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Violenza a scuola, quale dovrebbe essere il ruolo dei genitori

 

Di scuola bene o male si continua a parlare, segno che la cosa interessa a tanti, al punto di spingere testimoni di violenza e giornalisti di grido ad usare termini come “trincea” o “assedio” nei confronti dei docenti. Ecco, ad esempio, i titoli di due articoli del Corriere della sera sulle recenti violenze scolastiche: Il vicepreside picchiato: “Sono in trincea e Scuola, l’assurdo assedio ai professori.

Rilevante l’episodio accaduto a Foggia il 9 febbraio al termine delle lezioni. È successo che il prof. Pasquale Diana, accompagnando all’uscita gli alunni, dovette richiamare un ragazzino che avrebbe importunato e spintonato un po’ troppo i compagni, e l’avrebbe poi rimesso in fila afferrandolo per un braccio. Non si sa quale versione abbia questi riferito in famiglia, fatto sta che la mattina dopo, all’ingresso e davanti ad alunni bidelli ed insegnanti, il padre dell’alunno affrontò il prof. Diana e, senza una parola, lo pestò a sangue. «Pugni in faccia e, quando Diana è a terra, calci allo stomaco». Al pronto soccorso sarà curato e rilasciato con una prognosi di 30 giorni. Ai giornalisti rispose: «Non ho reagito perché ero davanti ai miei alunni, cui ho sempre insegnato il rifiuto della violenza». Coraggioso ed encomiabile l’insegnante, che ha resistito al tentativo di rispondere con forza all’ingiuria subita. È la solita “vendetta” (così Gian Antonio Stella ha chiamato quell’assalto), che si è consumata ai danni di un docente, colpevole di aver rimproverato e riportato in fila il ragazzino indisciplinato. Così impara, l’insegnante!

Ma altri episodi erano già accaduti pochi giorni prima. Il 1° febbraio a Santa Maria a Vico (Caserta) un diciassettenne accoltellava al viso una professoressa dell’Istituto tecnico che voleva interrogarlo, forse per fargli recuperare un’insufficienza dopo una nota di demerito: ebbe il viso sfregiato! Ad Avola, nel Siracusano, il 10 gennaio i genitori di un undicenne entrarono nel cortile della scuola media e là picchiarono il professore di educazione fisica, sotto gli occhi degli altri alunni, fino a fratturargli una costola: anche qui giustizia sommaria, perché il figlio era stato rimproverato.

Bullismo di alunni alla base di tutto? Persino con uso di un coltello? O giustizia sommaria da parte di genitori violenti e permalosi? Un po’ l’uno e un po’ l’altra. È un fatto che il primo fenomeno nella scuola italiana, nei suoi vari ordini, sia oggi un po’ sottovalutato e non adeguatamente trattato sia nella formazione che nell’aggiornamento dei docenti, spesso abbandonati dalle stesse famiglie coinvolte; quanto al secondo la violenza messa in atto da alcuni genitori è anche figlia di una violenza molto diffusa nei rapporti sociali tra i cittadini, resi (quei rapporti) ancor più rozzi dalla povertà culturale di molti utenti della Scuola, ma anche dallo scarso rispetto per le persone e per le loro competenze e pure dalle forme espressive usate, molto spesso grezze ed arroganti. Mi sbaglio?

Mi piace qui citare una considerazione coraggiosa di un giovane delle superiori che si sta preparando all’esame di “maturità”: Da studente dico ai genitori: non fate i sindacalisti dei vostri figli. Perché la colpa di certi eventi è anche dei ragazzi, i cosiddetti millenials come lui, che non sanno parlare chiaro ai genitori, cui si potrebbe dire (parole sue): «Genitori, metteteci in discussione», […]. Parliamo ai nostri genitori e chiediamo loro di guidarci con occhi diversi, di mettere in discussione la nostra verità prima di pestare un professore. […] Genitori, dateci credito ma trattateci da figli. E, se necessario, considerateci figli “bugiardi”, perché essere figli vuol dire anche questo: distorcere la realtà all’occorrenza». Parole di saggezza che, in bocca ad un adolescente, stupiscono, davvero e aiutano noi tutti, genitori studenti e cittadini, ad affrontare meglio la comprensione di quei fatti.

Mi piace anche ricordare la passione e la competenza di un maestro come Alessandro Corlazzoli che scrivendo di questi tristi eventi sul Fatto.it si esprime così: «Quando imparare diventa passione si riesce a dare anche a chi proviene da una famiglia culturalmente povera, i mezzi e il metodo per capire questo mondo e realizzare con successo un progetto di vita». E non è cosa facile: un apprendimento appassionato discende da un insegnamento appassionato e appassionante, che non è sempre possibile ancorché auspicabile per i limiti propri di ogni insegnante.

Comunque i docenti non devono pensare di stare in trincea perché assedio non c’è: mettersi in discussione, invece, è una cosa possibile e utile, per tutti, ciascuno nel ruolo ricoperto, che sia genitore, alunno o docente, con la comprensibile preoccupazione del primo, con la libertà condizionata del discente, con la competenza e la passione del docente. E questo può determinare l’inizio di un percorso civile, di maturazione verso una cittadinanza più dignitosa ed appagante per tutti.

Marcello Toffalini

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Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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