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Per gli incidenti sul lavoro va superata la logica della fatalità

Se tutti conoscono la festa del 1 maggio, non tutti ricordano che il 28 aprile è la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro.  Ne abbiamo parlato con Manuela Peruzzi, dirigente medico dello Spisal di Verona. Il ritorno della silicosi, in Veneto una dozzina di casi.

Verrà mai il giorno in cui saranno debellati gli infortuni sul lavoro? Tra il 2012 ed il 2015 c’era stata, anche nel veronese, una diminuzione del 10% circa sia delle denunce di infortunio che degli incidenti mortali, ma nel 2016 e 2017 questo trend positivo ha subito una battuta d’arresto. A quanto pare, la diminuzione era solo una illusione statistica dovuta alla crisi economica, alla chiusura di tante aziende, ai cantieri fermi ed alla riduzione delle ore lavorate. Ora che, pur modesta, c’è una ripresa economica, gli infortuni hanno smesso di diminuire.

Il 2017 è stato per Verona un anno nero per i morti sul lavoro, ben 9, di cui 7 in agricoltura: nel veronese i lavoratori di questo settore sono circa il 6% degli occupati, ma gli infortuni incidono per un 8% sul numero complessivo, quelli con esito mortale quasi il 50%. Come ci conferma lo Spisal, le cause degli infortuni mortali in agricoltura sono sempre le stesse dagli anni ’50: ribaltamento del trattore e schiacciamento. La morfologia del terreno, soprattutto in collina, rappresenta un pericolo in sé, ma nella maggior parte dei casi l’esito mortale sarebbe stato evitato se il mezzo agricolo fosse stato dotato dell’arco di protezione e fossero state allacciate le cinture di sicurezza. Abbiamo affrontato il tema della sicurezza con la dott.ssa Manuela Peruzzi, dirigente medico dello Spisal.

Sono oltre 96.000 le aziende registrate presso la Camera di Commercio di Verona, tra grandi e piccole nei settori dell’agricoltura, industria e terziario. In quali ambiti si concentra l’attività di prevenzione e controllo dello Spisal?

«L’80% dell’attività di prevenzione e vigilanza è rivolta ai settori dell’agricoltura e dei cantieri, perché è qui che statisticamente si rileva la maggior frequenza di gravi infortuni».

In quali settori trovate maggiore difficoltà ad intervenire?

«L’ambiente agricolo è quello dove è più difficile intervenire in termini di informazione e cambiamento dal punto di vista della sicurezza, sia per la sua frammentazione sul territorio, sia perché costituito spesso da micro aziende familiari e lavoratori stagionali. Pensiamo che prima del Decreto 81 del 2008 (Testo unico sulla sicurezza del lavoro) le aziende agricole senza dipendenti, cioè composte solo da coltivatore diretto e collaboratori familiari, erano escluse dai controlli».

La cronaca ci racconta che gli incidenti gravi in agricoltura sono dovuti quasi sempre al ribaltamento del trattore…

«È così, e sulla base delle nostre verifiche, nel 50% dei casi il mezzo non era idoneo, cioè non dotato delle protezioni del posto di guida come il telaio, l’arco o la cabina, né delle cinture; nell’altra metà il trattore era formalmente idoneo ma i dispositivi di protezione non erano stati attivati. C’è quindi molto da lavorare per far crescere una cultura della sicurezza, non solo riguardo al mezzo in se stesso, ma anche al suo uso su terreni in forte pendenza, sulla stabilità del mezzo in caso di traino, nel caso di terreni bagnati o ghiacciati».

Parliamo di Alternanza scuola lavoro, per lo Spisal è un problema in più o un’opportunità?  

«Assolutamente una grande opportunità. Il progetto ha avuto il pregio di anticipare ai ragazzi delle scuole superiori la cultura della sicurezza nell’ambiente di lavoro. Per noi è importante e ci stiamo lavorando tantissimo.  A Verona siamo in stretto contatto con il MIUR e con la rete degli istituti agrari e abbiamo predisposto pacchetti didattici di formazione specifica per i professori, che poi sono erogati agli studenti all’interno del monte ore dedicato alla sicurezza».

Tante ore di lezione sulla sicurezza, ma in pratica?

«Non solo teoria, all’Istituto agrario Stefani-Bentegodi si sta sviluppando  un progetto di formazione dove si fa la simulazione del ribaltamento del trattore. Si tratta di prove dal vivo, in totale sicurezza, che consentono agli studenti di sperimentare la potenziale pericolosità del mezzo ed i rischi connessi.  Per quanto riguarda gli Istituti tecnici per geometri, oltre alle lezioni in aula sono previste uscite in appositi cantieri didattici dove i ragazzi possono prendere confidenza con i Dpi (Dispositivi di protezione individuale) e simulare attività sui ponteggi».

Lavoro nero ed infortuni, avete riscontrato una correlazione?

«Non ne abbiamo una evidenza oggettiva, sia perché temiamo che gli infortuni di minore gravità siano dichiarati al pronto soccorso come avvenuti nel contesto domestico, sia perché il lavoro nero è concentrato prevalentemente nel terziario (camerieri, pizzaioli, baristi) dove gli infortuni per fortuna sono poco frequenti. Quello che preoccupa tuttavia  è soprattutto la presenza ancora oggi di lavoro irregolare nei cantieri ed in agricoltura. In pratica lavoratori che, nella catena dei subappalti, lavorano con partita IVA, mentre per le caratteristiche e modalità delle attività svolte dovrebbero essere dipendenti di un’azienda».

Spesso riguardo agli incidenti si sente parlare di fatalità, ma esiste davvero la fatalità o invece si tratta sempre di mancato rispetto di norme di sicurezza?

«La fatalità esiste, e può essere per esempio l’autista che inciampa salendo sul mezzo. Più in generale però, nei casi di gravi incidenti, occorre prima aver attentamente ricostruito le dinamiche dell’evento, verificata la presenza di dispositivi di sicurezza, il corretto uso delle protezioni individuali, esaminato i documenti di valutazione dei rischi, accertata l’adeguata formazione ed addestramento del lavoratore, l’abilitazione all’uso dei mezzi (per es. il muletto) e l’idoneità sanitaria, nonché la vigilanza da parte di preposti e responsabili. E’ piuttosto complessa e rigorosa l’indagine in caso di infortunio grave per comprenderne la causa effettiva».

Gli infortuni, soprattutto quando gravi o con esiti mortali sono eventi drammatici: cosa insegnano ai datori di lavoro ed agli operatori dello Spisal?

«Insegnano tanto ad entrambi. La maggior parte dei datori di lavoro, soprattutto nelle aziende più strutturate, hanno ormai consapevolezza dell’importanza della sicurezza e che non basta aver frequentato i corsi di formazione se poi nel cantiere le procedure e i dispositivi di prevenzione vengono ignorati, come purtroppo capita talvolta di vedere nel montaggio dei ponteggi».

E allo Spisal?

«A noi insegna che c’è necessità di un aggiornamento continuo delle norme e della organizzazione della vigilanza e prevenzione. In particolare abbiamo imparato che gli infortuni più gravi spesso avvengono non in una fase del ciclo produttivo, ma durante le operazioni di manutenzione ordinaria, straordinaria o di pulizia. Pertanto la valutazione dei rischi deve prendere in considerazione non solo le fasi della produzione, che generalmente sono perfettamente note, ma anche le anomalie che si possono verificare durante il funzionamento degli impianti, oltre a tutte le operazioni di manutenzione e pulizia spesso eseguite da personale esterno in appalto».

Si vedono ancora amianto e eternit in giro per Verona…

«Nelle strutture collettive, scuole e ospedali, c’è stata una grande bonifica, e anche dove l’amianto era presente negli ambienti di lavoro e fabbriche è stato eliminato. Sarebbe importante ora un censimento a tappeto di ciò che è rimasto, come è stato fatto in altre città. Tuttavia, se l’eternit è in buone condizioni non rappresenta un pericolo. Le indagini ambientali non rilevano anomalie e la normativa prescrive che i proprietari di manufatti in eternit ne accertino periodicamente il buon stato di conservazione. Le operazioni potenzialmente più pericolose, e sulle quali viene posta particolare attenzione da parte dello Spisal, sono le bonifiche, che devono essere eseguite da ditte autorizzate secondo procedure di sicurezza codificate, e il relativo smaltimento. Teniamo costantemente monitorati i casi di mesotelioma, che comunque si riferiscono ad esposizioni di almeno 20-30 anni addietro, ma In questo periodo, siamo più preoccupati per il ritorno della silicosi».

La silicosi?

«Sì, la silicosi che credevamo ormai debellata sta riapparendo in forma molto aggressiva.  È una malattia tipica e storica dei minatori e dei lavoratori nelle cave e fonderie, quasi scomparsa grazie alle misure di igiene ambientale e di protezione, il cui ritorno è legato al diffondersi dei “marmi tecnici”, agglomerati di resine con elevate quantità di silice, utilizzati soprattutto per piani cucina, banconi, bagni, apprezzati per le loro colorazioni e caratteristiche. Data l’elevata presenza di silice, il rischio per la salute è elevato per tutti i lavoratori che eseguono  rifiniture a secco, esposti nelle lavorazioni di taglio, fresatura, molatura, incisione, lucidatura se effettuate senza adeguate cappe di aspirazione e protezioni individuali».

Il veronese è zona di produzione e lavorazione di marmi…

«Recentemente nel Veneto sono stati accertati una dozzina di casi di silicosi, un dato preoccupante che dimostra come non bisogna mai abbassare la guardia, che serve un aggiornamento continuo, e che anche nuovi materiali e nuove tecnologie possono talvolta riportarci indietro a vecchi problemi».

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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