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Verona capitale della cultura? No grazie!

Se “cultura” è quanto caratterizza una comunità nel contesto del proprio territorio, oggetto della discussione non sono la bellezza e la fama indiscusse della nostra città, ma ciò che i suoi amministratori hanno realizzato nel tempo per valorizzarla

Verona, Piazza dei Signori

Proporre Verona capitale nazionale della cultura, questa la decisione dell’amministrazione comunale, significa pensare che la nostra città possa rappresentare un modello virtuoso di gestione per alcune tematiche urbane che ineriscono alla cultura e che meritano di essere poste all’attenzione del Paese, se non addirittura altrove esportate.

Diventa quindi cruciale il “concetto di cultura”, o meglio il significato semantico che a questo si attribuisce e che si presta spesso ad estensioni illimitate. La più ampia è forse quella che con il sostantivo cultura intende caratterizzare una comunità nel contesto del proprio territorio semplicemente per distinguerla da altro. In un Paese come l’Italia è difficile però che la monumentalità e la musealità costituiscano il possibile discrimine meritocratico di una selezione, perché si tratta di requisiti fortunatamente molto trasversali, così come la nascita o il soggiorno di donne e uomini illustri.

Non sono in questione quindi la bellezza e la fama indiscusse della nostra città, quanto i prodotti che i suoi amministratori hanno realizzato nel tempo per valorizzarla. Non la sua mercificazione a sostanza destinata al consumo usurante, bensì, al contrario, la sua sottrazione alle dinamiche distruttive del mercato, in quanto bene indisponibile, alla pari della salute e dell’ambiente.

Nelle dichiarazioni alla stampa rilasciate dagli attuali amministratori, a margine dell’investitura unanime del Consiglio Comunale, emerge invece un’interpretazione decisamente scolastica e riduttiva, senza rimarcare la recente becera discriminazione gender. Non si va oltre la menzione di Dante, per altro universalmente evocante altra città, e il patrimonio museale, ancora giustapposto più che ordinato a sistema, destinato per l’occasione ad ospitare qualche conferenza ex cathedra. E con l’occhio sempre rivolto al mitico flusso turistico nella sua dimensione meramente quantitativa, il cui impatto sulla città non solo è estraneo a qualsiasi forma di governo, ma addirittura sollecitato da una totale deregulation: ZTL per la quale appare sempre più difficile distinguere l’apertura dalla chiusura, tante sono le eccezioni consentite e gli abusi tollerati; un suolo urbano occupato da auto in sosta senza rispetto per chiese, piazze, monumenti e storiche vie, nonché da plateatici, quali unica risposta ai cambiamenti climatici,  che ora chiedono musica da discoteca en plein air e si competono gli spazi sottratti alle auto in una sorta di horror vacui di sapore medioevale; rifiuti di ogni natura addossati sistematicamente ai cassonetti dagli esercenti di bar e ristoranti per i quali non sembrano previsti stoccaggi e raccolte alternative a quelle domestiche; manifestazioni da lunapark nelle piazze più belle della nostra città; orde di maratoneti alternate a sfilate di auto-rally; liberi schiamazzi notturni ed incontrollati effluvi di fritto e rifritto, tanto per mantenere più viva la città (dei ristoratori).
Queste le stigmate quotidiane di Verona.

Verona, monumento a Dante, Piazza dei Signori

Non si nega parimenti un fiorire d’iniziative culturali degne di pregio, anche con qualche timida apertura dell’università, ma è il contesto ad essere veramente troppo soverchiante.
Se poi, dal percepito del quotidiano, si passa allo strutturale della politica urbanistica, si osserva come non si perda occasione alcuna per svendere il patrimonio storico immobiliare, per trasformare ogni area dimessa in centri commerciali che aggravano pesantemente l’impatto del traffico nelle periferie e penalizzano le attività artigianali doc confinate a nicchie per pochi amatori, quelle su cui si costruisce poi la retorica identitaria senza nulla fare per incentivarne la presenza e lo sviluppo nella città. Tutto è sempre più uguale, seriale e monotono, comprese le vetrine luccicanti del centro che potrebbe appartenere a qualsiasi città. Le Torricelle l’hanno scampata dal Traforo, la speculazione edilizia però non si dà pace, qualcosa là si deve pur costruire e le proposte già premono sulle commissioni. L’idea di un parco urbano, di un’isola verde come piccola compensazione allo smog, appare uno spreco di superficie ed il Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) risulta astruso, se va bene confuso con il piano del traffico.

Ed infine l’Arena, il simbolo principe della città, offerta a manifestazioni di ogni tipo che altrove vengono ospitate nei palazzetti dello sport, ma qui accolte nel più bel anfiteatro con crescenti concessioni di amplificazione del suono che ne sollecitano fortemente la struttura come mai sono riusciti secoli di storia.
Ma tutto questo ha a che fare con la cultura? Sì, perché esso stesso è cultura. Come ci suggerisce l’etimo, cultura deriva da coltivare, che però vuol dire anche prendersi cura, quindi onorare gli dèi, da cui la parola culto. Possiamo quindi assumere che cultura costituisca anche una dimensione del sacro, intesa come spazio da preservare e proteggere.
Non però hortus conclusus ma agorà aperta alla discussione che si alimenta di conoscenza ed espelle i luoghi comuni, sostituisce gli stereotipi con lo spirito critico, trasforma i residenti in cittadini che si distinguono per la capacità ed il desiderio di prendersi cura della res publica. Le moderne società evolute si caratterizzano proprio per questa dimensione armonizzata con quella individuale. Da qui il cosiddetto senso civico  rivolto alla tutela dei beni comuni. Accanto a quelli che ci ha consegnato il Novecento, si aggiunge ora l’Ambiente, da intendersi però nella sua più ampia accezione di habitat in cui l’uomo è primus inter pares tra enti viventi e non-viventi, chiamato quindi a risponderne in termini di responsabilità globale.

Oggi, molto più di ieri, tutto questo è cultura. Per candidarsi a capitale della cultura e non solo del vino, si esige quindi la dimostrazione almeno di muoversi verso questo orizzonte.
Se così non è, come appare evidente, meglio attendere pragmaticamente l’esito di questi cinque anni di nuova amministrazione per poi valutare se siano stati raggiunti i presupposti e solo poi decidere.
Quindi, per il momento, capitale della cultura no grazie!

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Paolo Ricci

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

4 Comments

4 Comments

  1. Pietro Delva

    05/08/2018 at 09:00

    Parole che condivido pienamente, complimenti!

  2. Paola

    09/04/2018 at 18:49

    ben detto ! Qualcuno deve pure informare i nostri amministratori che la cultura non è qualcosa che si mangia !??

  3. Cristina Stevanoni

    08/04/2018 at 13:59

    Paolo Ricci allinea argomenti di immediata e dolorosa evidenza. Soprattutto colpisce, oltre al resto, il presupposto d’esordio. E’ fin troppo facile, in Italia, trovare una città candidabile per la cultura, ce ne sono moltissime di illustri, per via dei beni ereditati dalle generazioni passate. Il problema vero è come i beni abbiano varcato, e in che condizioni, il passato prossimo, e come siano trattati nel tempo presente. Verona, nei cinque anni appena trascorsi, non ha avuto neppure un assessorato alla cultura. Nel passato, non troppo remoto, ci fu invece, per contro, un assessorato all’ Alta cultura. Sintomi entrambi, la carenza e l’eccesso, di una visione probabilmente deformata, di bisogni diversi da quelli che una sana e corretta politica amministrativa esigerebbe. Avrei molte domande da fare, stimolata dalla lettura di questo illuminante articolo. Una per tutte: sapete quanti sono gl’immobili di valore artistico, che ancora sono in possesso del Comune di Verona, ovvero di tutte e di tutti noi? Non dico i monumenti, dico case palazzi tutelati a norma di legge, e perciò anch’essi, a buon diritto, beni monumentali. Sapete quanti sono, a quali usi sono adibiti, e come sono conservati?

  4. federico giacomello

    06/04/2018 at 14:43

    Parole sante!

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