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Migranti di oggi e di ieri e ci siamo anche noi veronesi

Un fenomeno, quello dell’immigrazione moderna, nato nell’Ottocento, dopo la Rivoluzione Francese

Un dolor dal cor mi ven, ducc io devi abandonar, patria mama e ogni ben, e pal mond mi toce là. Questo l’emigrant, in una vecchia canzone furlana, e gli emigranti friulani hanno fatto nascere il Fogolar furlan. Anche gli emigranti veronesi, tanti sparsi per il mondo, si sono anch’essi associati, Veronesi nel mondo.

È davvero una sigla ambiziosa: una piccola zona italiana che si confronta con tutto il mondo, una provincia di meno di un milione di persone che si mette di fronte a miliardi di uomini, di civiltà, di lingue, di dialetti, di storie. Sì, Verona è conosciuta in tutto il mondo, è una città nota a chiunque sia andato a scuola, abbia una cultura di buon livello: Romeo e Giulietta è una storia veronese nota dappertutto, pur nelle infinite varianti e centinaia di episodi e luoghi, ma Shakespeare indica chiaramente che Verona e l’amore contrastato dei due amanti veronesi sarà ricordato in eterno.

Ma quel nome in realtà evoca un fenomeno doloroso e storico, l’emigrazione, l’abbandono della propria terra, della propria famiglia e dalle tradizioni per cercar fortuna, anzi, per riprendere il termine particolare, a catàr fortuna. Non ci si riferisce a migrazioni di popoli, di tribù, che in alcuni periodi storici si sono spostate lentamente da un luogo all’altro, nomadi e poi stanziali, per cercare il miglior luogo dove risiedere, dove fermarsi e porre le proprie abitazioni fisse, tende prima, poi case sempre più solide e stabili; con emigrazione s’intende il movimento di singoli e di piccole famiglie che si spostano dalla propria residenza abituale per necessità pressanti, per povertà, per l’impossibilità di sopravvivere, di sostentarsi con aiuti di qualsiasi genere.

Un fenomeno, quello dell’immigrazione moderna, nato nell’Ottocento, dopo la Rivoluzione Francese, finita la struttura sociale del feudalesimo e dei nobili, quando ormai le famiglie dovevano sopravvivere con le proprie risorse, e se tali risorse non c’erano più, si andavano a cercare altrove, lontano, dove la fortuna poteva essere più propizia, nel nuovo mondo, in America, la terra della fortuna, al Nord o al Sud, o nel nuovissimo mondo, in Australia.

In Irlanda la grande migrazione di metà Ottocento fu legata ad un malattia devastante del loro prodotto nazionale, le patate. Morì nell’isola più di metà della popolazione, molti fuggirono disperati a cercar fortuna nel nuovo mondo, famiglie, ma più spesso singole persone, perché le famiglie erano scomparse, morte. In Italia fu la povertà a innescare l’emigrazione, l’insufficienza della produzione agricola, l’unica forma di produzione, con la terra e le case in mano solo di proprietari latifondisti, che non permettevano nemmeno la coltivazione dell’orto per la minima sussistenza, con l’assenza di una primaria scolarizzazione che permettesse di capire cosa succedeva, quali possibilità ci fossero; un latifondo che favorì l’emigrazione, anche come forma alternativa di riscatto, per evitare altre forme di rivendicazione e di lotta politica.

Navi intere partirono dai porti italiani ed europei verso le coste americane, del Nord e del Sud, a portare forze di lavoro fresche ed a prezzo bassissimo, a sostituire le forze lavoro precedenti gratuite, gli schiavi, una condizione superata faticosamente, con guerre sanguinose e rivendicazioni lunghissime. Gli emigranti erano i nuovi schiavi, ma ora la libertà personale rimaneva intatta, e con la libertà, il riferimento al proprio territorio, alle proprie tradizioni, alla propria lingua.

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Le ondate migratorie furono molte e ricorrenti, prima legate alle povertà storiche, poi alle guerre: dopo le due guerre mondiali, pur con le popolazioni decimate dalle stragi belliche, moltissimi furono gli emigranti negli anni venti e negli anni cinquanta del Novecento, su navi migliori, più veloci e comode rispetto ai vapori dell’Ottocento, ma sempre in stive piene di gente e in condizioni igieniche difficili e precarie, in viaggi dalla durata eterna, in cui solo il ricordo degli affetti e delle tradizioni familiari mantenevano la forza e la determinazione per vincere il dolore e la solitudine.

E giunti nel paese di destinazione l’accoglienza non era davvero calorosa: l’emigrante veniva visto sempre come un diverso, un portatore di malattie da isolare in quarantena, forse un criminale, comunque un manovale con nessuna preparazione professionale, da adibire ai lavori più faticosi e umilianti, tanto non capiva niente, non sapeva la lingua e quindi era difficile da addestrare, e mangiava in modo strano, con abitudini diverse da quelle del posto.

La lingua è stata sempre un legame forte tra gli emigranti e con la terra di provenienza, e tra gli emigranti vivono le storie dei dialetti, di quello napoletano in particolare, e di quello veneto; e nel dialetto veneto il dialetto veronese ha un posto particolare, che ha caratteristiche particolari e diverse, da territorio a territorio. Verona è la città all’estremo occidente del Veneto, e risente dell’influenza delle regioni limitrofe, trentino, lombardo, emiliano, mantovano, ed il dialetto scaligero tronca le finali invece di allargarle, e nella stessa provincia dalla città alle varie zone periferiche i dialetti cambiano notevolmente, per pronuncia e per costruzione. Già ne parlò diffusamente nel 1300 il nostro Dante Alighieri, nel suo De vulgari eloquentia, e Dante era di fatto un veronese, espulso da Firenze.

Ma pur fra tante differenze il dialetto veneto è capito da tutti i veneti, è una lingua vera, ed è stata quindi un elemento forte di identità, importantissimo per chi a scuola non era andato. Ecco allora l’identità primaria, la lingua veneta, e in essa il dialetto veronese, che ha contraddistinto i migranti veronesi e che ha permesso questa particolare associazione, dei veronesi nel mondo, diversi e chiaramente connotati rispetto al resto del mondo.

Altri sono oggi i migranti, li vediamo ogni giorno, migliaia, milioni, che vengono dall’Africa, dalla Siria, da zone di guerra e di povertà, dove non hanno davvero speranze di sopravvivenza, né per sé né per i loro figli. E vengono con niente addosso! Vengono anche da regioni ricche, ma quella ricchezza non va alle popolazioni; quelle ricchezze vanno alle aziende multinazionali che se le saccheggiano tranquillamente, influendo con arroganza sulle politiche dei governi, corrompendoli o semplicemente togliendoli di mezzo, se non accettano le proposte di questi potentissimi schiavisti moderni.

Gli emigranti di una volta chiedevano di poter lavorare, di essere trattati umanamente, di godere dei diritti fondamentali delle persone umane. Ed hanno sofferto spesso persecuzioni per le loro origini diverse, oltre al dolore per l’abbandono della famiglia e delle loro tradizioni. Quei migranti sapranno comprendere certamente le richieste di questi odierni migranti, e faranno in modo che si possano trovare soluzioni diverse rispetto a quelle attuali, perché finiscano le guerre, perché la povertà sia minore, perché l’accoglienza sia gentile e intelligente, e perché tutti gli uomini possano avere accesso, in casa loro, dove sono nati e sono vissuti i loro antenati, ai diritti primari di ogni uomo, il diritto alla vita, alla sopravvivenza, alla dignità, per sé e per i propri figli.

Dino Poli

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2 Comments

2 Comments

  1. Luciana LOLLI DITTMANN

    13/06/2018 at 19:40

    Misa che Lei non ne sa molto dell’emigrazione del secolo scorso … Lo dovrebbe chiedere me …. Fra l’altro, mi puo dire CHI rappresentano queste foto ???

  2. MARCELLO TOFFALINI

    30/07/2015 at 21:45

    Grazie Dino per questa analisi sui nostri vecchi migranti e sui “nostri” attuali e numerosi migrati. Il fenomeno è sempre esistito ma si carica di particolari significati (che suscitano solidarietà e pure odio) quando assume proporzioni gigantesche, come quelle in atto, legate a secolari spoliazioni coloniali o dittatoriali, alle guerre incessanti che impediscono ogni minimo sviluppo, o ai tentacoli allungati di quella piovra che è l’imperialismo capitalista.

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