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Opinioni

Non c’è un dialetto veneto, ci sono tanti dialetti locali

Piazza Dante (foto Giorgio Montolli)
Piazza Dante (Verona)

Chi darà la patente di veneticità? Dibattito aperto dopo l’approvazione in Consiglio regionale della Proposta di legge che apre la strada al bilinguismo spingendo verso l’autonomia del Veneto

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la proposta di legge 116, che applicando la Convenzione Quadro Europea ratificata dall’Italia nel 1997 definisce i veneti come minoranza nazionale, aprendo così la strada all’insegnamento del dialetto nelle scuole e all’autonomia della regione.

Ma esiste davvero un dialetto veneto? Esistono tanti dialetti, tutti sì di matrice veneta, nelle etimologie e nelle costruzioni, ma le differenze sono enormi, nella pronuncia, nelle elisioni, nella grafia perfino. Quindi non c’è un “dialetto veneto”, e vorrei essere nelle commissioni che danno la patente di “veneticità”, mi metto subito a disposizione, per verificare chi potrà insegnare dialetto e quale dialetto insegnerà, io che ho sempre parlato dialetto, che ho cantato e canto in un coro di montagna, di coralità popolare, che conosco quindi teoria e pratica della lingua vernacola veronese. E vorrei che con me ci fosse anche Roberto Puliero, un vero cultore del vernacolo anch’egli.

La lingua è una cosa seria, anche la lingua parlata, e cambia da zona a zona, una volta cambiava da paese a paese. Dante ne parlò già nel suo De vulgari eloquentia, cioé del parlare in volgare, perché allora era il latino la lingua nazionale, delle persone colte, e il libro di Dante sul volgare è appunto in latino. E già Dante distingueva le diverse pronunce e fonie, nel passare da una zona all’altra del veronese. L’indovinello veronese della Bbilioteca Capitolare di Verona è forse la prima espressione in volgare Se pareba boves, alba pratàlia aràbaet albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba (Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati,e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava) ma anche in questo primo scritto in volgare dell’Ottavo secolo (1200 anni fa) è difficile riconoscere un dialetto, perché di certo non è lingua parlata quella riportata per iscritto, e il dialetto è anzitutto una lingua parlata.

A più di mille anni di distanza i ragazzi parlano poco il dialetto, per lo meno in città, perché la lingua parlata in città è la lingua colta, l’italiano o addirittura l’inglese. Allora cosa può unirci di più, una lingua che unisce o una lingua che divide? E quale lingua impareranno i ragazzini nelle Scuole d’infanzia (gli asili), ragazzini che spesso hanno un colore diverso dal nostro, perché vengono da altri continenti, da altre etnie, da altre usanze, da altre lingue e dialetti ? E quale dialetto insegneranno poi ai loro figli nella generazione successiva ?

dialettoveneto

Ma torna la domanda: quale dialetto veneto? Quello vicentino e padovano del ? Perfino nella scrittura di quella sillaba c’è differenza, si scrive solo a Vicenza, e la pronuncia dell’x (ics) con questo suono è solo del vicentino, come al passo Xon. E il ciò? Cossa te disi ciò? A Verona il ciò non si usa, e nemmeno nel cadorino, in provincia di Belluno. E la “elle” di Padova, pronunciata in modo diverso, aspirato, che si usa solo a Padova e a Venezia? Da cui la Liga veneta, con la “elle” tagliata. E la parlata del Garda, che cambia da Lazise, a Garda, a Torri? E i numeri pronunciati nelle cittadine della Bassa veronese: zinquantazinque schei, con la “zeta” che cambia in s o in c spostandosi di pochi chilometri ? Non c’è davvero un dialetto veneto. Forse il dialetto veneto migliore è quello parlato dagli emigrati veneti in Brasile, emigrati nel 1800, parlato ancora in zone particolari, dove gli emigrati hanno prevalso per numero e continuità. Ma pare che i veneti di oggi riescano a capirne davvero poco di quel dialetto, è davvero antico e quasi incomprensibile, fuori della dialettica storica della Regione Veneto, quindi non può dirsi veneto, caso mai paleoveneto, o vecio dialeto.

Mi sembra quindi che questa legge regionale della minoranza veneta e dell’insegnamento del dialetto veneto nelle scuole (asili? scuole elementari?) sia una legge che non avrà futuro, perché non corrisponde alla realtà presente. Parlare di lingua veneta e di identità veneta è fuori da ogni logica, perchè ci sono almeno 5 forme diverse di dialetti veneti e forse quindi 5 forme diverse di identità; forse l’unica città del Veneto che non è veneta è proprio Venezia, nella sua lingua e nel suo dialetto.

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Forse allora si faranno gli esami di patente veneta con 5 diverse connotazioni, con 5 diverse identità quindi, e 5 diverse Commissioni per verificare la corrispondenza con 5 diversi dialetti veneti. E succederà come con la patente di guida autorizzata per le città d’arte, verificata da apposite Commissioni, che a Verona ha visto come insegnanti professori provenienti in buona parte dal Sud Italia, perché chi conosce meglio Verona è forse chi proviene da altre città.

Dino Poli

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4 Comments

4 Comments

  1. Giulia Barella

    14/12/2017 at 16:08

    Questa proposta è solo un’ altra pagina degli scontri tra Italianisti (di cui Lei e i commentatori qui sopra fanno parte) e venetisti. Il che sia chiaro non implica connotazioni politiche, ma proprio culturali. Questa legge, per quanto non ben presentata e comunque anche strumentalizzata, non è sbagliata, anzi… e proprio voi che parlate di divisioni e differenze (calcando al contempo su di esse quando serve), dovreste notare i vantaggi che porterebbe a tutti i dialetti della regione. Intanto l’ adozione di uno standard (quasi una lingua franca semplificata) darebbe maggior prestigio a questi ultimi, che ormai sentono il peso di essere lingue “inferiori” e “dialletti di dialetti”, nei confronti dell’ italiano standard. Con la conseguenza che i genitori parlano ai figli esclusivamente in quest’ ultima (e scommetto tra questi ci sono molti di voi…). In tal modo si potrebbe invertire questa tendenza, e magari insegnando le basi proprie e comuni nella scuola, spingerà i ragazzi a parlare la variante della propria zona, con le proprie peculiarità, anche fuori scuola. Certo c’ è il rischio di un certo grado assimilazione linguistica allo standard, ma se l’ alternativa è perderli del tutto… e d’ altronde non ci riesce ancora l’ italiano con tutti i suoi condizionamenti, non credo succederà. Poi, parlate di razzismo, discriminazione, come se dovesse diventare l’ unica lingua in sostituzione dell’ italiano… ma come si può dire questo?? È follia pura, che fazioso… l’ italiano rimarrà la lingua più utilizzata, con cui si faranno gli esami della patente, la scuola, e tutte le altre attività ufficiali. I professori del sud continueranno ad arrivare e prosperare nei loro campi… ma se si fornisce un alternativa, magari a quella fetta che sprezzatamente (e mi parlate di discriminazione…) Armando definisce popolino, che magari non parla bene italiano, o solo dialetto, che problema c’ è?? Tanto come in tutte le lingue, inclusa quella nazionale, lo standard rimarrà solo sulla carta, e in ogni contesto si parlerà la propria varietà (che per quanto calchiate sulle differenze, al parlante della provincia è solitamente molto comprensibile, se non troppo accentuata). Insomma, un conto è che si voglia imporre su tutto e tutti, realizzarci telegiornali, opere, programmi specifici; un conto è che sia lasciato li come alternativa, base per una rinascita di tutti i dialetti, magari insegnato un ora nelle scuole elementari, con professori formati nello standard ma possibilmente anche adattabili ai vari contensti. I numeri sarebbero comunque piccoli, e si creerebbe pure qualche posto di lavoro. Insomma, Zaia e il suo partito sono certamente troppo regionalisti, autonomisti, anche xenofobi, e con questo non intendevo certo difenderli, anzi la legge dovrà sicuramente essere modificata e resa più efficace. E opporre esso un cieco nazionalismo, subordinazione della propria identità alla “patria”, negando tutto in nome delle diversità, non sta bene neanche. Voi la vedete come divisione e settarismo, io la vedo come rivalutazione delle peculiarità e identità, contro l’ assimilazione statale alla “cultura unica italiana”, che per quanto sembriate non accettarlo, avanza a passi da gigante. Mi si darà dell’ ottuso, localista, xenofobo, e me ne farò una ragione. Per me la lengoa veneta deve vivere, e così rivivranno pure tutte le lingue del veneto

  2. Bepo

    09/12/2016 at 19:24

    Tra Legnago e Nogara, lungo la statale 10, esistono ben cinque dialetti diversi. Anche, e qui dissento da Poli, nell’etimologia e nella costruzione della frase. Il dialetto è lingua parlata e il suo pregio è proprio la capacità di adattarsi all’ambiente, senza tante regole. Al punto che possiamo sentire vocaboli tipici di una sola famiglia.

  3. Armando

    09/12/2016 at 18:37

    Chi parla solo il dialetto (quale?), nella maggior parte dei casi non sa parlare l’italiano. Zaia e amici parlano alla pancia del popolino, fomentano divisioni e razzismo. Fanno ridere il mondo intero, ma i danni che faranno in casa propria… Mia moglie è meridionale, insegnante di inglese; la parlata napoletana era la lingua del Regno delle Due Sicilie, ma nessuno al Sud si sogna d’obbligare nessuno a studiarla, figurarsi parlarla!
    Zaia, va’ a cagar nele ortighe!

  4. Marcello

    08/12/2016 at 21:59

    Condivido completamente. Parlerei di multilinguismo dialettale soltanto nella nostra provincia (la montagna veronese, zone del lago, zona del Mincio, bassa intorno ad Isola, legnaghese, est veronese). Per quel che ne so, le tracce della dominazione austriaca e prima ancora napoleonica hanno contribuito a distinguere non solo foneticamente i numerosi dialetti locali del Veneto, particolarmente ad est (Friulano e Triestino) e ad ovest (Veronese, Trentino, Bolzanino e Bellunese). Parlare di minoranza linguistica come quella dei Ladins mi sembra assurdo. Forse per la zona di Giazza e del suo ceppo linguistico qualcosa si potrebbe dire, ma non come una lingua ancora parlata localmente.

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