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Palazzo Forti, da Museo del Risorgimento a Nitsch

Meditazione (Francesco Hayez, 1851) alla Galleria d'Arte Moderna di Verona

Gli squartamenti delle installazioni dell’artista austriaco sono raccapriccianti, in contrasto con il luogo: qui il 5 dicembre 1938 insieme alla Galleria d’Arte Moderna fu infatti inaugurato anche il Museo del Risorgimento

Uccisione di Carlotta Aschieri, ultimo ricordo d'Austria (Pietro Rossi, 1867). GAM Verona.

Uccisione di Carlotta Aschieri, ultimo ricordo d’Austria (Pietro Rossi, 1867).

La storia è magistra vitae ma purtroppo talvolta si ripete. Così avveniva che, nell’antica età imperiale, negli anfiteatri si potesse assistere a squartamenti di animali col sangue che colava ad imbibire la rena. Ma anche nel teatro si era riusciti a far entrare il sangue perché, se per caso, durante una rappresentazione di un mimo (genere prediletto dai Romani), si doveva uccidere, che so, l’amante della moglie, si portava in scena uno schiavo e lo si trasformava in personaggio per poi ucciderlo direttamente sotto gli occhi stupefatti degli spettatori. Nella società violenta dell’antica Roma, abituata alla barbarie, il sangue in scena morbosamente soddisfaceva la curiosità del popolo incrudelito, un popolo ignorante, amante di spettacoli raccapriccianti di cui aveva voglia Seneca di lamentarsi.

Il sangue che anestetizzava le menti ed esaltava la legge del più forte è tornato di moda al giorno d’oggi, al tempo dell’Isis. Lo si può vedere, ad esempio, in una gigantografia sull’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica 16 ottobre 2016. In prima pagina una splendida modella vestita con una vestaglia di Gianfranco Ferré in seta ricamata, con una profonda scollatura ed uno spacco osé. I capelli mossi al vento (del phon in studio) e due pugnali nelle mani, grondanti sangue. Se, in fondo al supplemento, si va alla ricerca del perché di tale immagine, si può finalmente capire che Gian Paolo Barbieri, noto fotografo settantottenne, vuole rappresentare Lady Macbeth che, dopo l’assassinio del re compiuto dal marito, afferra due pugnali insanguinati e li adagia vicino alle guardie addormentate, per depistare le ricerche e che quello scatto è uno dei suoi lavori prodotti in occasione dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare. Peccato che, sbattuta così in prima pagina, quella fotografia susciti ben altro nella mente dei lettori.

Al Museo AMO di Verona, invece, si possono vedere le fotografie di tale artista contemporaneo austriaco ottantenne di nome Hermann Nitsch il quale, come spiega il suo art manager: «Sul significato e sulla necessità dell’esperienza diretta maturata attraverso la partecipazione all’evento drammatico e allo stesso tempo sul fatto che gli elementi individuali dell’opera dell’azionista viennese – soprattutto la pittura e il disegno, ma anche la musica e la letteratura – siano subordinati all’elemento drammatico e performativo di base della poetica di Nitsch nel suo complesso». La spiegazione parla da sola e Sorrentino l’ha già magistralmente presa in giro in una scena de La Grande Bellezza in cui Jep Gambardella distrugge la “vibrazione” della performer nuda che sbatte la testa contro il muro, insanguinando il muro e poi la testa. Uno psichiatra potrebbe ipotizzare che col sangue e con la sua opera Nitsch tenti di vincere un probabile incidente infantile vissuto durante il nazismo che lo tormenti e lo spinga a ripetere, in una coazione per lui salvifica e purificatrice.

Bloccato a Palermo e a Città del Messico, per l’orrore di cui rende protagonisti persone crocefisse e animali squartati col sangue dei quali riempie le sue opere, quello che non è riuscito laggiù l’artista lo può fare a Verona, città sonnacchiosa in cui qui sì è riuscito ad entrare, seppur di sottecchi, al Museo Amo, un ibrido, un museo della lirica che per riuscire ad attirare visitatori si converte in contenitore di arte moderna e ora va incontro alla vocazione per l’arte contemporanea del suo direttore Francesco Girondini.

Un Museo nel Palazzo Forti di Verona, un tempo proprietà del Comune di Verona e ora di proprietà della Cariverona, in cui fu ospitato Napoleone Bonaparte e in cui il suo Famedio testimonia l’antico glorioso passato di Museo del Risorgimento, dove stanno scritti i nomi dei nostri caduti che dovremmo commemorare nel Centenario della Grande Guerra e nei giorni della commemorazione dei 150 anni dell’annessione della nostra città al Regno d’Italia e che invece offendiamo esponendo un artista sanguinario e sanguinolento.

Non paghi della spettacolarizzazione che avviene quotidianamente della violenza reale che si abbatte come un vortice ogni giorno sugli ultimi, ci sono artisti che ne sposano la causa, affetti da un sensazionalismo barbaro, purché si parli di loro. Gli squartamenti delle installazioni sono raccapriccianti: andranno bene per quel popolo che riuscirà a sostenere lo sguardo.

Qui si denuncia il fatto che, nel nome dell’arte, si offenda il luogo e si cancelli la memoria, quello dei nostri soldati e di mio zio, Andrea Lughezzani, giovane diciottenne morto sulla Bainsizza nel 1918, ricordato in quel Famedio, profanato oggi dai decurioni della nostra età della decadenza assai simili a quelli dell’età imperiale romana.

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Giulia Cortella

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