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Dossier

Cariverona, il feudo di Biasi con i soldi dei veronesi

DOSSIER – Da istituzione super partes la Fondazione si è trasformata in un nuovo player sul ring della politica veronese, con i suoi interessi, i suoi giochi, le sue alleanze che sempre meno coincidono con gli interessi generali

Paolo Biasi, Flavio Tosi
Paolo Biasi, Flavio Tosi

DOSSIER – La campagna elettorale per le amministrative del prossimo anno e per la poltrona di sindaco di Verona è partita da tempo, forse da troppo tempo.

Le elezioni sono certamente un avvenimento importante per la città – come è stato giustamente sottolineato anche dai numerosi e preoccupati interventi sulle pagine di questo giornale – a maggior ragione a fronte del declino culturale, economico e politico in cui Verona versa dopo l’ultima gestione congiunta Tosi-Pd (modello Renzi), così concentrata sulle future fortune individuali dei suoi protagonisti, e decisamente così poco attenta agli interessi generali della città e dei suoi abitanti.

Tuttavia – e senza per questo sminuire la gravità e le urgenze della situazione politica-amministrativa – in realtà c’è un altro fronte della vita pubblica cittadina di gran lunga più bisognoso di svolte radicali e di cure amorose, perché appunto ancor più determinante e influente sul benessere dei veronesi della stessa poltrona di Sindaco. Mi riferisco alla Fondazione Cariverona.

Infatti, anche alla luce di alcuni eventi che elencherò, la madre di tutte le battaglie, la cassaforte principale della spesa pubblica veronese non sta a palazzo Barbieri, ma in via Forti, sede della Fondazione, ed è attualmente occupata dal professor Alessandro Mazzucco, benché ancora sotto la pesante influenza dell’ingegner Paolo Biasi.

Oggi Fondazione Cariverona, sia detto subito, è passata dall’essere il dominus incontrastato della città – in grado di decidere con il suo peso la realizzazione o meno di opere faraoniche e altrimenti insostenibili per le pubbliche amministrazioni (vedi l’ospedale di Borgo Trento) – a quella di un benefattore qualsiasi per parrocchie in difficoltà, in effetti più che altro impegnata in compravendite immobiliari, secondo la passione e la tradizione familiare del suo attuale presidente-ombra.

Una cassaforte di tutti i veronesi, che dolorosamente in pochi anni è passata da un patrimonio di oltre 1 miliardo e 400 milioni all’odierno di circa 400 milioni, e ha visto scemare il ritorno delle sue rendite sul territorio (non solo veronese) da oltre 250 milioni all’anno prima del 2007 agli attuali 30 circa.

Fondazione Cariverona

La sede di Fondazione Cariverona, in via Forti

Le puntate precedenti
Nel corso degli anni, a partire dall’Ottocento, la Cassa di Risparmio veronese ha potuto mettere da parte un patrimonio immenso, per il semplice, banale motivo che non ha mai dovuto restituire un solo centesimo ai soci a titolo di retribuzione del capitale, non potendo, per statuto, fare profitti e dovendo per legge chiudere gli esercizi in perfetta parità.

In tal modo la Cassa di Risparmio, sorta dalla collaborazione tra le istituzioni pubbliche (Comuni, Province, Camere di Commercio etc.), è divenuta grande e ricca grazie a denaro “non erogato” ai veronesi e soprattutto grazie allo sviluppo economico che i veronesi stessi, con il proprio lavoro hanno contribuito a determinare, ovviamente con il sostegno della Cassa.

Mentre le altre banche, comprese le Banche Mutue e Popolari e perfino le Cooperative di Credito, nel frattempo retribuivano i soci-azionisti con i dividendi o con la crescita del valore delle azioni (allora in qualche modo cedibili), la Cassa di Risparmio andava costituendo, con ricchi crescenti margini, quel patrimonio immobiliare e liquido, che è stato poi consegnato nei primi anni ’90 alla Fondazione Cariverona, al momento della creazione di Unicredit. In virtù di questa singolare vicenda, che abbiamo sinteticamente esposto, nonostante i pronunciamenti di legge, abbiamo sempre ritenuto che in realtà la Fondazione Cariverona dovesse essere considerata a tutti gli effetti un’istituzione “pubblica”, perché creata con capitale di tutti.

Ora si dà il caso che la lunga gestione Biasi – incominciata quasi per sbaglio negli anni di Tangentopoli come temporanea supplenza all’impossibilità di nominare il candidato designato, il senatore Giovanni Fontana allora al centro di indagini della Magistratura – abbia via via finito per assumere una connotazione sempre più singolare, in linea più con le inclinazioni e le passioni del suo Presidente, che con gli obblighi di “neutralità” rispetto agli interessi politici ed economici della città.

Da istituzione super partes che avrebbe dovuto individuare e riconoscere le realtà economiche e culturali degne di essere sostenute con il denaro appunto “pubblico”, la Fondazione Cariverona si trasformò nel silenzio generale in un nuovo giocatore sul ring della politica veronese, con i suoi interessi, i suoi giochi, le sue alleanze, che sempre meno coincidevano (anche in questo caso) con gli interessi generali.

Non che la vecchia Cassa di Risparmio fosse un soggetto imparziale della politica veronese. Due degli ultimi tre presidenti, a parte il professor Gino Barbieri, avevano concluso la loro carriera a causa di provvedimenti restrittivi della Magistratura. Ricordiamo che il Presidente era di nomina governativa e il suo Consiglio di Amministrazione di stretta obbedienza politica, secondo le mai abbastanza biasimate regole spartitorie, e dulcis in fundo i segretari locali dei partiti sedevano nel board dove si prendevano le decisioni più importanti.

Ma erano di fatto banche, in un periodo in cui gran parte del sistema bancario era di nomina politica (Credito Italiano). In ogni caso il senso della legge di istituzione delle Fondazioni bancarie avrebbe dovuto essere proprio questo, quello di superare le problematiche delle casse di Risparmio e di creare istituzioni “terze” in grado di sostenere, con il denaro proveniente dalle banche locali, in maniera sussidiaria e complementare, le finalità degli enti pubblici. Non certo quello di creare un centro di potere indipendente e incontrollato, con a capo una specie di marchese del Grillo arrogante e onnipotente, che dicesse con i nostri soldi quello che si poteva e non si poteva fare in città.

Per quel che può contare, se guardiamo le cose retrospettivamente, molte delle scelte fatte dal 1990 in poi avrebbero potuto cambiare radicalmente il volto di Verona. Anzi, le cose avrebbero potuto andare diversamente quando, al momento della creazione di Unicredit, Cariverona fu a un passo – come in fondo era più logico – dal matrimonio con il gruppo (successivamente) Intesa, attraverso l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Trento. Poi potremmo parlare di molti altri progetti, sostenuti dalla munificenza di Cariverona, che cambiarono il volto della città, in realtà mai senza un vero dibattito preventivo con la cittadinanza e una valutazione oggettiva delle priorità.

A partire dalla costituzione della Fondazione, non poche sono le obiezioni che potrebbero essere sollevate alla gestione Biasi, deliberatamente lasciata dalla città e dalla sua politica con margini di eccessiva autonomia, in ogni caso intollerabile su un piano di principio, più digeribile in tempi di vacche grasse e bilanci che trasudavano denaro per la città, oggi inaccettabile di fatto e di diritto.

Infatti, nonostante gli obblighi normativi – che già con la legge Amato hanno sempre spinto per un rapido svincolo dei destini delle fondazioni rispetto a quelli delle banche di riferimento – fu esclusivamente l’ostinazione di Biasi a tenere immobilizzato il patrimonio di Cariverona in Unicredit, per evidenti finalità personali di poter accedere ai piani alti della finanza italiana (Mediobanca e Generali), a determinare nel lungo periodo la pesante perdita patrimoniale che abbiamo sopra ricordato, e al presente – dato il bassissimo valore borsistico dei titoli Unicredit in relazione all’altissimo prezzo iscritto nei bilanci di Cariverona – a concretizzare una sostanziale impossibilità di effettuare qualsiasi investimento/disinvestimento, pena la contabilizzazione di pesantissime perdite.

L’autonomia operativa di Fondazione Cariverona raggiunse – come abbiamo detto – il suo massimo (o il suo pessimo) con l’avvio di una politica di acquisto-cessione-affitto di immobili e terreni veronesi. Politica oggi sfociata addirittura in una gestione indipendente di essi (della quale i veronesi sanno pochissimo) attraverso il fondo chiuso Property ma in capo a una società americana e nelle disponibilità del medesimo ingegner Biasi.

Numerosi palazzi storici furono rilevati dalla Fondazione, acquisendoli dal Demanio o dal Comune e poi entrarono in una sarabanda di movimenti immobiliari, non sempre chiarissima e che raramente si concluse con un recupero autentico di spazi e contenitori a vantaggio della città.

A partire dall’amministrazione Zanotto, ma con punte preoccupanti raggiunte durante la gestione Tosi, il risiko immobiliare divenne una forma nemmeno troppo nascosta per andare incontro ai permanenti bisogni di liquidità del Comune, penalizzato da gestioni non sempre oculatissime (vedi vicenda dei derivati) e da leggi restrittive che ne limitano ingiustificatamente le possibilità di spesa.

Tra i tanti, certamente un caso esemplare è appunto quello relativo a Palazzo Forti, inopinatamente ceduto nonostante i vincoli di destinazione d’uso, e poi sottoutilizzato, anzi impropriamente trasformato in museo AMO, accollando in tal modo circa 600 mila euro all’anno di passività alla Fondazione Arena.

Ma fra i tanti (Castel San Pietro, Palazzo Pompei etc.) va segnalato a mio modo di vedere, come simbolo massimo della irresponsabilità e dello scarso interesse per il bene comune, l’insieme di scelte che avrebbero dovuto portare alla ristrutturazione dell’area degli ex Magazzini Generali, rilevati al fine di realizzare una cittadella della cultura e di dotare la città e la Fondazione Arena dell’indispensabile Auditorium, oggi tristemente finiti in poca o nulla cultura e molto business a esclusivo vantaggio dell’imprenditore renziano per eccellenza, quell’Oscar Farinetti che con i soldi dei veronesi invece di Brahms e Beethoveen per un certo numero di anni ci distribuirà (a caro prezzo) prosciutti e salami doc.

Matteo Renzi, Oscar Farinetti

Matteo Renzi, Oscar Farinetti

Così, se mai qualcuno deciderà di ricostruire la storia delle alienazioni immobiliari a Verona tra la fine degli anni ’90 e oggi – prendendo atto che al momento e probabilmente anche per il futuro tutti questi movimenti deliberati nel ristretto del CdA di Cariverona non hanno risolto i problemi di bilancio degli enti pubblici ma in compenso hanno portato a un depauperamento del patrimonio locale, senza corrispettivo incremento per quello di Cariverona – la materia per più pensose riflessioni non manca certamente e anche la cittadinanza, davanti a tale rivoluzione tacita, avrebbe di che pensare su un ingiustificato silenzio.

Va fatto notare, ovviamente, che questo ampio processo – che è troppo articolato e ricco per poter essere qui svolto compiutamente – fu caratterizzato almeno da altri due fattori che vanno ricordati:

1. Il progressivo allontanamento di Cariverona nella gestione e nella proprietà di rilevanti soggetti pubblici, quali le società autostradali A22 e Serenissima, l’Aeroporto, la Fiera di Verona e la Fondazione Arena, soggetti che avrebbero potuto trarre grande giovamento da una presenza “pesante” e responsabile nella loro gestione, al contrario abbandonati, con esiti disastrosi, in mano a personaggi di pura nomina politica.

2. Una progressiva crescita degli intrecci politici tra Cariverona e la politica locale, culminata con l’introduzione di uomini di stretta osservanza partitica ai vertici di Cariverona, con grave danno per la reciproca autonomia delle istituzioni pubbliche, così dipendenti dalla benevolenza di Via Forti, nonché della Fondazione, così appiattita nell’esecuzione di semplici interessi di parte.

Ora, se i cittadini veronesi lo volessero, tutto questo potrebbe finire. Cariverona potrebbe essere riportata senza troppa fatica a una gestione più attenta dell’interesse generale del territorio, se solo i veronesi per bene volessero occuparsene, anziché pensare solo a fare affari con il signorotto di turno.

La città è ricca di bisogni, in campo sociale non meno che in campo culturale. Le ultime amministrazioni in questi settori hanno realmente lasciato un deserto, che è divenuto tale – è bene sottolinearlo – grazie alla complicità o al silenzio assenso di gran parte della cittadinanza, delle forze politiche e sindacali, dei mezzi di informazione e della stessa Diocesi, dalla quale ci si sarebbe aspettati, a ben vedere, una maggiore attenzione verso una distorta utilizzazione del denaro pubblico.

In ogni caso ora, senza guardarsi indietro, sarebbe estremamente urgente che la città decidesse di riprendere a investire prima di tutto in strutture sociali (troppi poveri in una città presunta “ricca” come Verona!), in cultura e, se possibile, in infrastrutture pubbliche.

In tutti questi tre settori nessuno come la Fondazione Cariverona, in un ragionevole futuro, potrebbe svolgere una funzione altrettanto decisiva ed è per questo che, ancor prima di pensare al futuro sindaco (che per tirare avanti in ogni caso dovrà andare a batter cassa in via Forti), i veronesi farebbero bene a riprendersi la gestione dei loro denari nelle mani della Fondazione Cariverona.

Sergio Noto

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8 Comments

8 Comments

  1. Enzo Salvetti

    15/09/2016 at 11:28

    A quanti persistono nell’incensare le capacità imprenditoriale dei Biasi, pongo solo una domanda: Cosa è rimasto delle attività imprenditoriali e dei posti di lavoro?

  2. Giorgio Massignan

    14/09/2016 at 11:22

    Condivido completamente le tesi di Noto. Lo scenario che ci presenta è il prodotto della politica fatta dai professionisti, dagli esperti, dai trafficanti, da tutti coloro che frettolosamente liquidano le proposte di una politica trasparente e partecipata che parta dal basso, come una inutile ingenuità, come sogni di fine estate, come discorsi da dilettanti. Dicono infatti: “bravi, belle idee, un po’ utopiche, ma comunque irrealizzabili. Lasciate a noi professionisti il compito di fare la vera politica.” Ecco, così è sempre stato e questi sono i tremendi risultati raggiunti. Ma al peggio non c’è mai fine. Attendiamo con preoccupazione il futuro.

  3. mb

    14/09/2016 at 09:48

    una moltitudine i veronesi che dentro o fuori i palazzi sono stati interessati al mantenimento di questo gioco, nei grandi o piccoli privatissimi interessi.
    Regola del gioco: bocca chiusa e posto assicurato con lautissimo stipendio e
    pensione da pochi pensieri …

  4. lorenzo

    14/09/2016 at 09:16

    proprio un peccato, un articolo chiaro e dettagliato che spiega un percorso affaristico durato 25 anni. Ma evidentemente la modalità Travaglio è contagiosa: alla fine è colpa di Renzi…
    Lorenzo

    • sergio noto

      14/09/2016 at 09:45

      Allora, siccome ci sono evidentemente alcuni commenti legittimi di sostenitori di Renzi, mi pare utile precisare che è inesatto attribuirmi di voler dare la colpa di tutto a R oppure di volerlo includere a tutti i costi.
      È un fatto indubitabile invece che a un certo punto Biasi ha incominciato a guardare con attenzione il premier e ha scelto di sacrificare un importante progetto culturale, lungamente agognato, già da anni progettato e strombazzato sui giornali locali quale l’Auditorium, per un «favore» a un imprenditore esplicitamente contiguo al Presidente del Consiglio.

  5. Mario Spezia

    13/09/2016 at 20:42

    Alcune valutazioni sono sicuramente fondate su dati incontestabili, altre sono molto generiche e discutibili. Per cominciare: il Giovanni Fontana a cui Biasi avrebbe rubato il posto, meglio noto a Verona come Gianni, era un discusso e discutibile esponente della DC veronese con parecchi scheletri nascosti (e poi scoperti) nell’armadio.
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/23/sette-anni-di-tangenti-nella-borsa-del.html
    A parer mio l’ing. Paolo Biasi, almeno per quei tempi, ha sicuramente rappresentato una alternativa valida per indipendenza e per competenza professionale.
    Non entro nel merito delle scelte imprenditoriali di Biasi in Cariverona perchè non ho la competenza necessaria per valutare questo tipo di scelte.
    Quello che sicuramente va ascritto a merito dell’ing. Biasi e dei suoi collaboratori è di aver finanziato per decenni in tutta la provincia di Verona il recupero di monumenti, la costruzione di opere pubbliche, il finanziamento di iniziative pubbliche e private valutando con attenzione il merito e la qualità delle proposte.
    Le cose sono cambiate in maniera evidente dal giorno in cui Tosi ha conquistato Palazzo Barbieri nel 2007 ed ha progressivamente occupato con i suoi uomini le poltrone del consiglio di amministrazione della Fondazione, fino a spingere fuori dalla porta (o quanto meno ci ha provato) l’ing. Biasi.
    Da quando Tosi è diventato sindaco di Verona il bilancio di Cariverona ha cambiato fisionomia in maniera impressionante ed è diventato progressivamente un carnet a disposizione del sindaco.
    E’ sufficiente dare un’occhiata ai bilanci annuali di Cariverona per farsi un’idea più precisa dell’evoluzione (o declino?) della Fondazione negli ultimi 15 anni.
    http://www.fondazionecariverona.org/la-fondazione/bilanci-di-missione/

  6. dmotti

    13/09/2016 at 19:31

    Ottimo articolo, ben articolato e chiaro, insomma, detto in parole povere: se Fondazione Cariverona dovesse cedere una parte della sua partecipazione in Unicredit dovrebbe registrare una pesantissima perdita.
    E la gestione del patrimonio immobiliare rimane in mano all’ing. Biasi che è transitato nel fondo Property.
    E non ultimo la svendita dei lasciti testamentari (Forti su tutti) la dice lunga del mercato che si è svolto sotto gli occhi di tutti.
    Tanti sapevano e tutti hanno taciuto, nel miglior film del Nord Est.
    Almeno non ergiamoci a paladini dell’antimafia criticando il popolo del Sud che tace e acconsente ad essere governato dalla Mafia che si è sostituita allo Stato assente, noi permettiamo a pochi di gestire in modo privatistico beni comuni.

  7. Erasmo

    13/09/2016 at 19:03

    Analisi in buona parte corretta inficiata nella parte finale dal voler coinvolgere a tutti i costi Renzi.

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