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Cultura

E’ nato il Parco naturale del Baldo. Quello Trentino

Monte Baldo (Foto Giorgio Montolli)
Monte Baldo

Un’area protetta per le peculiarità floristiche e vegetazionali di quello che viene definito Hortus Italiae. E il Parco veronese? Lo aspettiamo da quasi mezzo secolo

Escursionismo-alpinismo come sport e cultura ambientale sul monte Baldo. Gratificante fisicamente ed arricchente di nuove conoscenze dentro un unicum floro-fauno-geo-storico d’eccezione. E’ nato il parco del monte Baldo? Era previsto dalla Regione Veneto dal 1971, con 5 progetti in 43 anni. Sì, è nato, ma in Trentino, dove il massiccio di 38 chilometri per 9, 10 vette, dai 63,30 m. di quota del lago di Garda ai 2.218 di cima Valdritta (lo 0,2 per cento del territorio montano nazionale ma con il 43 per cento dell’intera flora alpina europea presente) si estende per il 43 per cento del suo sviluppo sui comuni di Brentonico, Avio, Ala, Mori e NagoTorbole. Si chiama “Parco naturale locale del monte Baldo trentino”.

Alessio Bertolli e Filippo Prosser, autori con Francesco Festi del libro “Flora Illustrata del monte Baldo”, sugli spalti atesini del monte Cimo

Alessio Bertolli e Filippo Prosser autori con Francesco Festi del libro Flora Illustrata del monte Baldo

E nel territori comunali veronesi di Brentino Belluno, Brenzone, Caprino, Costermano, Ferrara M.B., Malcesine, Rivoli, San Zeno di Montagna e Torri? Nulla. E cosa fanno a riguardo Regione, Provincia, Veneto Agricoltura, associazioni ambientaliste, assessorati all’ambiente, alla cultura, al turismo, gruppi del tempo libero, organizzazioni degli albergatori, campeggiatori, agricoltori, allevatori, associazioni della montagna (sono ben 26 nel Veronese)? Niente.

Virgilio Asileppi, sindaco di Brentino Belluno, dimenticato presidente della Comunità Montana del Baldo, già vicepresidente della Provincia e assessore alla caccia (e cacciatore accanito), presidente dell’aeroporto Catullo, presidente della Cantina Sociale Valdadige di Rivalta (ed altro, ai tempi della Balena Bianca di cui era un colonnello), in un questionario di cinque anni fa si dichiarò unico contrario ad un parco del Baldo, pur confermando che dei comuni del massiccio (25 mila abitanti fra cui 700 cacciatori) due pedemontani erano indifferenti e sei a favore. Temeva “un nuovo carrozzone burocratico”.

Nulla si è più mosso. Tranne i progetti di un traforo di 9 chilometri BellunoMalcesine (Asileppi), quello di una cremagliera da Magugnano di Brenzone fino ai 2063 metri di Costabella, le beghe sulla funivia di Malcesine con scambi di poltrona presidenziale con la seggiovia di Prada, quella di Brenzone e San Zeno di Montagna ferma da Ferragosto 2013 verrà assorbita dalla prima (pare) dopo aver cercato “solo” 4 milioni di euro per poter rinnovarsi e ne cercava addirittura undici, poi nove, assicurando centomila passaggi quando ne ha sempre visti meno della metà. Ferma (per fortuna) la molto prospettata seconda gardesana; fermo (e meglio per tutti) un trenino da Brentonico a Novezzina proposto alla UE (qualcuno eccepì che la strada Graziani, d’inverno, viene chiusa: puntuali le valanghe); vistosissimi i falansteri di seconde case sorti sopra Ferrara (dove comanda un sindaco “autocrate-oligarca”, il ragionier-fornaio Paolo Rossi ). Sono cresciuti i vigneti d’alta quota sotto Spiazzi, dove non si erano mai viste vigne fino ai mille metri di quota; si ipotizzano grandi campi di golf d’altura con nuove “indispensabili” multiproprietà edilizie.

Camoscio a cima Telegrafo (foto Marco Antolini)

Camoscio a cima Telegrafo (foto Marco Antolini)

In attesa del Parco assistiamo all’abbandono di bàiti e casère (vedi il bàìto di Naole a 1650 di quoya ora schiantato dalla neve) o restaurati come vezzose villotte; all’intervento obbrobrioso dalle tinte fosforescenti di malga Val di Fiès, 850); a marogne crollanti ovunque e castagneti ed oliveti abbandonati sepolti dai rovi; alle corse in moto per tutta la trasnsbaldense; alla presenza di una sola guardia venatoria e forestale ogni 10 chilometri quadrati (bastano due cellulari ai tantissimi bracconieri per farla sempre franca). Che fine ha fatto il progetto di restauro dell’ex bellissimo borgo di Campo? Il rifugio Chierego, venduto dal CAI di Verona (che ha perso 4 rifugi su 5 negli ultimi anni, ora ha solo il Telegrafo) alla Comunità Montana per farne un polo culturale del massiccio dove non s’è visto nulla. C’è invece la doppia e inutile costosa segnatura dei sentieri, le “Vie dei monti” di Brenzone, con tabelle giusto a fianco di quelle del Cai preesistenti che recano, però, le distanze orarie. Ovunque si tagliano maestosi alberi plurisecolari: Prada, Quaìn, Cà Lunghe. E nessuno dice nulla.

Il Parco naturale locale Monte Baldo, approvato dalla Provincia Autonoma di Trento su proposta dei cinque comuni del Baldo trentino e dalle Comunità di valle della Vallagarina e dell’Alto Garda nasce come “Parco naturale locale”, un’area protetta per le peculiarità floristiche e vegetazionali, la ricchezza di specie rare (anche di orchidee selvatiche) dell’Hortus Italiae o Giardino d’Europa, i fossili da 200 milioni di anni fa, la fauna, i panorami straordinari su Benaco, val d’Adige, monte Rosa, Giudicarie esteriori lombarde, gruppo di Brenta, Pianura Padana laguna di Venezia inclusa e, addirittura gli Appennini Tosco-Emiliani. E’ stato dotato anche di tabelloni illustrativi delle risorse.

Eppure sono stati dei veronesi, dal 1440, a scoprirne l’alta biodiversità floreale che ha visto nei secoli l’attenzione di 200 botanici e migliaia di pubblicazioni specialistiche. Dicono qualcosa ai nostri amministratori i nomi Calzolari, Pona, il Seguier, il Goiran, Pollini, i contemporanei Prosser, Bertolli, Zanini, Bianchini, di Carlo? Tutti botanici insigni. Oppure, ricordano gli amministratori baldensi-rivieraschi del Garda i nomi degli storici reggenti del Civico Museo di Storia Naturale, di Italia Nostra, del WWF, del CAI, del geografo Eugenio Turri che, 45 anni fa, si ritrovarono una sera in un’osteria di Cavaion (celebre per il baccalà) ad elaborare un progetto che, come l’Araba Fenice, sempre apparve e mai non fu?

Eugenio Turri e Paolo Donatelli sul monte Crocetta, sopra la piana di Caprino

Il geografo Eugenio Turri e l’alpinista Giampaolo Donatelli sulle pendici sopra Caprino

I medici raccomandano di camminare, meglio anche guardare, conoscere, capire. Un sport per lo spirito, arricchente, gratificante, energizzante. «Il Baldo è uno solo, il parco dev’essere uno solo – dice Alessandro Tenca, gestore del rifugio Telegrafo, il più vecchio e più alto del Veronese (del 1897) – altrimenti lo gardalandizziamo».

Bartolo Fracaroli

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3 Comments

3 Comments

  1. NicoT

    19/09/2016 at 19:02

    …leggendo l’articolo ho subito pensato all’autore… poi ho controllato e ho visto… una certezza! Ottimo “stato dell’arte” sulla situazione della nostra montagna…

  2. Mario

    20/08/2016 at 10:00

    Bisogna prendere esempio e lezione di come fanno in Alto Adige cè più rispetto per le persone e soprattutto per la natura. E’ cosi difficile copiare…?

  3. GiorgIo Chelidonio

    12/08/2016 at 18:43

    “Mezzo parco o mezzo Baldo”? Divide et impera era un motto imperialista già 2000 anni fa, ma nel mio piccolo, l’ho visto praticare concretamente a Montorio, dove fra il 1989 e il 2008 mi sono inutilmente impegnato per promuovere prima un parco archeologico della dorsale del castello, poi un progetto di ecomuseo (“della prea fita”, l’unico grosso menhir cilindrico della montagna veronese ), ignorato e/osteggiato da sinistra come da destra. È bastato che il “capo omeni” di turno, paludatosi da amministratore locale, abbia applicato l’antico “divide” alle associazioni coinvolte. “Mezzo Baldo mezzo gaudio”? Staremo a vedere. Ma intanto alcuni tentativi di valorizzare il patrimonio preistorico nord-baldense sono già caduti nel più profondo disinteresse. …

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