare il permesso di soggiorno serve un lavoro, e per trovare un lavoro serve un permesso di soggiorno, è chiaro che si è costantemente sotto ricatto. Un circolo vizioso dove saltano tutte le regole e non ci sono più diritti.

Tutto questo non succede per caso, ma è il frutto amaro ed inevitabile della globalizzazione dei mercati e della libera circolazione dei capitali e delle merci, che la politica non ha saputo e voluto contrastare. Troppo forte la tentazione di de-localizzare la fabbrica là dove il costo del lavoro è di pochi dollari al giorno, facile per una multinazionale andare a produrre dove i diritti del lavoro e il rispetto dell’ambiente semplicemente non esistono. In questo contesto, per tornare competitiva l’Azienda Italia deve ridurre costo di lavoro e welfare, e non è difficile con milioni di disoccupati italiani e migranti disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Un circolo vizioso che porta verso condizioni sempre peggiori di precarietà e povertà l’Italia intera. Un meccanismo perverso che spinge i giovani italiani a cercare fortuna all’estero e i migranti africani a raggiungere le nostre coste, che impoverisce la classe media, fa crescere la guerra fra poveri e e aumentare le disuguaglianze.

Siamo orgogliosi del lavoro delle ONG, ma le stesse ONG, con le loro navi nel Mediterraneo, si sono chieste se oltre che salvare vite umane stanno anche portando nuovi potenziali schiavi a raccogliere pomodori e arance nel Sud Italia? Si sono chieste se oltre che benemerite organizzazioni sono anche la longa manus di chi sta sfruttando e colonizzando il mondo?

Soumaila Sacko era l’anello debole di una catena di impoverimento che si é allungata a dismisura. Sacko ha pagato con la vita l’essere povero, immigrato, nero e sindacalizzato, ma Sacko è anche la punta di un iceberg, di una presa di coscienza e consapevolezza che sta crescendo fra i migranti. In Italia abbiamo conquistato tutti i diritti civili, ma da molti anni stiamo regredendo sui diritti sociali. Saranno forse proprio gli immigrati, che non hanno nulla da perdere, ad insegnarci a riconquistarli, alla faccia dello “sceriffo” Salvini che li vuole respingere e di una sinistra sempre troppo inebriata di retorica mondialista.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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