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Miscelare, agitare… ma il cocktail Europa non riesce

L’unione monetaria non solo non ci ha salvato, ma è parte del problema, in quanto sta alla base della tremenda e disgraziata crisi che da ormai dieci anni stiamo vivendo.

Per molta gente la attuale crisi economica dell’Italia e dell’intera eurozona non ha niente a che fare con l’euro. Le obiezioni più comuni sono che “la moneta è solo una moneta” cioè solo una unità di conto per lo scambio di beni economici, oppure: “cosa sarebbe l’Italia se avesse ancora la povera liretta”, e infine: “meno male che l’euro ci ha salvati”

Tutto vero? Che la moneta ci eviti il baratto siamo tutti d’accordo, ma se veramente una moneta vale l’altra perché non condividiamo tutti un’unica moneta universale? Tutti cretini? Credo proprio di no, nel mondo ci sono almeno 193 stati (quelli che aderiscono all’ONU) ed eurozona a parte (che comprende 19 stati europei) tutti gestiscono una propria moneta con una propria Banca Centrale. E guarda guarda è proprio l’eurozona che alla prima burrasca (quella del 2007 che sta durando più della crisi del ’29) è entrata in crisi e da allora cresce meno delle altre aree economicamente sviluppate del mondo. Non è che cretini siamo proprio noi dell’eurozona?

La Corea del Sud, simile all’Italia come economia e dimensioni, si trova, anche fisicamente, tra colossi economici quali gli Usa il Giappone e la Cina. Vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro? La Corea del Sud nel 2010 aveva già recuperato la crisi del 2007 e cresce a ritmi di oltre il 3% tenendosi ben stretta la propria moneta sovrana.

La povera liretta è quella che ci ha dato il grande sviluppo degli anni Sessanta, ci ha fatto superare le crisi petrolifere degli anni Settanta, ed ancora ci ha accompagnato nella crescita degli anni ’80. I problemi, il rallentamento economico e l’aumento del debito pubblico, sono cominciati quando si è voluto imbrigliare la lira nello SME (Serpente Monetario Europeo) anticamera dell’euro, poi quando si è vietato alla Banca d’Italia di monetizzare il disavanzo dello Stato (1981), quando si è voluto aderire ai vincoli del Trattato di Maastricht (1992) e per finire quando siamo entrati nel sistema dei cambi fissi (1999).

Ma un sistema di cambi fissi in una Europa disomogenea, dalla Finlandia alla Spagna e dalla Grecia alla Germania, con economie così diverse, come diverse sono le lingue e le culture, come poteva funzionare?

L’economista canadese Robert Alexander Mundell, che ha ricevuto il Premio Nobel nel 1999 per uno studio sulle Aree Valutarie Ottimali (AVO) elaborato nel 1961, già da tempo ne aveva spiegato le ragioni. Una AVO è una regione costituita da Paesi con economie strettamente integrate e caratterizzate da facilità di movimento dei fattori produttivi, per la quale può essere conveniente creare una unione monetaria. Ma che l’Europa non fosse una AVO è sempre stato fin troppo evidente: troppi gli squilibri economici, politici, finanziari e le differenze culturali, e quindi in tale condizioni per l’Italia aderire ad una unione monetaria con la Germania è stata pura incoscienza.

Uno shock esterno in un’area valutaria non ottimale, come Mundell aveva spiegato nel suo studio, mancando la “flessibilità” del cambio avrebbe scaricato la “flessibilità” sui salari e sui fattori produttivi: un modo elegante per dire diminuzione dei salari, precarietà, disoccupazione ed emigrazione. E lo shock esterno è puntualmente arrivato nel 2007 con la crisi Lehman Brothers, una crisi finanziaria che è diventata economica e nella quale l’eurozona, che non è una AVO, è ancora impantanata. Tutto scritto e tutto chiaro con decenni di anticipo, e tutto che si è inevitabilmente avverato.

Ma almeno potevamo farci meno del male: ce lo ricorda Matt O’Brien sul Washington Post riportando lo studio di alcuni economisti e tradotto in italiano dal sito Voci dall’estero. Lo studio evidenzia ancora una volta che tagliare la spesa pubblica facendo austerità ha peggiorato i conti dell’economia e degli Stati, e che se i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) avessero mantenuto la loro moneta sovrana, avrebbero avuto frecce nella faretra per combattere lo shock esterno attraverso la propria Banca Centrale e politiche economiche adeguate.

O’Brien conclude il suo articolo affermando che “l’euro è stato uno strumento letale che ha trasformato la recessione in depressione economica” e “di non dubitare mai di quanto un piccolo gruppo di ferventi ideologi possa distruggere un’economia”. Sì, perché la scelta della moneta unica europea è stata una precisa scelta ideologica, forse meglio dire “teocratica” visto il fanatismo quasi religioso con cui un’intera classe politica ci ha portati nell’euro contro ogni evidenza storica e contro tutta la scienza economica accademica.

Euro sì, morire per Maastricht è un libro scritto dall’ex premier Enrico Letta nel 1997: mai titolo fu più profetico, infatti l’economia italiana è moribonda. Quando non si rispetta la natura, lo sappiamo, si va incontro a catastrofi ambientali tremende, ma anche quando si sfidano le leggi economiche basilari il disastro è assicurato. C’è ancora poco tempo per ripristinare i corretti equilibri economici e monetari in Europa, se non lo si farà in fretta poi nessuno più si lamenti dei populismi e delle loro conseguenze.

Claudio Toffalini

Euro sì. Morire per Maastricht

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Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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