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Dopo di noi: serve un approccio diverso

Dopo di noi

La legge ricalca la situazione attuale e ne migliora qualche aspetto, ma è lontana dall’individuare un sistema di strutture, servizi e risorse che rispondano alle esigenze dei superstiti non autonomi

E’ stata approvata alla Camera la legge sul Dopo di noi; il successivo passaggio al Senato non dovrebbe comportare modifiche.
Le attese per un provvedimento che prendesse in carico il destino delle persone in difficoltà alle quali viene a mancare l’aiuto dei familiari sono vivissime. Centinaia di migliaia di soggetti sono in queste condizioni drammatiche ed è comprensibile che il provvedimento sia stato salutato da diffusi consensi e soddisfazioni.
Sulla rete gli interventi e le valutazioni sono numerosissimi, e quindi non entrerò nei dettagli. In realtà la legge ricalca la situazione attuale e ne migliora qualche aspetto, ma è lontana dall’individuare un sistema di strutture, servizi e di risorse che rispondano alle esigenze dei superstiti non autonomi. Attualmente le strade che vengono praticate sono prevalentemente due: ricovero in istituti di vario tipo o, attraverso la creazione di un fondo finanziario o una cessione patrimoniale, l’affido a istituzioni finalizzate.
Ciò in quanto sono pochissime o perfino inesistenti le strutture che possono garantire una adeguata assistenza alle persone in difficoltà nel momento in cui, per decadimento o morte, non potranno più provvedervi i genitori o altri parenti.
Inoltre, in aggiunta al decadimento e/o alla cessazione di servizi da parte degli enti territoriali, aggravano la situazione modifiche profonde intervenute nel tessuto sociale: [1] la frammentazione anche geografica delle famiglie (si pensi solo agli spostamenti dei giovani in cerca di lavoro) non offre più quella rete che per decenni ha sopperito in qualche modo alla mancanza di risposte a questo tipo di bisogni; [2] la dissoluzione di tutti quei rapporti di prossimità e vicinato che fino a qualche anno fa costituivano una rete supplementare di sostegno e assistenza.
La legge appena approvata mette a disposizione risorse per la riqualificazione delle strutture e istituisce i trust, precisando le modalità di costituzione e gestione, nonché le agevolazioni fiscali relative.

I giudizi negativi sulla legge si concentrano in particolare su questi fondi argomentando che potrebbero essere regolati dalle già esistenti norme del codice civile, aggiungendo inoltre sospetti sulla gestione nella quale potrebbero avere voce in capitolo banche e assicurazioni.
Condivido le critiche, ma credo che il rilievo principale vada individuato nella mancanza di una visione più complessiva e meno burocratica della questione (e non problema come si continua a definire).
Intanto andrebbe riconsiderata la popolazione bisognosa di supporto una volta che resterà sola: non solo i disabili, ma anche – per dire – anziani i cui figli si sono dovuti allontanare per lavoro (o che figli non ne hanno). Andranno individuate quelle persone in condizioni gravi e con autonomia assente e per esse non si potrà pensare ad altro che strutture dedicate e dignitose.
Per tutte le altre lo scenario non si può limitare ai trust, non fosse altro per il banale motivo che ben pochi potrebbero disporre di risorse e patrimoni tali da assicurare decenni di vita accettabile: non ci si pensa finché non ti capita, ma avere un disabile in famiglia significa bruciare i risparmi di una vita, abbandoni lavorativi, vendere la casa, a volte indebitarsi.
Per queste persone, a mio parere, occorre un’idea nuova del Dopo di noi, meglio se concepito come Durante noi, prima cioè che le situazioni da drammatiche diventino tragiche.
Il modello a cui penso non necessita di elevati investimenti (l’obiettivo richiede sopratutto generosità e lungimiranza), ma di un motore che riesca a convincere realtà territoriali di natura diversa a integrarsi e lavorare assieme, mettendo mano a un progetto che coinvolga diverse competenze istituzionali, enti, associazioni, singoli.

Molti sarebbero in grado di lavorare in ambito amministrativo (elaborazione dati, gestione testi…) e oggi la tecnologia permette di farlo a distanza, ma il telelavoro viene ogni tanto tirato fuori a scopo propagandistico, ma non è ancora concretamente attuato.
Soggetti residenti in appartamento di proprietà o in affitto potrebbero – grazie a protocolli tra Comune e Università – ospitare studenti a canone simbolico: ne avrebbero in cambio compagnia e piccoli aiuti con soddisfazione reciproca.
Disabili o anziani potrebbero beneficiare dello stesso servizio che provvede alle mense scolastiche del quartiere e occasionalmente, quando possibile, partecipare agli stessi pasti con un enorme valore educativo per gli studenti.
Convenzioni tra Comune e associazioni di categoria potrebbero assicurare la consegna a domicilio dei farmaci o della spesa, magari coinvolgendo associazioni che operano in quartiere.
Associazioni e singoli potrebbero essere coinvolti in programmi di socializzazione che prevedano l’accompagnamento a gite, spettacoli, uscite.
Comune e Azienda ospedaliera potrebbero elaborare programmi personalizzati di assistenza, fisioterapia domiciliare, check-in periodici per ritarare il progetto dedicato alla singola persona. Concentrare risorse e competenze sui progetti di vita indipendente, finora scarsamente perseguiti, verificandone periodicamente l’attuazione.

Realizzare tutto questo, e altro, richiede che le istituzioni finalmente si decidano a fare ciò che finora hanno tralasciato. Richiede anche a singoli e associazioni una disponibilità che va favorita, ove necessario, con forme di incentivazione che possono consistere in contributi o agevolazioni.
Ma è un passo necessario se vogliamo uscire dalla logica che le persone inabili siano condannate all’isolamento e vissute come un peso per la società.
Un quartiere che viene invitato a considerarle sotto tutti gli aspetti come parte del proprio tessuto acquista identità e migliora chi vi abita.
E nel tempo arido che stiamo vivendo è quello che serve.

Gianni Falcone

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2 Comments

2 Comments

  1. daniela motti

    11/02/2016 at 10:54

    Marcello si chiama CSR responsabilità sociale d’impresa, è l’attenzione al sociale, all’impatto sul territorio inteso in senso stretto, territorio, e in senso ampio, cittadinanza.
    Ma qui l’unico interesse è legato ai mattoni commerciali, e la nostra città è talmente tanto anestetizzata da anni di malgoverno che è come la storia della rana messa in una pentola di acqua fredda che si scalda poco a poco, arriva a bollire senza accorgersene… io non mi arrendo a questa classe politica che sta mandando in cancrena una città, mi auguro che qualcuno, più di qualcuno reagisca.

  2. Marcello Toffalini

    09/02/2016 at 16:45

    Ottime queste proposte, soprattutto l’idea “Dopo di noi” durando noi. Ma occorre a monte un’idea di città solidale, non più legata esclusivamente al profitto di pochi.

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