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Cultura

Impianti chiusi e sul Baldo tornano i veri montanari

La Funivia di Malcesine

Con la chiusura della bidonvia di Prada cinque alberghi su nove hanno chiuso mentre i rifugi Fiore del Baldo, Chierego e Barana hanno visto gli ospiti dimezzati

Si sono dati da fare in tanti, amministratori, comunali e provinciali, per salvare la bidonvia di Prada dalla chiusura dopo ben tre rinvii giusto il giorno di Ferragosato del 2013. Facevano il giro delle sette chiese con il cappello in mano e propositi faraonici da 11 milioni di euro, poi calati a 4, per grappoli di ovovie “stile funivia del monte Bianco” (sic!), su previsioni di centomila utenti annui (dove, anche negli anni pingui, sono stati nemmeno la metà), fra liti da galli di Renzo. Il tempo stringeva, le borse non si allargavano. Fu inutile. Ora non hanno perso le speranze e battono tutte le strade, daccapo, anche nuove. Sperano nella Funivia di Malcesine, la strada non sembra tutta in discesa.

Con la chiusura della bidonvia di Prada cinque alberghi su nove hanno chiuso alla stazione di partenza. Per non parlare dei rifugi Fiore del Baldo (1815), Giovanni Chierego (1911) e Gaetano Barana al Telegrafo(2147) che hanno visto gli ospiti dimezzati. E, cacio sui maccheroni, nel 2014, un ulteriore crollo dell’utenza per il perdurante maltempo, puntuale ad ogni week end.

Nella circostanza però, sono maturate interessanti considerazioni che sanno di riqualificazione dell’escursionismo. Telegrafo e Chierego sono nati ancor prima della seggiovia, solo il Fiori del Baldo è sorto in funzione della stessa (prima come centro studi delle orchidee selvatiche, poi venduto alla famiglia Oliboni), col risultato di due rifugi attigui, nati solo perché ai lati del confine Brenzone – San Zeno di Montagna. Sul Baldo si sono visti i veri alpinisti-escursionisti. Forse quelli che consumano meno nei rifugi ma che vi pernottano e si fermano più giorni, non mordi e fuggi, magari con le infradito, che poi impegnano il Soccorso Alpino.

Gli impianti di risalita sono, comunque, dei servizi, delle strade pensili e aeree, funzionali per boscaioli, forestali, alpigiani, pastori, malgari, guardiacaccia, escursionisti, alpinisti, sciatori, ciaspolatori, sci alpinisti, e rifugisti. Indispensabili al loro lavoro (e svago) e, come una qualsiasi strada, hanno dei costi di realizzazione, manutenzione ed adeguamento alla sicurezza. Come le scuole e gli ospedali di cui si fa carico la collettività. Quindi riguardano l’intera comunità veronese. Sono ormai indispensabili, visto che ci sono, al lavoro diversificato di molti operatori e utenti della montagna, pena il suo abbandono. Ed interessano tutti i cittadini, anche quelli della Bassa, come tali gli impianti a fune vanno trattati.

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La Funivia di Malcesine

Tutto sta nei criteri di gestione, nelle scelte operative e propositive, nella promozione del territorio che coprono e nell’uso sagace della risorse e delle utenze. Al dramma di Prada si deve trovare una soluzione razionale, dando anche nuovi servizi a chi la utilizza, assistenza, proposte. Ci sarà un motivo se quando la seggiovia nacque, col maltempo, si forniva una coperta a chi doveva starvi seduto per oltre mezzora (non solo al freddo dell’inverno), se non è mai data alcuna informazione su cosa si vede dai seggiolini, cosa c’è, dove si va, se quando uno arriva non trova un depliant, una carta al 1:25.000 dei Gruppi Alpinistici Veronesi plastificata, per orientarsi nelle escursioni o i recapiti delle guide escursionistiche che lo possono accompagnare.

Baldo e Lessinia, hanno bisogno di un’attenzione nuova, in una parola più colta, ricca di stimoli e notizie, informazioni e indicazioni, guide e pieghevoli e, quel che più conta, di sentieri ben mantenuti e tabellati correttamente, secondo le indicazioni nazionali del Cai i cui meritori volontari, grazie ai finanziamenti regionali, hanno fatto finora un lavoro enorme, ma sono posti di fronte a problemi dove non basta la buona volontà ma conterebbe, soprattutto, la loro esperienza.

Basta inquinamento ambientale di selve di cartelli inutili, sassaie di scavi recenti in vista e sfregi di policrome pennellate gratuite. E’ auspicabile un convegno per un confronto su questi temi fra amministratori, sodalizi della montagna, ambientalisti, operatori turistici e rifugisti. Al di là del turismo di massa, a volte poco educato – ricordiamoci dei turisti che salivano con l’impianto ai 1815 di quota a Costabella in camiciola, shorts ed infradito trovandosi poi nella nebbia a 5 gradi (ndr: sotto silenzio di tutti, quattro anni fa, sulla porta del rifugio Chierego, gestore Massimo Bertoldi, c’è scappato il morto, la sincope di un cardiopatico tedesco di 75 anni), bisogna ammettere che senza seggiovie le nostre montagne ritrovano la loro dimensione naturale: silenzi, gente a piedi, escursionisti che raggiungono le vette dalle pendici “leggendo” l’ambiente, appagati dallo sforzo, adeguatamente vestiti ed attrezzati, diretti ai rifugi per quelle traversate che sono l’essenza di Baldo e Lessinia, che implicano il pernottamento.

Non va dimenticato che, anche in Trentino, solo Campiglio e Canazei hanno impianti in attivo, tutti gli altri sono foraggiati dalla loro Provincia Autonoma. Sulle Alpi tutte le strutture a fune sotto i 1500 sono passive. Tutte. Pure quelle che lavorano con lo sci.

C’è una via di mezzo per l’auspicato riavvio delle seggiovie nostrane? Andare a piedi è salutare, lo dicono anche i medici. Solo camminando la gente può capire un territorio, e tornarvi. Non più consumismo ma, in una parola, in senso lato, cultura dell’Alpe. Allora ce ne sarà per tutti. Lassù e sulle pedemontane.

Buoni tutti a battere brevi sentieri con bel tempo. Adeguatamente attrezzati si può affrontare anche il brutto. Tranne quando i temporali impazzano sulle creste. Si tratta di aspettare. Non c’è stato giorno sul Baldo che, “Fra fulmini e tempestate” (e addirittura nevicate ferragostane) poi non siano seguiti squarci, e tramonti, radiosi. Come nella vita. La montagna è là, mutevole, anche fra nuvoloni e scrosci. Sempre bellissima. E ci sono i rifugi alpini. Vedi il nome: rifugi.

Bartolo Fracaroli

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1 Comment

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  1. Gian Antonio Premi

    25/08/2016 at 10:02

    In riferimento all’articolo di Bartolo Fracaroli del 17 agosto non posso che concordare con quanto da questi scritto. Fracaroli è un attento osservatore di quanto è accaduto e accade sulle nostre montagne e non solo. Il suo amore per il Baldo e la Lessinia si trasforma in vera passione per difendere questi monti dagli appetiti economici che ben poco hanno a che fare con la reale volontà di salvaguardarne i valori e le potenzialità più consone alla loro natura storica. Manca, come Fracaroli ha sottolineato, un osservatorio che attorno ad un tavolo metta a confronto amministrazioni locali, associazioni, rappresentanze e quanti hanno titolo e interesse per discutere del futuro della montagna veronese non con la pretesa di fornire soluzioni immediate, ma con la volontà di tracciare almeno un percorso. Auspico che ciò avvenga a breve e che la voce di Fracaroli trovi risposte e riscontri per un confronto aperto e costruttivo.
    Gian Antonio Premi

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