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Cultura

La religione al muro

Un’altra scritta stradale al Duomo. È l’ultima dopo le citazioni evangeliche sugli scandali, ma la tradizione è ben più antica: don Mario Gatti fu l’ultimo combattente della campagna antiblasfema iniziata da Amedeo Balzaro nel 1922

Su un muro di via Garibaldi c’è una scritta in chiara grafia (mano da writer) e meno chiara interpretazione: “La religione è passata da necessità a ostacolo…” La scritta è apparsa da qualche giorno, anzi notte. «All’una del mattino, quando siamo andati via, non c’era», dicono al bar vicino. Graffito in tema filosofico-religioso, come è tradizione in queste vie vicine al Duomo e al Vescovado. Di recente, in coincidenza con gli scandali di pedofilia che hanno coinvolto il clero, erano apparse scritte riprodotte sistematicamente con vernice a spruzzo e stampino. Citazione dal Vangelo: «E Gesù, chiamato a sé un bambino, disse: “[…] Chi sarà di scandalo a uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui se, con una macina appesa al collo, fosse gettato in fondo al mare.”» [Matteo, 18:2-6].  Queste scritte sono state tutte cancellate, in zona. Se ne leggono ancora in posti più defilati, per esempio lungo la Lasagna, verso San Leonardo.

Scritta-via-San-Lonardo

La scritta in via San Leonardo, all’altezza della deviazione per Forte Sofia

Ben altra guerra di scritte fu l’ultima a essere combattuta, proprio sui muri del Duomo, da un battagliero prete, don Mario Gatti, morto a 96 anni nel febbraio 2014. Già popolare parroco in Borgo Roma (“il don Camillo di Tomba Extra”, scrisse L’Arena), don Gatti in pensione si era ritirato alla Casa del clero, a fianco del Duomo. Ma non era tipo da starsene con le mani in mano. Anche le passeggiate per le strade della città antica diventavano per lui occasioni di un particolare apostolato: murale. Tappezzava i muri con scritte contro la bestemmia. Adesivi che cercava di piazzare più in alto possibile, magari facendosi prestare la scala dai negozianti. Ad altezza d’occhio, invece, provvedeva a mano con il pennarello. Di solito, va detto a suo merito, vergava con i suoi slogan manifestini già abusivi. Non passava inosservato. Memorabile una sfida a più riprese contro un altro ignoto grafomane. LA BESTEMMIA E’ VILTA’, aveva scritto don Gatti proprio in via Garibaldi, spaziando bene le parole per renderle più evidenti. Così il contestatore potè replicare completando a modo suo la scritta. E, dopo la modifica, si leggeva: LA BESTEMMIA E’ CIVILTA’. Don Gatti vinse per intelligenza (e per completamento dello spazio residuo, senza lasciarne più all’antagonista). Integrata definitivamente, la scritta diceva: LA BESTEMMIA E’ INCIVILTA’.

Il prete di periferia, finito a predicare sui muri del centro, fu l’ultimo erede di una iniziativa veronese nata negli anni Venti del Novecento: la campagna antiblasfema. Era stata la crociata di un altro cattolico tutto di un pezzo e dalle radici popolari, anzi socialiste: Amadeo Balzaro (1871-1955). Giovane anticlericale e sovversivo nel nativo Mantovano, si era convertito all’incontro a Verona con don Giovanni Calabria. Diventò giornalista e poi amministratore del quotidiano cattolico che si stampò a Verona tra il 1915 e il 1926, il Corriere del Mattino diretto da Giovanni Uberti. Era il giornale più letto in città, perché dava le notizie che L’Arena, subito fascistizzata, nascondeva. Il fascismo, diventato regime, regolarizzò l’anomalia chiudendo il giornale (il Corriere del Mattino, mentre L’Arena continuava come organo ufficiale del Fascio).

Scritta-muri-4

Ma già nel 1922 della marcia su Roma c’era stata l’occupazione del quotidiano cattolico da parte delle camicie nere e poi la censura prefettizia, allora vigente, si era fatta sempre più stretta. Così a Balzaro era venuta l’idea di una campagna stampa a cui il fascismo non potesse opporsi: contro la bestemmia. Potevano gli aspiranti pacificatori d’Italia osare dirsi a favore della bestemmia? Sì, il loro capo Benito Mussolini da giovane socialista aveva fatto pubblica professione di ateismo. «Se Dio c’è», se n’era uscito in pubblico,«lo sfido a fulminarmi all’istante. Visto? Non c’è». Ma dal 1922 puntava invece al beneplacito del Vaticano per la sua corsa alla dittatura, obbiettivo che avrebbe raggiunto nel 1929 con il Concordato. Il Partito Popolare di don Sturzo, che a Verona era sostenuto dal Corriere del Mattino, sarebbe stato presto scaricato dal Vaticano. Finché tuttavia perdurava l’equivoco e ancora qualcuno sperava di conservare la libertà, la campagna antiblasfema di Balzaro potè sembrare una trovata pacificatrice. «Portare anche i fascisti dalla nostra». E scrivere di qualcosa che non rischiava censure. Perché, appunto, «chi può essere a favore della bestemmia?».

Il Corriere del Mattino si riempì di quotidiane articolesse antiblasfeme, che Balzaro scriveva instancabile. Provvedeva lui stesso a preparare messaggi di adesione alla campagna che poi si faceva firmare da personalità di tutti i campi. Il fascismo lasciava fare. La stampa nazionale magari ironizzava, come il Corriere della Sera che fece una cronaca irridente di un volantinaggio antiblasfemo a una sagra: “Piovevano migliaia di cartellini variopinti. Tutti correvano per acciuffarli, magari i più curiosi bestemmiavano per arrivare primi”. Alla fine, come si è detto, il Corriere del Mattino fu chiuso d’imperio e ben altri della campagna antiblasfema furono gli accordi di potere tra fascismo e clero. Ma il codice penale promulgato dal fascismo nel 1930 dichiarò reato l’offesa alla religione cattolica, e Balzaro almeno così potè avere ragione. Non gliela aveva data, invece, un convertito come lui, Giovanni Papini. Richiesto di aderire alla campagna di stampa veronese, Papini declinò l’invito: «Alla sconcia e detestabile piaga che disonora l’Italia», e così Papini condannava comunque la bestemmia, «non si rimedia coi comitati, coi manifesti e coi cartellini». Don Gatti si arrabbierebbe e Papini risponderebbe come allora: «La bestemmia è un sintomo di inciviltà, uno dei tanti, come il rossore del viso è uno dei sintomi della febbre. Ma nessuno scaccia la febbre con la cipria».

Giuseppe Anti

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Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti "Volti veronesi" e le pagine culturali del giornale L'Arena. giuseppe.anti@libero.it

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