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Cultura

Manicomio di San Giacomo, cattiva coscienza di Verona

«La psichiatria ha fornito delle soluzioni accettabili al ceto politico per anestetizzare gravi problemi di ordine sociale»

Gabriele Licciardi ha pubblicato in questi giorni  Urla e silenzi. Storia dell’ospedale psichiatrico di Verona. 1880-1945.  Il libro esce a due anni da Macchie Rosse, saggio sulla lotta armata, vincitore della V edizione del premio nazionale di Storia contemporanea Luigi De Rosa.

Licciardi, qual è il filo rosso che lega il suo percorso di ricerca?

«Il legame profondo che anima i due lavori, ma che contraddistingue il mio percorso di ricerca nella sua interezza, è senza dubbio la violenza, nel primo caso quella agita da gruppi armati di matrice operaista. Nel caso della storia dell’istituzione manicomiale, il discorso è più sottile, rarefatto, ma trova la sua rappresentazione nei grandi padiglioni dove migliaia di malati hanno trascorso lunghi periodi delle loro esistenze, spesso ci sono morti, modificando la loro percezione del mondo e dell’esistenza».

– 1880-1945. Perché questi estremi cronologici?

«Il manicomio provinciale di Verona, noto come il San Giacomo di Tomba, nasce ufficialmente nel 1880 sotto la spinta di quello che fu il primo direttore del nosocomio, dott. Caterino Stefani, a cui è intitolato il piazzale antistante l’ingresso principale del manicomio. La storia del San Giacomo di Tomba, così come è stata da me concepita, non vuole rappresentare l’unica strada percorribile, ma come ho anche scritto nell’introibo del saggio, una delle tante storie possibile, che ha attraversato il processo di costruzione della società di massa, percorrendo un sentiero stretto e carico di complessità fino a giungere ai due conflitti mondiali. La storia della psichiatria, e della sua fenomenologia manicomiale, nell’arco di tempo da me studiato, è intrisa di riforme terapeutiche e giuridiche, ma soltanto attraverso l’adozione di uno sguardo di medio periodo è stato possibile riconsegnare al lettore quelle profonde e radicate continuità che hanno contraddistinto la psichiatria italiana. Le storie di vita del frenocomio scaligero sono un esempio emblematico. Una continuità ch’è riscontrabile in un lento e costante sottofondo di violenza e marginalità».

– Ma la nascita dei manicomi in epoca liberale trova fondamento in quali istanze?

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«Sono due i presupposti che hanno dato vita all’istituzione manicomiale, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino agli anni Settanta del Novecento. Il primo è il modello di cura della malattia mentale che si è affermato nella Francia post illuministica, modello che trattava le manie come malattie morali. La guarigione passava attraverso un riequilibrio dei caratteri psichici del degente, cura che poteva realizzarsi solo in ambienti tranquilli e lontani dalle turbolenze quotidiane. Ecco perché il San Giacomo è sorto in un fondo distante dal centro storico di Verona. Il secondo motivo lo possiamo trovare nell’incrocio che si è verificato fra le aspirazioni della classe alienista, ad assurgere ad un ruolo di primo piano nella nuova costruzione sociale del paese e l’esigenza, per la nascente borghesia, di liberarsi degli “inadatti”, alimentando la paura verso quelle che sono state definite le classi pericolose, configurando quasi un sistema d’eccezione perpetuo, un meccanismo tipico delle società borghesi. Dallo studio in archivio è stato semplice costatare come il progressivo aumento dei ricoveri al San Giacomo è andato di pari passo con l’aumento dell’allarme sociale in città verso gli strati sociali più deboli, vagabondi, pellagrosi, prostitute, oziosi e alcolisti. Tutto questo ha prodotto un particolare cortocircuito per cui la pericolosità sociale è stata equiparata alla malattia mentale. Il risultato è stato quello di trovare nei registri d’ingresso dello psichiatrico veronese tutte le tipologie sociali poco funzionali e inadatte alla costruzione di una nazione sana, forte e produttiva».

– Il San Giacomo di Tomba è stata quindi un’istituzione securitaria e non di cura?

«L’inanità curativa ha rappresentato da sempre il problema di fondo della psichiatria. Il discorso non vale solo per lo psichiatrico veronese, ma ha riguardato l’istituzione manicomiale nel suo complesso. Le conseguenze sono facili da intuire. Il manicomio ha rappresentato un’istituzione indubbiamente coercitiva e, per lunghi tratti della sua storia, fortemente sicuritaria ma il problema è stato di carattere politico. Sarebbe stato necessario rimuovere le cause dell’indigenza, si pensi alla pellagra che ha flagellato anche Verona, ma si è invece preferito ricorrere agli stili bioantropologici di un ferreo lombrosianesimo. Per cui nelle cartelle cliniche troviamo analisi craniometriche, ricerche di tare ereditarie, ma mai il Parlamento si è prodotto in leggi che favorissero uno spostamento di reddito in grado di modificare le abitudini di vita di larghe fasce della popolazione. La psichiatria ha fornito delle soluzioni accettabili al ceto politico per anestetizzare gravi problemi di ordine sociale, in cambio gli psichiatri hanno costruito una rendita di posizione molto importante, che avrà nello strumento della perizia psichiatria un’arma formidabile per incidere sulle vite delle persone, e con la figura potentissima del direttore del manicomio, istituita con la legge del 1904, lo status per presentarsi sul palcoscenico della storia locale e nazionale con tutte le carte in regola per il ruolo a cui aspira».

– Verona è stato un territorio a ridosso delle linee del fronte durante la Grande guerra. Che rapporto c’è stato fra la trincea e il manicomio veronese?

«Quello della Grande guerra è stato un momento determinante per la storia della psichiatria mondiale. Dal San Giacomo sono transitati circa un migliaio di soldati, curati dal dott. Salerni. Le analisi che abbiamo ritrovato all’interno delle cartelle cliniche ci danno testimonianza diretta di quanto ho appena detto. La psichiatria ha rifiutato di riconoscere la guerra come una causa diretta delle nevrosi dei militi, quindi si è ancora ricorsi agli strumenti del positivismo di tardo ’800, come ha fatto Salerni, il quale, aggrappandosi alla sua teoria della predisposizione originaria, ha giustificato le manie dei soldati attraverso la ricerca di qualche tara ereditaria. Alle dimissioni non faceva seguito il ritorno al fronte, ma lunghi periodi di convalescenza lontano dalla trincea. Ma volendo fare un ragionamento più sottile, Salerni, così facendo, si collocava nel filone della nascente eugenetica nazionale, che proprio nella bonifica degli eserciti ha strutturato un suo primo ma importante vagito. Il risultato era ancora una volta riuscire ad incidere nella formazione del carattere della nazione, l’esercito durante la guerra ha rappresentato l’emblema del corpo della nazione. Evidentemente non c’era spazio per i deboli, nella società come nell’esercito».

– Arriviamo così al fascismo e al secondo conflitto mondiale. Quali i legami fra la città, il regime e il manicomio del forte Tomba?

«Il legame direi è quasi viscerale. Le carte d’archivio ci consegnano delle storie molto drammatiche, ma lette con gli occhi dello studioso, anche molto chiare. Il fascismo locale ha visto nel manicomio scaligero uno strumento di consenso. Ha provato a controllare ogni assunzione, ha interloquito con la dirigenza, ha intimorito, ma più semplicemente ha governato un’istituzione, e vista la sua natura, il governo non poteva che eessere totalizzante. Non sono mancati quindi neanche i reclusi per motivi politici. Ma l’influenza di un regime totalitario all’interno di un manicomio è stata possibile osservarla anche nel rinnovato piano di cure utilizzate. È questo il tempo delle terapie shock, malarioterapia e insulinoterapia. Attraverso alcune relazioni che ho trovato nei fascicoli, è stato possibile ricostruire le dimensioni dell’inoculazione del germe della malaria, o dei procurati coma insulinici a scopo terapeutico che sono stati praticati nel nosocomio scaligero. Sono state pagine interessanti ma dure, perché dietro un linguaggio burocratico e scientifico lo studioso ha assistito al racconto di una violenza di inaudita dimensione. L’elettroshock è stato inventato da un italiano nel 1938, Ugo Cerletti. Insomma abbiamo meriti di cui forse avremmo fatto volentieri a meno. In fondo ho piena convinzione nel dire che certamente quella che è stata pubblicata è solo una delle tante storie possibili dello psichiatrico veronese, perché costruita sulle cartelle cliniche di migliaia di pazienti, quindi con un uso della soggettività molto forte, ma allo stesso tempo la cosa più interessante è riscontrabile nella dimensione nazionale che lo studio prova a costruire. Verona e il suo manicomio rappresentano un pezzo periferico ma di una narrazione che appartiene a tutto il paese, a tutta la psichiatria, con le due guerre mondiali, il regime, la politica e la psichiatria. Le vite dei protagonisti e i loro racconti sepolti dentro le anamnesi cliniche sono ancora oggi il miglior veicolo possibile per raccontare un pezzo della nostra storia».

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Sandro La Volpe

Urla e silenzi. Storia dell’ospedale psichiatrico di Verona. 1880-1945. 
VillaggioMaori Edizioni, Catania, 2016.
Pagine 318.
Euro 17.
Prefazione di Giancarlo Mancini, professore di Storia della Medicina – Tor Vergata.

1 Comment

1 Comment

  1. Gianni perlini

    21/03/2016 at 15:03

    Ho letto questa intervista e mi ha riportato indietro di un bel po’ di tempo. Io non c’ero in quegli anni, ma c’ero dopo. Avevo dieci anni nel 1962, quando l’Ospedale Psichiatrico di San Giacomo a Tomba chiuse i battenti per trasferirsi a Marzana. Sono nato vicino al Manicomio di Tomba, confinavo con i “campi dei mati”, campi recintati da mura e reti che venivano lavorati dagli “ospiti” più tranquilli di quella struttura che, agli occhi di noi ragazzini, sembrava più una prigione che un luogo di cura. Mio nonno ci lavorava dentro come infermiere, e non era un lavoro semplice, lo si vedeva dalla sua faccia quando tornava, dal suo sguardo e dal suo umore. Mi ricordo bene quando mi veniva vicino, mi metteva una mano sulla testa e mi diceva: «Caro Gianni, i è più i mati che ghè fora de quei che ghè dentro!». Parlava piano, forse sperando o credendo che io non lo sentissi.
    Qualche volta ci sono anche entrato in quel luogo di sofferenza non solo mentale, ma anche fisica. Nel periodo di carnevale si svolgeva una piccola sfilata di maschere e carri allegorici per cercare di allietare i pazienti e portare un po’ svago dove le giornate erano tutte uguali. Io ero tra i pochi esterni fortunati che potevano assistere a questo spettacolino, un “raccomandato” per il fatto del nonno infermiere, un infiltrato tra gli operatori sanitari. Ma ricordo anche quando suonava la sirena, a volte anche due o tre volte al giorno, una sirena che, dicevano i nostri genitori, somigliava a quella dell’allarme antiaereo che ancora risuonava nei loro orecchi. E noi bambini, che a quei tempi avevamo ancora la fortuna di poter giocare per strada, tutti a gridare: «E’ scapà el mato, è scapà el mato!». E le mamme che correvano a prenderci per riportarci a casa. Ma non è mai successo niente, dopo un po’ si risentiva la sirena che annunciava il passato allarme.
    Abito ancora lì, e vado spesso in quel piccolo parco, tra quegli enormi alberi. E vedo l’entrata principale del “manicomio”, un monumento storico che si sta sgretolando sotto il peso degli anni, e rivedo le maschere che passano, i “matti” che guardano con quegli strani sguardi, con quegli occhi enormi, con quelle facce tutte uguali, con quel sorriso interrogativo. E rivedo anche mio nonno, col camice bianco e le sue enormi manone posate sulla mia testa. Mi commuovo ed esco con gli occhi lucidi, ma non per la luce del sole.

    Giovanni Perlini

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