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Al Teatro Nuovo Antonio Rezza propone Pitecus

Pitecus
Pitecus

C’è moltissima attesa per Pitecus, ripresa di un celebre spettacolo della coppia Mastrella-Rezza del 1995 in programma al Teatro Nuovo sabato 7 aprile alle ore 21.00. Lo spettacolo (prodotto da RezzaMastrella – TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello) è proposto dal Teatro Stabile di Verona in collaborazione con Are We Human. In scena, scatenato e incontenibile, il grande Antonio Rezza, autore-attore sicuramente unico nel panorama nazionale. Non a caso a Rezza e a Flavia Mastrella (che da decenni condivide come coautrice e scenografa il percorso artistico di Rezza) è stato appena conferito il “Leone d’oro alla carriera” 2018 della Biennale Teatro «rappresentando un connubio che fin dal 1987, anno in cui hanno iniziato a calcare le scene, ha prodotto – recita la motivazione – spettacoli assolutamente innovativi dal punto di vista del linguaggio teatrale».

Questa volta ai suoi numerosi fan (che a Verona l’hanno applaudito in passate edizioni dell’Altro Teatro, in particolare per Fratto X e Anelante) si ripresenta – quasi un’icona per Rezza – col capo coperto come Marty FeldmanFrankenstein nel celebre film di Mel Brooks del 1974. A differenza di Feldman che era tenebrosamente nerovestito, qui la veste tirata sul capo è blu brillante, in sintonia coi colori a tinte piatte usati in scena: gialli, verdi, azzurri e rossi che riportano al mondo dell’infanzia, alle costruzioni e ai giocattoli in legno. Colorate anche le stoffe (in juta, seta, cotone e materiale sintetico) che avvolgono personaggi opachi dentro completandoli e dandogli uno scintillio solo apparente. Non a caso Pitecus è uno spettacolo che si scaglia contro la “cultura dell’assopimento e della quiescenza creativa”.

Sono tanti i personaggi a cui Rezza dà vita in questo spettacolo. C’è Gidio che se ne sta chiuso in casa. Fiorenzo, uomo limbo che sta male fisicamente. Il professor Stella, videodittatore dipendente che mostra a migliaia di telespettatori alcuni malati terminali.
Un padre logorroico che non si capacita dell’omosessualità del figlio. E poi Saverio, disinvolto ed emancipato, che prende la vita così come viene, cosciente del suo fascino fuggevole. Mirella che prega intensamente le divinità per essere assunta alle poste. Roscio, di nome e di fatto, che frequenta una nuova compagnia di amici che lo sbeffeggia all’inverosimile. Una bella addormentata che non prende sonno e un re che, stanco di fasce e capricci, tenta di asfissiarla. E ancora. Un giovane studente che ha un rapporto conflittuale con la radiosveglia. Mariti annoiati e lussuriosi che vengono rapiti dal fascino indiscreto del solito Saverio, borghese che miete amori e affitta sentimenti. Ci sono poi sparasentenze al centro di un nuovo dibattito a tinte fosche sul rapporto uomo-droga. Un signore solo e mediocre che adotta un certo Fernando Rattazzi a distanza. Due ragazzi che restano a piedi e sfidano le leggi della sopportazione. Uomini che tentano di godersi sprazzi di libertà ma, proprio perché a sprazzi, non la riconoscono più. Giovani handicappati incattiviti e solidali che si scagliano contro il creato… insomma un universo infinito di tipologie umane.

Tutti questi personaggi si muovono nervosetti, fanno capolino dalle fessure e dai buchi di vasi di stoffa variopinti. Le loro menti e le loro capoccette pensanti spuntano dalle sete, dalle reti e dalla juta dando il senso di quartieri popolari affollati dove il gioco e la fantasia alzano il vessillo dell’incomprensione. Pitecus analizza il rapporto tra l’uomo e le sue perversioni frutto di una vita ormai abitudinaria e del vendersi in cambio di un benessere solo materiale, frutto di un viaggiare per arricchire competenze culturali soltanto esteriori e superficiali.
«Lo spettacolo – precisano gli autori – è un andirivieni di gente che vive in un microcosmo disordinato dove stracci di realtà si susseguono senza filo conduttore. Sublimi cattiverie rendono comici e aggressivi anche argomenti delicati. Non esistono rappresentazioni positive, ognuno si accontenta, tutti si sentono vittime. E lavorano per nascondersi, comprano sentimenti e dignità, non amano, creano piattume e disservizio. I personaggi sono brutti somaticamente e interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell’anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, pensino un’avanguardia del genere umano. Parlano un dialetto misto, frastagliato e tronco, sono molto colorati, si muovono nervosi e, attraverso la recitazione, assumono forme mitiche e caricaturali, quasi fumettistiche».

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redazione@verona-in.it

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