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Il caro prezzo che paghiamo per l’inquinamento dell’aria

Mascherina

In Italia lo smog fa più morti, in numero assoluto, che in ogni altro Paese europeo e il Veneto si posiziona tra le regioni che si contendono la maglia nera della Nazione insieme a Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte. I dati indicano che è terminato il tempo dei compromessi a danno della salute dei cittadini e che è giunta l’ora di un radicale cambio di paradigma.

Lo studio nazionale GEIRD (Gene Environment Interactions in Respiratory Diseases), condotto dalla cattedra di Epidemiologia dell’Università di Verona, osservò come, nella nostra città, la frequenza dell’asma bronchiale tra il 1992 e il 2009 fosse aumentata del 7% nella popolazione giovane-adulta, nonostante una riduzione dell’abitudine al fumo di tabacco in quegli stessi anni. Una conferma, anche a livello locale, di quanto hanno dimostrato gli studi epidemiologici condotti, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, su milioni di persone, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, compresa l’Italia.

Già negli anni ’30 la mortalità generale, ed in particolare quella per malattie respiratorie e cardio-circolatorie, fu associata per la prima volta all’inquinamento atmosferico. Ma gli studi più recenti, oltre a confermare la mortalità su più ampia scala, hanno indagato anche la morbosità, cioè la probabilità non solo di morire ma anche di ammalare di quelle stesse patologie.

Gli effetti dannosi, soprattutto in termini d’incremento di accessi al Pronto Soccorso e di patologie respiratorie, risultano più accentuati nei bambini che, in quanto organismi in accrescimento, sono molto più suscettibili degli adulti agli insulti della contaminazione atmosferica, fino al punto di rappresentare il primo allarme d’inquinamento per l’intera popolazione generale, una sorta di involontarie sentinelle.
Anche l’associazione causale tra tumore del polmone, ovunque in Occidente tra le prime cause di morte, ed inquinamento atmosferico fu messa in luce da questi stessi studi e nel 2013 l’Agenzia Internazionale sulla Ricerca del Cancro dell’OMS (IARC) ha inserito le PM nell’elenco dei cancerogeni certi per l’uomo.

Nell’immaginario comune appare logico che gli inquinanti atmosferici provochino danni all’apparato respiratorio perché inevitabilmente lì vanno a finire. Forse di meno immediata comprensione è il potere che questi stessi inquinanti atmosferici hanno di danneggiare anche altro, come l’apparato cardiocircolatorio, il sistema nervoso centrale e i tessuti periferici.

Due sono i meccanismi d’azione svelati dalla moderna tossicologia. Il primo dipende dai metalli pesanti ed altri contaminanti (idrocarburi aromatici e diossine) che si liberano dai processi di combustione delle sostanze di origine fossile, come carbone e derivati del petrolio, e che, veicolati proprio dalle PM, raggiungono il polmone dove attivano il processo della cancerogenesi. Quindi entrano in circolo, si dirigono al cuore per alterarne il ritmo agendo sul sistema nervoso autonomo che ne governa proprio l’attività elettrica. Se l’aritmia è tale da impedire il normale funzionamento della pompa cardiaca si arriva all’infarto.

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Il secondo meccanismo dipende invece dalla capacità delle stesse polveri sottili di attivare i mediatori dell’infiammazione (citochine) in grado di danneggiare il rivestimento interno dei vasi sanguigni (endotelio) con conseguenti fenomeni trombo-embolici che, ostruendo le coronarie, provocano l’infarto attraverso una via parallela alla prima.

Un’analoga azione infiammatoria agirebbe anche sulle membrane cellulari dei tessuti periferici dell’organismo (muscoli) generando il fenomeno della resistenza all’azione dell’insulina, l’ormone prodotto dal pancreas che consente alle cellule di assorbire e quindi consumare glucosio, il loro carburante, in carenza del quale i livelli ematici di questo zucchero aumentano fino al punto di provocare la malattia nota come diabete.

Anche i danni neurologici che nel bambino si rendono responsabili di disturbi cognitivi, comportamentali, financo di competenza psichiatrica, riconoscono un’origine infiammatoria attribuibile alle PM che, come attraverso lo “sniffare”, risalgono dalle vie aeree superiori lungo i nervi olfattivi raggiungendo direttamente il cervello, particolarmente vulnerabile perché non ha ancora raggiunto il suo completo sviluppo. Nell’anziano aumenta invece il rischio di demenza.

Dimensioni PM10e PM 2.5 rispetto ad un capello umano

La tossicologia da una parte e la descrizione epidemiologica dall’altra sarebbero state in vero più che sufficienti per giustificare provvedimenti preventivi da adottare in via cautelativa, ma ancora insoddisfacenti per la ricerca scientifica che esige “altro” per stabilire un “nesso di causa”. Ci vuole una sorta di “prova del nove” che metta al riparo dall’errore, cioè da spiegazioni alternative a quella dell’inquinamento in ipotesi di studio. Per completare il passaggio dai forti indizi alle vere e proprie prove è necessario infatti dimostrare il cosiddetto “effetto dose-risposta”, per cui con l’aumentare dell’esposizione all’inquinamento, aumenta parallelamente la probabilità di ammalare. Come la salita lungo i gradini di una scala.

L’alzata del gradino per le polveri sottoli PM 2.5 è pari a 10 microgrammi/metro cubo, per cui a ogni incremento di tale entità, è dimostrato che scatta un valore percentuale in più per alcune patologie, compreso tra il 5 e il 15 %, quali quelle a carico di apparato cardio-circolatorio e respiratorio, compreso il tumore del polmone, nonché il diabete e i disturbi cognitivi.

Traffico

Questi effetti non compaiono soltanto sopra le soglie di legge della normativa comunitaria, perché si tratta di effetti cosiddetti “senza soglia”, nel senso che compaiono progressivamente già subito sopra lo zero, risultando ben apprezzabili a 10 microgrammi/metro cubo per le PM2,5 e a 20 microgrammi/metro cubo per le PM10. Su questi studi epidemiologici più analitici si basano infatti le linee guida della OMS e della European Respiratory Sciety (ERS). Siamo quindi molto al di sotto dei limiti di legge che costituiscono sempre un compromesso tra salute ed economia.

Comunque ogni ragionevole dubbio sul fatto che le polveri sottili producano dappertutto, quindi anche a Verona, centinaia di morti e malati ogni anno è decisamente sciolto. Trattandosi però di una tipologia di eventi frequenti, notoriamente prodotti da diverse altre cause, queste indistinguibili vittime “in più” si mimetizzano silenziosamente nella normalità della mala sorte e cadono nell’indifferenza collettiva. Rimane da decidere il che fare.

Paolo Ricci

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Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

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